Riace, il sentiero di Sara

16.08.2019 - Roberta Ferruti - Redazione Italia

Riace, il sentiero di Sara

Tornare a Riace un anno dopo. Camminare per le strade del borgo semi deserte, le botteghe chiuse. Mi guardo intorno: i luoghi sono sempre gli stessi, le persone mi riconoscono, ci abbracciamo. Non servono altre parole, ne abbiamo scritte e dette tante, tra le lacrime e la rabbia. Ora è il momento del silenzio. Ascolto il rumore dei miei passi mentre mi conducono per le stradine strette del borgo, tra i murales ora scrostati, tra i vicoli dove gli asini non passano più a raccogliere l’immondizia. La raccolta differenziata oggi è organizzata da “forestieri” di Lamezia Terme, la Muraca srl, già oggetto nel 2014 di denuncia alla Procura di Lamezia per una discarica abusiva. Il nuovo che avanza e i vecchi cassonetti in legno, costruiti dalle botteghe, soppiantati da quelli in plastica.

Il passato però non si cancella con una manciata di voti, soprattutto qui, a Riace, paese dell’accoglienza. Il miracolo realizzato dal sindaco Lucano dal 2004 al 2018 è stato possibile anche grazie alle caratteristiche storiche e culturali di questa terra: i calabresi sono un popolo di emigranti, sanno che significa sentirsi straniero in casa altrui, conoscono la sofferenza dell’abbandono e del viaggio, la paura del futuro e la difficoltà di vivere lontani da casa. L’accoglienza è spontanea, senza riserve. A Riace sono partiti in molti nel secolo scorso, molti sono emigrati in Argentina, o al Nord. Hanno lasciato un paese povero, arido, senza prospettive. La grande pigna centenaria all’ingresso del paese, affettuosamente chiamata A Pignara, è testimone di strazianti addii, partenze senza ritorno.

Ecco, questo quadro così comune a tante piccole realtà italiane, dall’entro terra arido del Meridione ai paesini di montagna del Nord, è lo scenario in cui nasce il modello Riace: l’accoglienza diffusa nelle case abbandonate del borgo, il lavoro ostinato a preservare la memoria di queste mura, di queste persone ostinatamente rimaste a casa, mentre tutti partivano e farlo rivivere, far rivivere la speranza. Tra la rassegnazione dei vecchi che recitavano una litania ossessiva “ormai, ormai…” e l’orgoglio di chi invece non si arrendeva, nasceva Città Futura, l’associazione di riacesi voluta da Mimmo Lucano, Mimì Capatosta. Un paese che accoglie diventa un posto più bello.

L’intuizione geniale dell’aprire le case abbandonate per accogliere i nuovi cittadini doveva coniugarsi con il rispetto delle tradizioni e delle persone rimaste, questo è stato chiaro da subito e mentre si ristrutturavano le case per l’accoglienza, si lavorava per recuperare la memoria storica del paese, restituirgli dignità. La festa della ginestra, la tessitura, i manufatti, le conserve. Per anni i riacesi sono stati coinvolti in questo processo di rinascita. Al posto della discarica sorge ora un anfiteatro multi colore e un parco giochi. Rinasce il vecchio frantoio, riapre la scuola.

Ma la siccità è il filo conduttore di tante storie di sofferenza e l’acqua è da sempre compito delle donne: in Africa, in Asia come da noi, l’acqua veniva distribuita grazie al lavoro costante e quotidiano delle donne, abili portatrici di giare nelle dimore. A Riace, nel borgo, è ancora possibile vedere saldati all’apice dei tetti delle brocche, messe lì in segno di buon auspicio, contro la siccità.

L’acqua a Riace è arrivata nelle case soltanto negli anni ’80 e fino ad allora la sorgente dietro il borgo vecchio era uno dei punti d’incontro più frequentati. Ci si incontrava per lavare i panni, per prendere l’acqua, per dare da bere agli asini, per lavarsi. Per decenni le donne scendevano alla fonte e risalivano il sentiero con brocche sulla testa, alcune lo facevano di professione e servivano le famiglie nobili della zona. La costruzione dei primi pozzi che portarono l’acqua al paese e ne permisero l’indipendenza dalla fornitura idrica della Cassa del Mezzogiorno, oggi Sorical, coincisero con l’abbandono dell’area e il declino della civiltà contadina. La fonte fu abbandonata, il sentiero invaso dall’ erbacce. L’ultima portatrice d’acqua che la memoria dei riacesi ricordi, è stata Sara Gallo che “era diventata calva a forza di portare gli otri su e giù dalle fontane al paese”.

