Il presidio nizzardo in sostegno alla SeaWatch. Cronaca di una resistenza individuale e collettiva

08.07.2019 - Tobia Savoca

Il presidio nizzardo in sostegno alla SeaWatch. Cronaca di una resistenza individuale e collettiva
(Foto di Giovanni Di Benedetto)

L’entusiasmo dei principianti

Una settimana fa ricevo la chiamata di un amico napoletano residente qui a Nizza, proponendomi l’organizzazione di un presidio al porto in sostegno a Carola Rakete e alla Sea Watch. Un atto dovuto da semplici cittadini, elemento che si rivelerà originale.
Accolgo con entusiasmo l’iniziativa, Giovanni mette giù l’appello.

 

Italiani brava gente

Conosciamo poche persone qui, ma pensiamo di poter contare sui gruppi Facebook. Quello di “Italiani a Nizza e Costa Azzurra” è diviso in una guerra civile, un pò come il nostro paese, tra le due bande rivali di sostenitori degli esseri umani, e emigrati italiani che invece pensano di potere migliorare la propria giornata sputando odio.

Odio migrante verso migranti

Queste reazioni permettono agli amministratori di quel gruppo di sfoderare tutta l’ignavia (se non la complicità) di cui l’essere umano è capace. Questi, anziché cancellare i post razzisti o immotivatamente aggressivi, iniziano a cancellare sistematicamente i post, che Giovanni con garbata insistenza ripropone in quel gruppo.

La mania per la burocrazia e per la resistenza

Per fortuna in altre sedi l’appello è arrivato. La CGT (equivalente della CGIL) sottoscrive il nostro appello, il rappresentante locale del moribondo Partito Socialista, Amnesty International, Tous Citoyens!, Roya citoyenne e con loro tutta la rete delle associazioni presenti in un territorio che è posizionato politicamente a destra per tradizione, e geograficamente al centro dei flussi migratori provenienti da Ventimiglia e dalla Val Roia.

Scopriamo che la manifestazione, inizialmente prevista per mercoledì 3 luglio, deve essere comunicata alla prefettura 3 giorni prima della data di svolgimento. E’ lunedì e decidiamo di spostarla al sabato. Questo comporta un duro e acceso contraddittorio con un’associazione che vuole mantenerla e che critica questa legislazione creata ad arte per limitare il diritto di protestare, argomentando sulla necessità di una risposta rapida ed urgente finalizzata a fare pressione sul governo italiano e sulla volontà di unirsi ad un appello europeo.

In prima persona ci assumiamo la responsabilità della manifestazione, perché chiaramente bisogna apporre generalità e firme sulla comunicazione alla prefettura. La militanza ha un prezzo.

L’angoscia e il timore della feroce repressione di cui è stata recentemente capace la polizia francese nei confronti di pacifici manifestanti (https://twitter.com/ClementLanot/status/1144572431241306112) , ci fanno mantener salda l’idea di voler rispettare questa legge apparentemente liberticida.

La stessa angoscia e lo stesso timore ci fanno riflettere sui limiti della nostra libertà e, al di là delle tentazioni qualunquiste di un giudizio senza cognizione di causa, ci danno la cifra del reale potere di un semplice cittadino di fronte all’esercizio di una libertà pubblica. Insomma viviamo in un paese in cui possiamo esprimere davvero la nostra opinione?

Ottenuta la conferma della prefettura, non senza la lentezza di una delle più pedanti burocrazie mondiali, riusciamo a concentrarci sull’organizzazione vera e propria e scacciamo dalla nostra testa le immagini di possibili interrogatori incrociati che avremmo potuto subire in commissariato sotto tortura.

Intanto arrivano gli aiuti delle varie persone, che promettono con il fatidico “Partecipa”, la loro presenza, i loro slogan, i loro cartelloni, le loro barchette di carta, e un microfono per permettere uno scambio di opinioni necessario. 

Questa energia ci da fiducia e il giorno prima dell’evento i giornali locali ci contattano. Intanto Carola viene liberata e altre navi ripropongono lo schema già visto.

