Il nuovo paradigma di sicurezza: armi e sovranismo

31.12.2018 - Alessandro Pascolini

Il nuovo paradigma di sicurezza: armi e sovranismo

.L’anno che si sta concludendo presenta un bilancio nettamente negativo per quanto riguarda lo stato della sicurezza mondiale, che richiede non solo la soluzione dei conflitti armati ma anche il rafforzamento della garanzia (o almeno speranza) dell’impossibilità di future guerre, in primis con armi nucleari. Abbiamo avuto un notevole aggravamento della situazione globale con una stasi, se non arretramento, sul fronte del disarmo e del controllo degli armamenti.

Questa tendenza è largamente dovuta al consolidarsi nel corso dell’anno di due aspetti negativi, che stanno caratterizzando la situazione presente:

– la re-militarizzazione delle politiche di sicurezza nazionale,

– un crescente atteggiamento sovranista, che propugna una via “autarchica” alla sicurezza nazionale, a spese di soluzioni collettive.

Le ultime stime delle spese militari vedono infatti un generale aumento delle spese militari in tutto il mondo, che hanno superato i 1700 miliardi di dollari, oltre il 2,2% del prodotto mondiale lordo, con un vertiginoso aumento delle acquisizioni di nuovi sistemi d’arma, dal munizionamento delle armi leggere ai missili, e la crescita del traffico di armi (sia legale che illegale).

Il potenziamento del settore militare è più evidente nelle grandi potenze, gli USA in primis, che nella Nuclear posture review decidono un massiccio rafforzamento dei propri sistemi nucleari per mantenere una superiorità militare rispetto a Russia e Cina e per far fronte alle minacce percepite di Corea del Nord e Iran. La Russia ha continuato il suo deciso ammodernamento delle forze militari in tutti i settori, contemplando nuove armi nucleari; la Cina, divenuta seconda per spese militari, sta trasformando il suo esercito in uno strumento moderno ed efficiente e rendendo operativa la forza nucleare sottomarina; India e Pakistan hanno continuato nello sviluppo e diversificazione degli armamenti nucleari e l’India ha militarizzato il confine himalaiano con la Cina.

Israele, oltre ad aumentare le proprie capacità offensive, sta potenziando il suo sistema antimissile Iron dome. Cresce la militarizzazione del Medio Oriente (la regione che dedica alla spesa militare oltre il 5% del reddito nazionale), in particolare con gli enormi acquisti di armi da parte dell’Arabia Saudita (terzo paese mondiale per spesa militare) e lo sviluppo delle capacità missilistiche dell’Iran. Anche i paesi europei della NATO hanno aumentato le spese militari, come pure Argentina e Brasile. Il Giappone sta creando capacità offensive per le proprie forze armate, con notevoli aumenti delle spese militari, l’acquisizione di missili cruise, la trasformazione di una nave portaelicotteri a portaerei per gli F-25, lo sviluppo di missili ipersonici. All’estremo inferiore delle “potenze” mondiali, lo stesso Kossovo ha deciso lo scorso 14 dicembre la creazione di un esercito nazionale di 5.000 uomini.

Segnale ulteriore della crescita del ruolo militare per la sicurezza, nel corso del 2018 sia la Russia che la NATO che il Giappone hanno svolto le maggiori esercitazioni militari dai tempi della guerra fredda.

Vostok 18 si è svolta in due fasi da luglio al 17 settembre in Siberia orientale e ha impegnato 300.000 militari russi (di cui si stimano 75.000 impegnati in operazioni a fuoco), 1.000 fra aerei ed elicotteri, 36.000 carri armati, forze missilistiche e 80 navi.

