Signor nessuno

18.07.2018 - Silvia Nocera

Signor nessuno
(Foto di wikimedia commons)

Lo so, non è un film di quest’anno, ma io l’ho visto solo adesso Mr Nobody, dopo averne sentito parlare parecchio a suo tempo. Mr Nobody, oppure Mr Everybody, mi verrebbe da dire.
 Per chi non l’ha visto, si tratta di una pellicola del 2009, di produzione quasi tutta europea, scritta e diretta dal regista belga Jaco Van Dormael, quello di Dio esiste e vive a Bruxelles, per intenderci.
Questa volta lo sguardo paradossale di Van Dormael si cimenta nel genere fantastico, ma la dimensione esistenziale è sempre al centro, al di là delle teorie più o meno scientifiche che lo ispirano.
La teoria del caos e l’affascinante effetto farfalla, la teoria delle stringhe e il big crunch, si manifestano nella vita, o nelle diverse vite possibili, del nostro Signor Nessuno. Se da una parte rafforzano il valore e l’intrinseca potenza della scelta, dall’altra ne mostrano il limite in una ambivalenza che a volte ci confonde e a volte ci chiarisce mentre guardiamo il film, come anche nella vita.

Credo che tutti abbiamo esperienza di questa dualità. A volte la nostra intenzione ha una forza tale da superare qualsiasi ostacolo, anche se prima sembrava impossibile. Altre volte invece un incidente stupido e imprevedibile, prodotto da chissà cosa e chissà dove, può far deviare moltissimo i nostri progetti.
E in questo flusso di vita navighiamo, più o meno consapevolmente.

Ma quello che mi ha colpito di più in tutta questa vicenda dalle infinite varianti, tutte valide e con un loro senso, tutte di per sé “giuste”, è la visione dell’essere umano che ne deriva. E non solo il concetto, ma anche la sensazione che la presenza di un umano al nostro fianco potrebbe regalarci, se solo adottassimo quel modello che Van Dormael insinua, quasi sottobanco.
Nemo a dieci anni affronta la separazione dei genitori e una scelta francamente impossibile: andare con papà o con la mamma? Dentro di lui si dipanano in pochi istanti i destini più diversi, come conseguenze di quella scelta. Dentro di lui c’è un mondo in cui, alla fine, anche noi ci riconosciamo, un universo dinamico in continuo cambiamento e con imprevedibili possibilità di sviluppo. Anche noi abbiamo un milione di film personali dentro, che si dibattono ogni qual volta ci troviamo di fronte a delle scelte o a riflettere sulla nostra vita, sul nostro futuro, su chi siamo. E ogni tanto ce ne siamo anche resi conto, forse per un attimo.

E allora mi sono chiesta: come sarebbe il mondo, se ciascuno di noi mentre cammina per strada, quando fa la spesa al supermercato, durante l’attesa allo sportello della posta, quando si appoggia con la schiena al palo di metallo vibrante sull’autobus, mentre divaga con i colleghi in una pausa del lavoro o con gli amici davanti a una birra, durante una operazione chirurgica o l’osservazione di fenomeni chimici o fisici in un laboratorio, quando porta i figli a scuola o si trova bloccato in mezzo al traffico urbano; come sarebbe il mondo se ciascuno di noi, in ogni momento, percepisse veramente se stesso e gli altri umani intorno a sé, come dei caleidoscopi di opzioni incredibili e di futuri inmprevedibili, semplicemente compressi all’interno di un piccolo e limitato involucro mortale?

Come sarebbe?

Categorie: Cultura e Media, Europa
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