Vi spieghiamo perché la manovra è contro il popolo, in 8 semplici punti

25.12.2018 - Potere Al Popolo

Vi spieghiamo perché la manovra è contro il popolo, in 8 semplici punti
(Foto di https://poterealpopolo.org)

Se avessimo approvato manovre economiche sotto dettatura, come hanno fatto i precedenti governi non ci troveremmo a Natale ad approvare la manovra. L’Italia si è fatta finalmente sentire”. A pronunciare queste parole, con sprezzo del ridicolo, è stato il nostro imbarazzante Ministro dell’Interno, per giustificare una manovra che è stata approvata al Senato, tra le proteste, ieri, e sarà definitivamente licenziata alla Camera il 28 Dicembre, a tre giorni dalla scadenza.

Il governo italiano si è arreso senza battere ciglio alle imposizioni della Commissione Europea, dopo mesi di dichiarazioni roboanti e bellicose. Facciamo due conti.

  1. Rapporto Deficit/PIL

La spesa preventivata dal governo prima dell’inizio della trattativa, misurabile in un rapporto tra entrate e uscite e fissata al 2,4%, era già in linea con le regole dell’UE e con quanto fatto negli ultimi 3 anni, quindi non era espansiva. Quella imposta al termine della trattativa, al 2,04%, è esattamente in linea con quanto chiedeva Tria – il ministro imposto da Mattarella proprio per tranquillizzare l’UE – all’inizio, cioè tra l’1,8% e il 2%. In soldoni significa 7,5 miliardi in meno. Da dove sono stati tolti?

  1. Reddito e Pensioni

Ben 4,7 miliardi, quasi il 63% della sforbiciata, vengono tolti alle due misure bandiera di Lega e 5 Stelle, Reddito e Quota 100.Il reddito passa da 9 a 7,1 miliardi di copertura; la cosiddetta quota 100 da 6,7 miliardi a 3,9. Meglio questo che niente?Insomma. I 7 miliardi previsti finanzieranno un finto reddito, che sarà di 780 euro, la cifra promessa in campagna elettorale, solo per i single che vivono in affitto e hanno reddito zero; per tutto il resto della platea – 5 milioni di potenziali beneficiari – la cifra andrà da 500 euro a scendere, e sarà erogata direttamente alle imprese o alle agenzie private per il lavoro in caso di assunzione. In pratica il meccanismo è lo stesso dei vecchi incentivi per le assunzioni, con un miliardo di spesa in più per la ristrutturazione dei centri per l’impiego e con un aumento enorme del controllo sui poveri, per evitare che sprechino i milioni che stanno per ricevere in birre e sigarette. L’UE chiama, lavoratori e disoccupati pagano. E il resto dei soldi?

  1. La mannaia dell’aumento dell’IVA

Le clausole di salvaguardia sono state inventate da Berlusconi e da allora utilizzate come escamotage per rendere le manovre gradite ai tecnici di Bruxelles. In pratica si dice che se i conti non quadrano per l’anno della manovra, saranno coperti con aumenti di IVA e accise o con la diminuzione di agevolazioni e detrazioni per gli anni successivi. L’ultimo anno ammontavano a 12,4 mld, mentre ora salgono a 23 mld per il 2020 e 28,5 mld per il 2021. Insomma, se i conti non tornano nel 2019 – e con la nuova crisi alle porte è possibilissimo – dal 2020 l’IVA salirebbe dal 22% al 26,5%. L’IVA è la “tassa sui poveri” per eccellenza perché, essendo un’imposta sul consumo e non sui redditi, incide proporzionalmente meno sui redditi alti.