La prima fase ha riguardato attività logistiche per la concentrazione delle forze con gli equipaggiamenti e rifornimenti nelle zone di operazione; la seconda fase “attiva” (11-17 settembre) ha compreso le esercitazioni vere e proprie e, per la prima volta dai tempi dell’URSS, combattimenti fra forze contrapposte “rossi” e “blu”, per verificare la rapidità ed efficacia nel respingere un attacco nella zona di Tsugol, con azioni aereo-navali nei mari di Bering, Okhotsk e del Giappone. All’esercitazione ha partecipato anche un contingente mongolo e uno cinese del 78 corpo d’armata (3.000 uomini con 900 fra carri armati e veicoli militari e 30 mezzi aerei).

Dal 25 ottobre al 7 novembre la NATO (con la partecipazione anche una decina di altri paesi) ha svolto in Norvegia, e nelle aree circostanti del mar Baltico e dell’Atlantico fino all’Islanda, l’esercitazione Trident Juncture 2018, per saggiare la capacità di risposta delle forze dell’alleanza a un attacco nemico in Nord-Europa.

Le forze coinvolte hanno compreso 50.000 uomini, circa 150 aerei, 65 navi e 10.000 veicoli. Un obiettivo era verificare i tempi e modi dello schieramento di forze canadesi e americane sul supposto fronte e la capacità operativa in condizioni ambientali difficili, nonché l’efficacia di azioni anti-sommergibile e di controllo aereo. Alle azioni sul campo si sono affiancate attività di guerra cibernetica e simulazioni al calcolatore.

Dal 29 ottobre al 2 novembre Giappone e USA hanno condotto la maggiore delle biennali esercitazioni Keen Sword, con la partecipazione di 47000 uomini giapponesi, 10000 americani e forze navali canadesi. Comprese simulazioni di combattimenti aerei, difese antimissile balistico, operazioni di sbarco anfibie.

Abbiamo così a livello globale la liquidazione, che temo definitiva, di un approccio alle relazioni internazionali basato sulla ricerca di una “sicurezza comune”, concetto sviluppato all’apice della guerra fredda dalla “commissione Palme” (Independent Commission on Disarmament and Security Issues, 1980-83), impostazione che ha enormemente contribuito al superamento del confronto militare fra i due blocchi in Europa e ha ispirato l’azione di molti politici, fino a Obama.

Il nuovo paradigma che si sta instaurando in molti paesi come base dei rapporti internazionali è il sovranismo, la posizione politica che propugna come unico criterio di azione il rispetto assoluto della sovranità nazionale, in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.

Il “prima noi”-ismo non riconosce i diritti degli altri, impedisce il dialogo, ricerca nella relazione con gli altri solo posizioni vantaggiose, nella erronea percezione che nel quadro attuale di interdipendenza (quasi) globale sia possibile una via autarchica alla sicurezza nazionale, necessariamente basata sulla forza militare. Ritiene obsoleta ogni forma di controllo degli armamenti e mette in crisi e indebolisce le istituzioni internazionali, come sovrastrutture inutili, se non dannose per gli interessi sovranisti.

Il nuovo approccio è stato promosso a livello internazionale dal presidente americano Trump nel suo messaggio all’Assemblea delle Nazioni Unite lo scorso 25 settembre, in cui ha precisato il senso della sua versione di sovranismo, da lui chiamato principled realism, “realismo basato su principi”: “La politica Americana del principled realism significa che non resteremo ostaggi di vecchi dogmi, ideologie discreditate e di così-detti esperti che si sono dimostrati erronei più e più volte nel corso degli anni. … Non cederemo mai la sovranità dell’America a una burocrazia globale non eletta, e senza responsabilità. L’America è governata dagli americani. Rifiutiamo l’ideologia del globalismo e abbracciamo la dottrina del patriottismo. Le nazioni responsabili in giro per il mondo devono difendersi contro le minacce alla propria sovranità.”

Il “principio” da rispettare è chiaramente la sovranità assoluta dei singoli stati, mentre il “realismo” riguarda i rapporti di forza fra i paesi.