Il presidio al porto

Il giorno stesso ci troviamo al porto di Nizza. Sotto il sole cocente, ci posizioniamo e aspettiamo. Dei manifestanti nessuna ombra.

I “pointus” del porto di Nizza

Coscienti che l’organizzazione tramite eventi Facebook può essere una bolla di intenti che cede il passo al confort di un divano con aria condizionata, facciamo atto di fede sulla parola di alcune persone.

In lontananza, di fronte la sede di un celebre deputato nizzardo, conosciuto per le sue posizioni anti-migranti, scorgiamo un gruppo di una ventina di persone, che più tardi sarebbero diventati una centinaia. Saranno loro?

Una volta raggiunti, scopriamo che c’è ancora speranza: erano lì per Karola, per le ONG, per gli esseri umani. Avevano portato di tutto, insieme al loro entusiasmo e al loro senso del dovere.

Presidio prima dell’arrivo dei Gilets Gialli

Inizio prendendo la parola, spiegando chi siamo, dei migranti italiani che si trovano in un paese straniero, che siamo vittime di un incantesimo che cerca capri espiatori ad una crisi generata da politiche che hanno creato disoccupazione e quindi emigrazione verso il nord del mondo. 

Seguono gli interventi dei vari membri delle varie associazioni che danno ogni giorno un aiuto concreto a tante persone in difficoltà.

Giovanni prende la parola

Durante l’arrivo dei Gilets Gialli che si sono uniti alle nostre rivendicazioni, Giovanni recita questo testo qui tradotto in italiano.

Per un identità mediterranea.

Con un tweet del 24 settembre 2018, durante la crisi dell’odissea della nave Aquarius, un deputato nizzardo chiedeva “al governo francese di rifiutare l’entrata dell’Aquarius a Marsiglia”. Aggiungeva che “nessun porto francese deve diventare come Lampedusa”. Non era la prima volta che questo deputato interveniva sull’argomento. 

Con una nota pubblicata il 14 agosto sul suo sito, all’epoca in cui i nostri amici dell’associazione “Tous citoyens” avevano lanciato una petizione per accogliere l’Aquarius al porto di Nizza, si chiedeva “perché queste barche, se si tratta di salvare delle vite, non si dirigono in Libia, Tunisia o Algeria?”.

Il suo discorso è in totale continuità con quello tenuto dal ministro italiano Matteo Salvini e l’estrema destra italiana. 

I numerosi rapporti internazionali e la tragedia conosciuta dalla Libia questa settimana con il bombardamento del campo migranti, hanno provato che la Libia, paese in guerra civile, no, non è un porto sicuro. Nemmeno la Tunisia può essere considerato come tale né una destinazione per i migranti poiché la legislazione dello stato tunisino a proposito della protezione internazionale è ambigua e non assicura la sicurezza dei migranti. 

Noi pensiamo che la città di Nizza, la più grande città francese del Mediterraneo con Marsiglia, sia una città la cui storia è sempre stata caratterizzata dall’accoglienza e dalla mescolanza delle culture, come tutte grandi città portuali o di frontiera sparpagliate ai quattro angoli del Mediterraneo: Palermo, Napoli, Tangeri, Marsiglia, Algeciras, Barcellona, Orano, Alessandria, Atene, Beirut. 

Queste città hanno permesso con i loro scambi millenari dalle traversate delle prime imbarcazioni fenicie, e l’installazione dei primi empori in questo enorme spazio blu che è il Mediterraneo, di creare un’identità comune, un’identità transnazionale capace di riunire occidente e oriente, il nord e il sus: l’identità mediterranea. 

Peraltro, non bisogna dimenticare che il nome stesso d’Europa viene da Oriente, poiché era secondo il mito, il nome della principessa fenicia di Tiro, nell’attuale Libano. L’Europa ha le sue origini in Oriente, ed è a storia di uno spazio dove per tanto tempo il mare riuniva le terre, piuttosto che separarle come un muro.