  1. Se lavori puoi morire povero

Nessun aumento consistente per le spese sanitarie, e in più un taglio del 30%, 415 milioni, per i contributi assicurativi che le imprese pagano all’INAIL. L’Istituto per la sicurezza e gli infortuni sul lavoro perde una quota consistente di denaro, che inoltre viene “compensata” da un taglio di 110 milioni agli interventi in materia di formazione. Successivamente il taglio salirà a 600 milioni. In vista c’è anche un taglio delle detrazioni IRPEF per spese sanitarie, mutui e spese universitarie, sempre per sconfiggere la povertà.

  1. Se sei ricco, ridi

Chi ha evaso il fisco negli ultimi dieci anni può saldare il debito senza sanzioni o interessi. Le pensioni d’oro vengono sottoposte al prelievo di solidarietà solo per la quota eccedente i 100.000 euro, per un totale di soli 76 milioni recuperati da una platea di circa 25.000 pensionati ricchi. La riformulazione degli adeguamenti pensionistici, invece, peggiora complessivamente il trattamento rispetto a quanto previsto dalla legge del 2000, che doveva tornare in vigore quest’anno.

  1. Un bel regalo di Natale alle mafie

Dopo l’abolizione del divieto di vendita dei beni sequestrati alle mafie, salta anche il limite alle spese per lavori che i Comuni potranno sostenere senza fare gare d’appalto: fino a 150000 euro! Inizialmente era previsto addirittura un tetto di 200.000 euro, poi per volere dei 5 Stelle sarebbe stato abbassato. Dai 150.000 ai 350.000 euro, però, l’affidamento dei lavori sarebbe possibile previa consultazione di almeno tre operatori economici. Nella lingua che conosciamo noi “consultare” non è sinonimo di “indire una gara”. In pratica in questo modo quasi il 70% degli affidamenti potrà avvenire direttamente, alla faccia del principio della concorrenza con cui massacrano lavoratrici e lavoratori. 7 miliardi a disposizione discrezionale dei sindaci, e se si considera che la certificazione antimafia diventa obbligatoria solo dopo i 150.000 euro, è facile capire chi ci guadagnerà. Non che prima la mafia non potesse infiltrare le gare, ma adesso, grazie al governo, non dovrà nemmeno fare lo sforzo di partecipare: è proprio vero che gli amici si riconoscono nel momento del bisogno!

  1. Investimenti nella PA…fra due anni

Cade il blocco del turn-over e partono le coperture per un consistente numero di assunzioni, ampiamente previsto a causa del fatto che la Pubblica Amministrazione, in seguito al blocco del turn-over negli anni scorsi, era arrivata al limite minimo di funzionamento. I concorsi saranno, a detta del governo, banditi entro febbraio, ma le assunzioni scatteranno a metà novembre prossimo, non prima, per non far ricadere la spesa di servizio sul bilancio 2018. Insomma, vinci ma aspetti ad essere assunto. E se i conti non dovessero tornare? Come si può aumentare l’IVA, così si possono prorogare ulteriormente le assunzioni…

  1. I terroni sono sempre terroni

Un’altra quota consistente di tagli per riequilibrare i conti – 1,65 miliardi – verrà dal fondo coesione e sviluppo, quello che finanzia gli investimenti al Sud in ricerca, istruzione, coesione sociale. Una manina, inoltre, ha reinserito un incentivo per i termovalorizzatori nel maxiemendamento. Al di là della facciata, quindi, per la Lega il Sud è sempre lo stesso: la fogna d’Italia, a cui togliere soldi e lasciare i rifiuti da bruciare.

Conclusioni

Queste sono solo alcune delle misure previste dalla legge di Bilancio più discussa degli ultimi anni, quella da cui ci si aspettava un cambiamento reale. I vincoli europei hanno riportato a più miti consigli il governo del “glielo facciamo vedere noi all’Europa”, che è partito leone ed è tornato cagnolino: entro luglio dovrà anche tornare a Bruxelles con “i compiti fatti”, per vedere se il duo di pecoroni si è comportato bene, ha imparato la lezione, o ha bisogno di qualche severa ripetizione. La manovra, in sintesi, è uguale a quelle degli anni scorsi: meno soldi ai lavoratori, più alle imprese, in un quadro generale di contenimento della spesa che lascia scontenti tutti. Gli imprenditori, infatti, in crisi di profitto e in vista del raffreddamento della crescita previsto, non si accontentano e vogliono sempre di più, nonostante abbiano avuto già tantissimo negli ultimi anni; i lavoratori soccombono su tutti i fronti, diritti, salario, welfare, pensioni.

