Decreto Dignità: di cosa si tratta e qualche valutazione

03.07.2018 - Potere Al Popolo

Decreto Dignità: di cosa si tratta e qualche valutazione
(Foto di Flickr)

Ovvero come il mix “propaganda+qualche piccolo miglioramento” riesce ad essere meglio del Jobs Act).

Il “Decreto Dignità” varato ieri sera dal Consiglio dei Ministri interviene su lavoro, aiuti statali, ludopatia e fisco. E’ stato varato dopo un percorso travagliato, perché ha visto schierarsi contro i padroni del paese, Confindustria e i suoi più fedeli servitori nella compagine governativa. Il fatto che Confindustria, per bocca del suo giornale, sia profondamente irritata fa già sorridere, ma purtroppo, nella sostanza, il sorriso si ferma qua (almeno per quanto riguarda il lavoro). Entriamo nel merito.

RIPRISTINO DELLE CAUSALI

Il governo reintroduce l’obbligo di indicare la ragione – temporale, sostitutiva, organizzativa, stagionale – per il ricorso ai contratti a termine, ma solo nel caso in cui durino più di dodici mesi. I contratti a termine con durata pari o inferiore a 12 mesi sono circa il 78% del totale dei contratti a tempo determinato, quindi di fatto questa misura toccherà solo il 22% dei contratti, anzi meno perché si può supporre che le aziende saranno spinte a fare contratti più brevi.

RIDUZIONE DEL NUMERO DEI RINNOVI

Il numero massimo possibile di rinnovi passa da 5 a 4, in un arco temporale massimo che, a sorpresa, scende da 36 a 24 mesi (fonte: il Sole 24 Ore). Ogni rinnovo dovrà essere motivato – superati i 12 mesi di cui sopra – e costerà lo 0,5% in più del periodo precedente, in aggiunta all’ 1,4% già previsto dalla normativa precedente. Prima l’aumento del costo scattava solo dal secondo rinnovo.

LAVORO IN SOMMINISTRAZIONE

Al lavoro in somministrazione si applicheranno le stesse norme dei contratti a tempo determinato, mentre prima era considerato come indeterminato. Di fatto però già prima di questo decreto la durata massima di un rapporto in somministrazione difficilmente superava l’anno.

AUMENTO DELL’INDENNITÀ MASSIMA IN CASO DI LICENZIAMENTO INGIUSTO

Il ripristino dell’articolo 18 non c’è – e chissà se ci sarà mai – ma viene aumentata l’indennità massima percepibile in caso di licenziamento ingiustificato, da 24 a 36 mesi di stipendio. la libertà di mandarti a casa resta, ma costa – a partire dai 4 anni di lavoro – un po’ di più.

DISCIPLINA SUGLI AIUTI STATALI ALLE IMPRESE

Questo sembra essere l’elemento di maggiore novità. Le imprese che riceveranno aiuti sotto qualunque forma e delocalizzeranno in tutto o in parte l’attività produttiva – solo in paesi extra UE – entro cinque anni dagli aiuti dovranno restituire da due a quattro volte la somma ricevuta, più il calcolo degli interessi. Sono migliaia le forme di aggiramento di questa norma che già noi, inesperti, possiamo immaginare – spacchettamenti aziendali, cessioni interne, esternalizzazioni in paesi come Romania o Bulgaria etc etc – ma è un dato che si interviene per la prima volta in una materia nella quale, a nostra memoria, non si era mai intervenuti. La norma riguarderà anche i super-ammortamenti, il regalo di Renzi alle imprese per comprare macchinari a spese dello Stato. Se questi macchinari sono stati ceduti a titolo oneroso – e anche qui… – o spostati all’estero, i soldi devono essere restituiti con un aumento proporzionale dell’imponibile.

FISCO

La mano tesa alle imprese arriva con la pura e semplice cancellazione del redditometro e quindi con la sospensione di tutti gli accertamenti sui redditi di professionisti e imprese dal 2016 in poi. Entro l’anno prossimo il governo dovrà varare una nuova forma di valutazione del reddito, sentiti l’ISTAT e le associazioni di categoria. Per il momento però, dopo averli spaventati con le misure sul lavoro, il Governo blandisce gli imprenditori dicendo “tranquilli ragazzi, per adesso è tutto ok, poi si vede”. Va aggiunto a questo provvedimento l’abolizione del cosiddetto “split payment” per i professionisti che hanno un contratto con la Pubblica Amministrazione. Lo “split payment” era la trattenuta automatica dell’IVA sulla fattura della prestazione, in pratica l’Amministrazione, pagando, tratteneva già l’imposta. Anche qui, l’abolizione di questa misura è un regalo agli evasori potenziali. Insomma, siamo di fronte a uno spoiler di condono, per di più retroattivo?

CONTRASTO ALLA LUDOPATIA

A partire dall’anno prossimo le pubblicità dei giochi d’azzardo saranno vietate, tranne quella della Lotteria Italia e gli spot sul gioco sicuro e responsabile. L’Italia è il paese europeo che spende di più nelle scommesse di qualunque tipo.

(PROVVISORIE) CONCLUSIONI

Il decreto è tiepidissimo, quasi freddo: benché Di Maio dica che è solo il primo passo verso la cancellazione del Jobs Act, è evidente che i nodi centrali – ripristino dell’articolo 18, contrasto ai contratti brevi, lotta all’evasione fiscale – sono stati aggirati. L’impatto concreto delle misure sul lavoro è quasi nullo, quello delle misure in materia di delocalizzazioni tutto da valutare, quello dei provvedimenti fiscali è fin troppo chiaro. Resta un fatto, incontestabile nella sua semplicità: un decreto che è più propaganda che altro riesce ad essere, nonostante questo, migliore di quanto fatto dagli ultimi governi di centrosinistra, anzi esattamente in controtendenza, laddove quelli spacciarono per incentivi ai contratti a tempo indeterminato una pioggia di soldi alle imprese, mentre questo, seppur timidamente, incide su costi e convenienza dei contratti a termine. Inoltre, a mia memoria, la direzione dei governi degli ultimi trent’anni, di destra o di pseudo-sinistra che fossero, è sempre stata verso una maggiore precarizzazione, al massimo dividendosi tra chi spingeva per la confusione più totale (legge Biagi) e chi puntava ad una sistematizzazione e semplificazione delle tipologie contrattuali.

Se sono qui a scrivere queste cose su un decreto di campagna elettorale è evidente che stiamo messi davvero male: l’opposizione che faremo al governo nei prossimi mesi punterà a costringerli a fare di più, esattamente come i padroni punteranno a cancellare queste pur tiepide norme.
Nessuna soddisfazione concreta, dunque, e nessuna posizione attendista: ma non possiamo non constatare come un governo di destra sia riuscito a “superare a sinistra” in un mese, cinque anni di governo PD.

Valga di lezione per chi, fino a ieri, presumendo di parlare a nome dei lavoratori, ancora blaterava di accordi e alleanze col partito più compiutamente liberista che esista in Italia. Se era necessaria un’ulteriore pietra tombale su questa ipotesi, Di Maio, senza fare niente, l’ha portata.

P.s. Elena Fossati mi fa notare che: i 12 mesi di limite e il relativo aumento  sono da legare al rdc. Per un anno l’inps dovrebbe pagare 630 € a chi assume, quindi con il cambio di personale ogni anno, l’Inps si farà carico , sia dei lavoratori a termine, che di quelli licenziati. Ciò manderà in default l’Inps.

Viola Carofalo

Categorie: Economia, Europa, Opinioni, Politica
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