Noi pensiamo che la città di Nizza meriti di essere meglio rappresentata, non dalle parole di un deputato nizzardo che riflette la tendenza ben diffusa tra i dirigenti politici europei, perché Nizza ha contribuito durante tutta la sua storia a partecipare e forgiare questa identità mediterranea nella quale crediamo.

Un’identità, quella mediterranea, che secondo Jacques Hutzinger  è “anzitutto culturale. Questa identità mediterranea ci appartiene, a noi europei del sud e magrebini, e attraversa tutte le nostre appartenenze, la nostra appartenenza all’Europa e al mondo arabo, al cristianesimo, o all’islam, al mondo sviluppato o al quello sottosviluppato.

Abbiamo dimenticato di essere anche mediterranei e non solo atlantici, occidentali o arabo-islamici. C’è una parentela fatta di cultura e di stile di vita, fondata sulla luce, la vigna, l’olivo, il verbo, il gesto, ma anche il dialogo, l’apertura, la riflessione, o ancora la sensibilità, l’affetto, la memoria”. 

E quindi si, che Nizza possa essere all’altezza della sua storia e simbolo di apertura e di accoglienza, di sensibilità e di luce. Noi chiediamo a Christian Estrosi, sindaco di Nizza, di dichiarare la sua disponibilità ad accogliere le navi delle ONG come la Sea-Watch, l’Aquarius, la Mediterranea, l’Alan Kurdi, e ad accogliere i rifugiati. 

Questo porto di Nizza è grande. Da un lato i grandi yachts di lusso e le grandi navi da crociera e turistiche ne disegnano la forma. Noi oggi, abbiamo scelto di trovarci qui al Quai des Docks, di fronte ai  pointus (1), queste piccole barche in legno a vela latina, così simili a quelle che possiamo trovare ovunque nel Mediterraneo, e che rappresentano come l’olivo e la vigna, quello che i greci chiamavano koiné, una lingua comune tra madrelingua differenti. Apriamo il porto di Nizza per farne un santuario e uno zoccolo di resistenza per tutti i cittadini appartenenti ad una stessa patria: il Mediterraneo.

Riflessioni a margine

Durante lo svolgimento del presidio, ho pensato tante cose, ma una mi è rimasta impressa: nessun giovane. Soltanto noi tre organizzatori, se giovani ci possiamo chiamare, abbiamo intorno alla trentina.

Il principio secondo cui la saggezza e l’autorità si fondano sull’esperienza è alla base delle nostre società, ma qui la questione non riguardava la saggezza. Era una questione di dovere e di necessità.

L’assenza di giovani volti mi ha fatto pensare che la necessità politica di esserci non appartiene forse alle nuove generazioni. Insomma chi prende il testimone di questa resistenza? E’ possibile che il sistema neoliberista abbia distrutto qualsiasi legame o costrutto sociale? Su chi possiamo contare?

Gli insulti su Facebook, i “chitelofaffare” delle persone vicine, la stretta regolamentazione di un diritto umano come quello della manifestazione, le paure di vivere in uno stato violento non mi hanno fatto vacillare sull’obiettivo, ma avrebbero potuto farmi rispondere negativamente a questi quesiti.

Poi pensando a Carola che ha 30 anni, mi sono reso conto che la lotta politica é tutta interna e personale, tra il voltare la faccia e fare parte della massa di indifferenti o l’esser vanamente fieri di far parte di un piccolo esempio di resistenza e giustizia. La sua scelta é stata d’esempio ed ha tracciato la via. 

Tutte le persone coinvolte in questa vicenda si sono stupite del fatto che non facessimo parte di alcuna organizzazione o associazione. Da liberi cittadini abbiamo creato qualcosa. Invito chiunque senta dentro quell’impulso ad agire, a farsi promotori di una qualsiasi forma di reazione. L’effetto è contagioso e totalizzante.

 

(1)nome delle piccole barche nizzarde

 

Categorie: Diritti Umani, Fotoreportages, Migranti, Opinioni, Politica
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