Paraguay: gli attivisti in carcere si considerano prigionieri politici, ma il governo non è d’accordo

19.01.2018 - Paraguay - Global Voices Online

Paraguay: gli attivisti in carcere si considerano prigionieri politici, ma il governo non è d’accordo
(Foto di Santi Carneri)

Scritto da Kurtural

Tradotto da Amanda Mazzinghi

C’è un luogo ad Asunción, la capitale del Paraguay, dove 4.000 uomini vivono in uno spazio che non ne potrebbe contenere più di 1.300. È un luogo costituito da una serie di umidi padiglioni che ospitano uomini accusati di stupro, rapina, omicidio e traffico di droga, ma anche pazienti psichiatrici e tossicodipendenti. È un luogo dove mancanza di cibo, acqua ed elettricità sono all’ordine del giorno. Stiamo parlando del carcere di Tacumbú [en], dove il destino di circa l’80% dei detenuti è ignoto perché non sono ancora stati processati né condannati a causa della lentezza pachidermica del sistema giudiziario paraguayano. Tra queste mura, ci sono anche dieci uomini che invece sono stati condannati: sono i campesinos di Tacumbú. Questi uomini si considerano prigionieri politici e sono stati condannati alla massima pena prevista dalla legge paraguayana. I loro processi però sono stati irregolari e alquanto discutibili.

Oltre alla severa condanna, questi campesinos (contadini) hanno in comune anche altre cose: la loro condotta è esemplare, sono molto rispettati dagli altri prigionieri, aiutano i prigionieri più poveri e si occupano di varie attività, come fare il pane, cucinare o fare dei lavoretti di falegnameria. Tuttavia, ciò che li lega veramente tra di loro è il passato comune. Prima di essere imprigionati, erano piccoli agricoltori delle comunità agricole di San Pedro, Canindeyú e Caaguazú, dove avevano organizzato e diretto gruppi per difendere l’accesso alla terra e il lavoro in nome delle comunità rurali in un Paese, come il Paraguay, dove la distribuzione della terra è tra le meno eque del mondo [es, come tutti i link seguenti, salva diversa indicazione].

Dalla fine della dittatura di Alfredo Stroessner [en] nel 1989 ad oggi, in Paraguay sono stati uccisi 115 capi di comunità rurali senza che nessuno sia mai stato condannato per i loro omicidi. Il Paese ha conquistato la democrazia, ma lo squilibrio tra i poteri è rimasto invariato. Gli anni della dittatura hanno favorito l’attuale disuguaglianza [en] con politiche che favorivano la macchina del regime e i suoi alleati. Di conseguenza, le disuguaglianze tra contadini e proprietari terrieri [en] sono abissali. È stato infatti calcolato che solo il 2% della popolazione possieda l’85% della terra.

Una di queste lotte tra contadini e proprietari terrieri è sfociata nel cosiddetto massacro di Curuguaty agli inizi del 2012, causato da uno scontro per i diritti fondiari nella regione di Curuguaty [it]. Questo evento ha lasciato un’impronta indelebile nel Paese, oltre a essere stata la causa della destituzione del Presidente Fernando Lugo. I dettagli dell’incidente non sono tuttora stati chiariti e il caso si trascina da anni nei tribunali paraguayani [en].

Lo scontro, durante il quale furono uccisi 11 contadini e 6 poliziotti, rimane un esempio emblematico della disuguaglianza della distribuzione della terra e delle violenze di cui sono vittime i contadini in tutta il Paese.

L’episodio ha portato però alla luce qualcos’altro: a Curuguaty era nata una nuova forma di repressione. In Paraguay, gli attivisti che difendono i diritti fondiari dei contadini o vengono uccisi o messi a tacere grazie al sistema giudiziario corrotto. Tra il 2013 e 2015, 460 persone sono state condannate e altre 273 incarcerate per il semplice fatto di essere battuti per il rispetto delle leggi fondiarie.

In tutti questi casi, non sono state rispettate le norme processuali di base, come la conservazione delle prove e il diritto degli imputati ad avere un difensore. I processi dei campesinos di Tacumbú sono stati denunciati come irregolari dal Parlamento Europeo, dalle Nazioni Unite [en], Amnesty International [en], Oxfam e da associazioni paraguayane come il Consiglio delle Donne e dei Contadini Indigeni (Conamuri) oltre che dalla Chiesa Cattolica.

Néstor Castro è stato ferito alla mandibola da un colpo di arma da fuoco durante il massacro di Curuguaty e condannato a 18 anni di carcere. Suo fratello è rimasto ucciso nello scontro a fuoco.

