Ripensare il sostegno ai rifugiati: Rispondere alla crisi nell’Europa sudorientale

28.02.2019 - Pressenza London

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Greco

Ripensare il sostegno ai rifugiati: Rispondere alla crisi nell’Europa sudorientale
“Samos Jungle" alloggi informali al di fuori del Centro di accoglienza di Vathy (Foto di Gemma Bird)

La crisi migratoria iniziata nel 2015 ha avuto un forte impatto sui paesi dell’Europa sudorientale.

Nel delineare i risultati e le raccomandazioni di un nuovo progetto, Amanda Russell Beattie, Gemma Bird, Jelena Obradovic-Wochnik e Patrycja Rozbicka spiegano che la risposta dell’UE alla crisi ha portato all’esternalizzazione degli insediamenti di rifugiati e dell’assistenza a Stati come la Serbia, la Grecia e la Bosnia, precedentemente descritti come paesi di “transito”. Ciò comporta il sovraffollamento dei campi profughi e dei centri di accoglienza, nonché la difficoltà di garantire adeguati standard di assistenza e di alloggio.

Il 26 febbraio, in occasione di un evento a Londra, presenteremo i risultati di un ampio progetto che risponde all’attuale crisi del sostegno ai rifugiati in Grecia e in Serbia. I risultati del nostro progetto suggeriscono che i cambiamenti nella gestione delle frontiere dell’UE hanno limitato gli spostamenti dei rifugiati attraverso l’Europa e, come tali, hanno portato all’esternalizzazione dell’insediamento e dell’assistenza ai paesi precedentemente descritti come paesi di “transito” lungo le rotte balcaniche: Serbia, Grecia e Bosnia.

Nel 2016 Donald Tusk, si è così rivolto “a tutti i potenziali migranti economici illegali, da qualsiasi parte del mondo: non venite in Europa….. Non servirà a niente. La Grecia o qualsiasi altro paese europeo non sarà più un paese di transito”. La sua intenzione era quella di ridurre il numero di rifugiati lungo il percorso.

Tuttavia, mentre il numero di rifugiati che arrivano nei paesi dell’Europa sudorientale è complessivamente diminuito dal 2015, il flusso di persone continua comunque, con 139.300 persone che nel 2018, secondo l’UNHCR, arrivano attraverso la rotta del Mediterraneo. È importante sottolineare che i nuovi arrivati non sono in grado di transitare attraverso l’Europa sudorientale e rimangono “bloccati” nei paesi di transito, il che sta portando a un sovraffollamento dei campi profughi e dei centri di accoglienza e a risorse limitate per garantire standard di assistenza e alloggio adeguati.

Il nostro rapporto analizza i problemi relativi ai servizi di sostegno ai rifugiati e all’alloggio in questi paesi e lungo le rotte balcaniche verso l’Europa occidentale. La relazione evidenzia la disparità dei servizi per i rifugiati, delle condizioni abitative e di vita nella regione e le crisi umanitarie acute e in corso. Vi sono diversi fattori chiave che incidono sulle cattive condizioni di vita dei rifugiati, tra cui: il sovraffollamento, la frammentazione dei servizi lungo le rotte e la mancanza di coerenza nella gestione dei campi.

Esiste una serie di altre opzioni abitative per i rifugiati nei paesi di transito: campi informali e di fortuna, occupazioni, alberghi e sistemi di alloggio finanziati dall’ONU, noti come “rifugi urbani”, ognuno con i propri punti di forza e di debolezza.

Principali conclusioni

Ci sono sei conclusioni chiave del nostro progetto. In primo luogo, abbiamo scoperto che le dimensioni della popolazione e i livelli di sovraffollamento sono uno dei fattori fondamentali che influenzano l’offerta e la qualità della vita in tutti i tipi di alloggi per rifugiati. I campi continentali, così come la fornitura di alloggi informali come le occupazioni , sono in grado di controllare il numero di residenti, mentre i centri di accoglienza delle isole hanno un controllo molto minore e come tali sono sovraffollati, con persone bloccate in questi spazi per un periodo di 18 mesi.

In secondo luogo, le relazioni tra i campi, i centri di accoglienza e i servizi del terzo settore svolgono un ruolo chiave nel determinare l’accesso all’assistenza sanitaria, ai servizi igienico-sanitari, al sostegno psicosociale e agli spazi comunitari e se questi ultimi sono forniti all’interno o all’esterno degli spazi di alloggio. Nelle aree in cui il rapporto tra i campi e le ONG è buono, i rifugiati possono beneficiare di centri per donne e bambini, lezioni di lingua, assistenza sanitaria, lavanderia, distribuzione di vestiti e migliori strutture per la doccia all’interno dei confini del campo. Nelle aree in cui questa relazione è meno collaborativa, questi servizi sono accessibili solo al di fuori dei centri di accoglienza e spesso con minore frequenza.

In terzo luogo, la mancanza di chiarezza e trasparenza delle procedure di asilo porta ad una maggiore ansia per il processo. La mancanza di conoscenza di come funziona il processo, di cosa succede in ogni fase e del significato di ogni decisione porta i rifugiati, in particolare i minori non accompagnati, a infrangere regole di cui ignoravano l’esistenza, rendendoli più vulnerabili.