Ridare l’acqua alla montagna che si era prosciugata, riaprire la strada franata è stata l’operazione portata avanti dal 2006 con un bando di 600mila e euro della Regione per il recupero dei centri storici. E così nasce “il parco delle Fontane”, ora Parco Sara, perché le sorgenti d’acqua e i lavatoi erano il fulcro della civiltà contadina. L’area inizia con un’antica porta in pietra che dava accesso al paese, chiamata proprio “La porta dell’acqua” e continua con una stradina in pietra, una piccola fattoria e un piazzale con antichi lavatoi in pietra per risalire poi nella parte alta del paese, a fianco della mediateca . “Per ricreare un sistema a cascatelle, non abbiamo sprecato acqua ma utilizzato quella in esubero delle condotte” spiegava il geologo Aurelio Circosta, l’uomo che ha trovato le falde sotterranee da cui furono creati i pozzi degli anni Ottanta e che di fatto cambiò la vita dei riacesi.

“L’acqua si andava a prendere con gli asini. Ogni famiglia ne aveva almeno due, in totale in paese c’erano almeno 70 somarelli.” raccontano gli anziani. Ecco perché Domenico Lucano ha fortemente voluto che gli asini ritornassero a Riace e venissero utilizzati anche per la raccolta differenziata porta a porta. Gli asinelli che tanto hanno emozionato folle di turisti e studiosi, erano il simbolo della tradizione rurale, facevano parte della vita di tutti, almeno fino a quando l’acqua non arrivò nelle case. Ma non è stato per niente semplice trovare gli asinelli autoctoni e le bardature di cuoio originali, dette ‘basto’ e per questo è stato necessario ricorrere alla mediazione dei Rom, gli ultimi mercanti ad avere ancora asini ed equipaggiamento. Erano loro a gestire la grande fiera degli asini, scomparsa ormai da quasi quarant ’anni, in occasione della festa dei santi Cosma e Damiano di Riace. L’intera comunità ha accolto con emozione il ritorno degli asinelli tra i vicoli del borgo, rinnovati nella loro funzione ma di nuovo parte della comunità.

Sara però se n’era andata da tempo e non ha potuto vedere la rinascita del suo paese e l’arrivo dei nuovi abitanti. Ha trascorso una vita a servizio, su e giù per il sentiero di sassi e terra battuta a portare acqua. Oggi, in estate, quando l’afa è insopportabile, la gente di Riace si incontra alla rinata Porta dell’acqua: i calcinacci e le erbacce sono stati rimossi, le pietre ripulite, ristrutturate. Sotto l’arco è stato ricostruito anche un angolo maiolicato a memoria dell’antico banco del pesce. La Porta dell’acqua è tornata ad essere un punto di incontro, tira sempre una brezza piacevole nel pomeriggio. Proprio su questi muretti, sotto l’immagine della Madonna, Mimmo Lucano raccontava di Sara, questa donna minuta e semplice: “Non sapeva quanti anni avesse, non l’ha mai saputo. Abbiamo voluto dedicare a lei questo sentiero perché Sara rappresenta la nostra storia, le nostre radici profonde con questa terra”.

Una vita con un otre in testa e un figliolo che aveva cresciuto da sola e per il quale desiderava una vita diversa. Se n’è andata come era vissuta, in silenzio, mentre dormiva. Soltanto la solidarietà dei piccoli centri, dove tutti sono famiglia, ha permesso di scoprirne la salma e darne dignitosa sepoltura. Riace è soprattutto questo: una comunità che accoglie e si sostiene. Il giro nei vicoli termina in cima al paese, sulla piazza della mediateca. Ora il cartello che indica l’inizio del sentiero dell’acqua, del Parco Sara, non c’è più. Chi pensa di aver ucciso il paese dell’accoglienza tranciandone le radici ha soltanto dimostrato di non conoscere questa gente. I riacesi sono protagonisti orgogliosi della loro storia e soprattutto non dimenticano.

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Riace, il sentiero di Sara

 

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Europa, Fotoreportages, Migranti
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