Nella suo intervento a Brussels il 4 dicembre scorso il segretario di stato americano Michael R. Pompeo (Restoring the role of the nation-state in the liberal international order) ha sviluppato il concetto di “principled realism”, sottolineando come esso comporti il superamento delle istituzioni internazionali, con attacchi diretti all’Organizzazione degli stati americani, l’Unione africana, la Banca mondiale, l‘Organizzazione mondiale del commercio, il Fondo monetario internazionale, e, naturalmente, l’invito ai paesi europei di liquidare l’Unione europea (“L’Unione europea sta assicurando che gli interessi dei paesi e dei cittadini siano posti prima di quelli dei burocrati di Brussels?”). Ma anche l’ONU “continua a servire fedelmente alla sua missione?”: le missioni di pacekeeping non hanno portato a nulla (e i finanziamenti americani sono stati ridotti a un quarto), i trattati ONU sul clima non sono altro che un mezzo per ridistribuire il reddito, il Consiglio dei diritti umani collude con i nemici degli USA e la Corte criminale internazionale pretende giurisdizione sui militari americani.

In base al principled realism si possono scegliere a secondo del proprio interesse i trattati da rispettare e quelli da cui ritirarsi, dal Trattato di Parigi sul clima allo Joint Comprehensive Plan Of Action (JPCOA) con l’Iran e altri paesi, ovvero da cancellare, come quello sulle forze nucleari intermedie (INF), o semplicemente ignorare, come il Budapest Memorandum on Security Assurances (5 dicembre 1994) per occupare militarmente la Crimea e tentare di impossessarsi del mare d’Azov. Il sovranismo permette di approfittare del diritto di veto per impedire la punizione di criminali di guerra o per bloccare negoziati sul blocco della produzione di materiali fissili esplosivi o sull’introduzione di regole sulla militarizzazione dello spazio e della rete cibernetica.

Il principio è ovviamente funzionale ai paesi più forti per imporre la propria volontà a paesi più deboli, ancorché essi stessi sovranisti. Permette di abbandonare al loro destino gli alleati curdi quando la partecipazione a un conflitto non paga più in termini politici interni, occupare militarmente territori e estendere la propria zona d’influenza su zone oceaniche.

Un tale sistema di rapporti internazionali trasforma il mondo in un insieme anarchico di paesi, ove assoluta diventa la necessità di ognuno di acquisire la massima capacità militare per autodifesa. Modello universale potrebbe diventare la Corea del Nord, che ha quale ideologia fondante appunto la forma più compiuta e coerente di sovranismo, la juche, introdotta nel 1972 dal presidente Kim Il-sung in sostituzione del marxismo-leninismo con obiettivi l’indipendenza politica, l’autosufficienza economica e l’autodifesa in termini militari. Autodifesa che implica l’acquisizione anche di armi nucleari per poter far fronte a un avversario con tali armi. Un mondo quindi di diffidenza e chiusura, e pertanto di insicurezza totale.

In un tale mondo lo stesso concetto di disarmo diventa un nonsenso, una politica di non proliferazione una contraddizione al principled realism e il negoziato di nuovi trattati per il controllo degli armamenti un futile esercizio senza alcuna prospettiva di qualche efficacia.

Se il sovranismo e la militarizzazione della sicurezza non possono venir contrastati in tempo e sono destinati a diventare il nuovo paradigma universale dei rapporti internazionali, occorre trovare anche per la prospettiva del disarmo un nuovo paradigma efficace nella situazione che si sta creando. È necessario un principio organico centrale, una linea guida, che prenda il posto del controllo degli armamenti basato sul principio della parità sostanziale fra le capacità militari dei vari paesi e la mutua accettazione della propria vulnerabilità in caso di conflitti armati, principio ormai incompatibile col sovranismo. Si tratta di una sfida culturale estremamente difficile ma assolutamente necessaria, per non procedere contro il riarmo con iniziative occasionali e sporadiche. È tempo di rimettersi a pensare.

Categorie: Opinioni, Questioni internazionali
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