In quarto luogo, le diverse forme di sostegno all’alloggio dipendono dalle circostanze individuali; tuttavia vi è una mancanza di flessibilità, in particolare nei casi vulnerabili in cui non è adatto un approccio “taglia unica per tutti”. Nei casi in cui le persone hanno subito un trauma, trasferirle fuori dai campi e negli appartamenti sembra essere la soluzione migliore. Tuttavia, per alcune persone che condividono appartamenti con altre persone ugualmente traumatizzate, la situazione può peggiorare piuttosto che migliorare.

In quinto luogo, i rifugiati finiscono per scegliere alloggi informali, come le occupazioni e gli insediamenti improvvisati, per due ragioni principali: condizioni di campo pessime o sovraffollamento e incertezza sul processo di asilo, comprese le lunghe attese per i colloqui di asilo in Grecia. Migliorare sia le condizioni di fornitura formale di alloggi sia la trasparenza della procedura di asilo aiuterà a ridurre la dipendenza da attivisti e organizzazioni di volontariato per la fornitura di alloggi informali.

Infine, manca un sostegno formale per le persone che vivono in alloggi informali, in particolare per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, il cibo e i servizi igienico-sanitari. Mentre gli alloggi informali sono ancora utilizzati dai rifugiati, con alcuni luoghi occupati che si dichiarano addirittura pieni e utilizzano una lista d’attesa, è necessario un maggiore riconoscimento di queste forme di alloggio per garantire che i rifugiati abbiano ancora accesso a cure sanitarie che normalmente richiederebbero un indirizzo per la registrazione.

Raccomandazioni per un cambiamento di politica

Abbiamo cinque raccomandazioni per il cambiamento di politica. In primo luogo, vi è l’urgente necessità di gestire il numero di persone che vivono nei centri di accoglienza delle isole aumentando il numero di trasferimenti verso la Grecia continentale o altrove in Europa e migliorando le condizioni di vita e l’approvvigionamento nel continente.

In secondo luogo, sono necessari una maggiore trasparenza e un dialogo più intenso tra alcuni centri di accoglienza e l’offerta del terzo settore.

In terzo luogo, si dovrebbe aumentare con urgenza la capacità di trattare le domande di asilo in Grecia, riducendo così gli attuali tempi di attesa e il sovraffollamento dei centri di accoglienza. Per ridurre l’ansia delle persone che vivono nei centri di accoglienza, sono necessarie maggiori e migliori informazioni sui tempi di attesa previsti e sul significato di ciascuna fase della procedura di asilo.

In quarto luogo, è necessaria una maggiore flessibilità nella fornitura di alloggi, soprattutto per i casi vulnerabili in cui le esigenze dei singoli individui sono molto diverse. A tal fine sono necessarie maggiori risorse.

Infine, è necessario aumentare i finanziamenti e il sostegno al programma dell’ESTIA dell’ONU “Urban Shelter”, che trasferisce i rifugiati dai campi e li accoglie in appartamenti, nonché aumentare la capacità degli alloggi al di fuori dei campi e creare incentivi per le autorità locali riluttanti a cooperare con il programma.

Le nostre recenti visite ad Atene e Samos hanno ribadito la necessità di questi cambiamenti. Il Centro di accoglienza di Samos ha una capacità ufficiale di 700 persone, ma tra dicembre 2018 e gennaio 2019 si stima che circa 5.000 persone attendevano sull’isola una decisione in materia di asilo. Tale sovraffollamento porta a lunghe code per il cibo, per le docce, per i servizi di lavanderia e per l’informazione e il supporto legale, così come maggiori rischi di violenza di genere, malattie e traumi. Anche gli spazi occupati e i fornitori di alloggi informali ad Atene sono ora costretti a dichiararsi al completo con uno spazio limitato a disposizione per ospitare le persone e un luogo occupato che parla di una lista d’attesa di oltre 400 persone. L’Europa sudorientale è testimone di una crisi in corso, una crisi di sostegno e di fornitura.

Le autrici di questo articolo fanno parte del progetto IR_Aesthetics che, in collaborazione con The Foreign Policy Centre, presenterà un rapporto alla Portcullis House di Londra il 26 febbraio, rispondendo all’attuale crisi del sostegno ai rifugiati in Grecia e Serbia, e fornendo suggerimenti chiave per il cambiamento sulla base delle ricerche sul campo condotte nella regione tra il 2017-2019.

Nota: Questo articolo fornisce le opinioni delle autrici, non la posizione dell’EUROPP – European Politics and Policy o della London School of Economics.

Amanda Russell Beattie – Aston University

Amanda Russell Beattie è docente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Aston University.

Gemma Bird – Università di Liverpool

Gemma Bird è docente di Politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Liverpool.

Jelena Obradovic-Wochnik – Aston University

Jelena Obradovic-Wochnik è vicedirettore dell’Aston Centre for Europe ed esperta in politica dei Balcani occidentali, della Serbia e del Kosovo.

Patrycja Rozbicka – Aston University

Patrycja Rozbicka è docente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Aston University.

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Categorie: Europa, Migranti, Opinioni
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