L’UE chiama e impone vincoli di spesa sempre più stringenti: i governi tagliano ma non in modo equo, bensì facendo pagare i conti a chi li paga da decenni. Non si tratta soltanto, quindi, di quanti decimali strappare al rapporto deficit/PIL, ma anche di decidere chi deve pagare il costo dell’ “integrazione”. In tutta Europa tutti i governi, da Macron a Orban, al di là della facciata mettono in pratica le stesse misure: un costante trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti, in barba ad ogni apparenza di “equità” e al di là della apparente opposizione della destra più rozza e barbara ai diktat dell’Unione Europea. Liberali e sovranisti giocano a battagliare ma sono uniti, da Ovest a Est, quando si tratta di massacrare lavoratrici e lavoratori.

La sola via d’uscita alla finta contrapposizione è la costruzione di una vera opposizione, che abbia ben chiari gli interessi popolari e li persegua con radicalità e determinazione. Ce l’hanno mostrato i gilet gialli, che hanno bloccato la Francia con un vero e proprio piano contro l’austerità, per i salari e i diritti. La forza dell’azione popolare ha fatto saltare in aria ogni regola: la Francia potrà, se necessario, superare il 3% del rapporto deficit/PIL, in ragione delle “tensioni sociali” che si vivono all’interno del paese.

Il nostro compito principale, quindi, è fare l’impossibile per far esplodere queste tensioni anche da noi: finirla con la guerra tra sfruttati, quale che sia il colore della pelle e la nazionalità, unirci e rivolgere l’attacco agli sfruttatori. In seconda battuta dobbiamo lavorare, e studiare, per dotarci di un programma serio e credibile di opposizione ai diktat che i padroni impongono attraverso i dispositivi di comando nazionali e sovranazionali, con gli Stati e con l’UE: molte forze in Europa, da Podemos alla France Insoumise, stanno lavorando da tempo per avere, in alternativa ad una riforma radicale dei trattati che ci rendono schiavi, un piano serio e credibile di rottura, senza il quale si soccombe. Lo abbiamo imparato dalla Grecia nel 2015 – e fu una tragedia – , lo vediamo ripetersi oggi in Italia – ed è una farsa.

Potere al Popolo ha lavorato a questo dal primo giorno di esistenza, con tutte le forze a disposizione. Abbiamo dimostrato di essere l’unica forza di opposizione credibile tra una destra liberista e una sovranista; abbiamo affermato chiaramente che i trattati europei, il pareggio di bilancio, il fiscal compact vanno cancellati come primo passo per la ripresa della lotta contro l’austerità che ci ha devastato. Abbiamo lavorato, con altri soggetti politici e sociali, a unire concretamente gli sfruttati, riempiendo le piazze insieme alle lavoratrici e ai lavoratori immigrati il 16 giugno e il 15 dicembre, in guerra contro l’infame decreto sicurezza. Abbiamo affermato nelle strade che abbiamo un’altra idea di scuola, un’altra idea di società, un’altra idea di sviluppo, e che non siamo soli. Tutta l’Europa si sta sollevando contro i nostri affamatori, che hanno gli stessi nomi e le stesse facce da un capo all’altro del continente. Il nostro compito è unirci, in una prospettiva internazionalista, per il cambiamento politico e sociale. Il nostro compito è di continuare come e meglio di prima, per costruire l’alternativa al baratro in cui ci vogliono far precipitare.

 

 

Categorie: Economia, Europa, Politica
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