Condannati a lottare per la giustizia

La definizione di prigioniero politico è sottile e controversa. Secondo il Consiglio Europeo [en], per prigioniero politico si intende una persona detenuta per “motivi politici e la cui durata o condizioni di detenzione sono sproporzionate rispetto al reato, reale o presunto, commesso…”.

Secondo Amnesty International [en], i prigionieri per motivi di coscienza sono coloro che “pur non avendo fatto ricorso alla violenza o averla istigata, vengono incarcerati… a causa delle loro opinioni, la loro etnia, il loro sesso, il colore della loro pelle o la loro lingua”. Nei casi in cui i prigionieri hanno realmente commesso reati violenti, l’organizzazione richiede che siano comunque sottoposti a un processo equo.

A Tacumbú, Arístides Vera dà lezioni di Guarani. Il suo processo si è tenuto integralmente in spagnolo, che non è la sua lingua madre.

L’avvocato e il segretario generale del Consiglio Paraguayano per i Diritti Umani (CODEHUPY), Óscar Ayala Amarilla, afferma che molti dei prigionieri sono stati condannati sulla base della testimonianza di una persona che ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie. “Sono stati condannati sulla base di una sola testimonianza, che rappresenta una prova minima senza altra documentazione”, afferma. “La procedura è controversa perché non soddisfa gli standard di prove richiesti per condannare un imputato in un normale procedimento giudiziario”.

Nel caso del massacro di Curuguaty, la pubblica accusa non ha dimostrato che i colpi di arma da fuoco che hanno ucciso i poliziotti fossero stati sparati dagli imputati o che gli stessi avessero armi a disposizione. Inoltre, non sono mai state svolte indagini sulle morti dei contadini uccisi durante lo scontro.

Rubén Villalba, condannato a 35 anni di carcere per il massacro, ritiene che non ci fossero prove per condannare i campesinos di Tacumbú e critica il fatto che non siano state svolte indagini sulle morti dei contadini. “È stata la politica dell’oligarchia e delle multinazionali: sono loro ad averci ucciso”.

Alcuni dei campesinos incarcerati sono stati condannati per il rapimento e l’omicidio di Cecilia Cubas [en] nel 2006. Questo caso scosse il Paese perché Cubas era la figlia dell’ex presidente Raúl Cubas e il suo rapimento fu imputato al gruppo ribelle noto con il nome Esercito Popolare Paraguayano [en] (EPP in spagnolo). Tuttavia, secondo gli imputati attualmente in carcere, il loro processo è stato iniquo e fortemente incentrato sulle loro azioni politiche.

“Sono un contadino e un lavoratore”, afferma Rubén Villalba. Prima di essere imprigionato, viveva a tierras malhabidas, una proprietà oggetto di controversie che avrebbe dovuto essere inclusa nel progetto di riforma fondiaria. È stato condannato a 35 anni di carcere nell’ambito del processo di Curuguaty.

Óscar Ayala, l’avvocato difensore dei diritti umani, concorda che i contadini incarcerati non possono essere considerati normali prigionieri. “Stiamo parlando di persone che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo chiave nell’ambito dell’attivismo fondiario e della giustizia sociale, e questo li distingue dagli altri prigionieri”.

Margarita Durán Estragó, una storica, ricercatrice e attivista ha seguito praticamente tutte le udienze del processo di Curuguaty, salvo due, documentando le lacune processuali nel suo blocco note. Ritiene che la pubblica accusa abbia fabbricato prove e occultato informazioni allo scopo di incriminare i contadini. “Hanno messo sotto accusa i civili, ma non hanno condotto alcuna indagine sui poliziotti. Hanno perfino sospeso le autopsie”.

Per questi prigionieri di Tacumbú, i giorni passano e si accumulano lentamente. Trascorrono il loro tempo nei corridoi, giocando a pallone o svolgendo qualche lavoretto. Attendono che la giustizia faccia lentamente il suo corso e rivivono il loro passato quando attivisti e giornalisti stranieri vanno a fare loro visita per ascoltare la loro storia.

Dopo dieci anni di carcere, i sei prigionieri condannati per aver rapito Cecilia Cubas hanno pubblicato un’autobiografia di gruppo. In questo libro, Aristídes Vera racconta del suo sogno, di un sogno che lo ha portato in carcere come altri campesinos di Tacumbú. “Le mie origini sono contadine”, scrive. “La libertà che sogno è che tutti i contadini possano avere delle terra, una casa, un’educazione e l’accesso a buone strade che consentano loro di far arrivare i loro prodotti al mercato. Per me la libertà significa dare a tutti gli uomini e le donne la possibilità di vivere dignitosamente. Ho lottato per questo tutta la mia vita e mi hanno incarcerato. Per questo mi ritengo un prigioniero politico”.

Categorie: Diritti Umani, Popoli originari, Sud America
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