Il 27 gennaio di ogni anno si celebra la “Giornata della Memoria”. La data è quella in cui nel 1945 l’Armata Rossa abbatté i cancelli del campo di concentramento nazista di Auschwitz, liberando i pochi superstiti.

Secondo la legge italiana (Legge n. 211/2000), il 27 gennaio si ricorda “la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Insomma, vista l’aria che tira in Europa e nel mondo e considerato che quest’anno cade l’80° anniversario delle infami leggi razziali italiane, avviate con il “Manifesto della razza” del 1938, era legittimo aspettarsi un po’ di attenzione pubblica, di dibattito diffuso e di iniziative anche fuori dal perimetro dell’istituzionalmente dovuto. Invece no.

Sui media mainstream non si fuoriesce dai soliti spazi e per il resto tutto procede come sempre. Anzi, non è nemmeno scattato quell’opportunistico senso del pudore che fino a un po’ di tempo fa avrebbe consigliato ai gruppi neofascisti di abbassare la testa per qualche giorno e al candidato leghista alla presidenza della Lombardia di evitare di invocare la difesa della “razza bianca”. E anche questo è un segno dei tempi.

È un errore e un’ingenuità pensare che ce la possiamo cavare con le sole celebrazioni istituzionali, che beninteso sono necessarie e bene ha fatto il Presidente della Repubblica a nominare senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti. Ma non è sufficiente, perché i tempi sono parecchio cambiati. L’antifascismo non è più scontato né culturalmente egemone, i gruppi nazifascisti godono di un’agibilità politica senza precedenti e fare pubblicamente discorsi razzisti non è più un tabù, dagli Stati Uniti all’Italia. Anni e anni di banalizzazioni e ipocrisie, stupidaggini sulla “riconciliazione” e sdoganamenti mediatici hanno abbattuto argini e rilegittimato.

Per ricostruire memoria e anticorpi oggi occorre agire anzitutto nella società. E anche il 27 gennaio è un’occasione per farlo, perché quel giorno ci ricorda cosa può succedere quando il razzismo si fa governo e potere effettivo e, soprattutto, ci rammenta che nazismo e fascismo non sono un’opinione con cui dibattere, ma un crimine da ripudiare.

Per queste ragioni diverse realtà milanesi hanno deciso di stare in piazza sabato 27 gennaio, per ricordare l’infamia dello sterminio e per dire che non vogliamo mai più fascismo e razzismo.

Certo, neppure questo è sufficiente, ma può essere un’altra tappe del percorso per ricostruire sul territorio e nella quotidianità una consapevolezza, una presenza e un’azione antifascista e antirazzista.

L’appuntamento è per sabato 27 gennaio, alle h. 16.30 in Piazza dei Mercanti, a Milano. Ci saranno molte voci, interventi e testimonianze. Di seguito trovate l’appello alla mobilitazione di Milano Antifascista, Antirazzista, Meticcia e Solidale. Per aggiornamenti materiali, fate riferimento all’evento fb.

Le celebrazioni milanesi di carattere istituzionale, promosse dal Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano, si svolgeranno invece il giorno precedente, venerdì 26.

Appello alla mobilitazione:

27 GENNAIO: NON SOLO MEMORIA
BASTA RAZZISIMI E FASCISMI

Il 27 gennaio, 73 anni fa, avvenne la liberazione di Auschwitz, il lager simbolo del peggiore dei crimini nazisti: la macchina di morte chiamata “soluzione finale”, Shoah, Porrajmos, Olocausto. Milioni di persone furono deportate e sistematicamente sterminate, o perché ritenute di “razza inferiore” – gli ebrei anzitutto, ma anche i rom e le popolazioni slave – o perché lgbtq, disabili, oppositori politici, partecipanti alla Resistenza nei vari paesi, donne libere: tutti e tutte coloro che erano scomodi ai disegni razzisti del regime nazifascista.

A 73 anni di distanza e a 80 anni dalla promulgazione delle infami leggi razziali da parte del regime fascista italiano, il 27 gennaio la Giornata della Memoria deve essere di monito e di allarme per la diffusione della xenofobia, la rilegittimazione delle tesi razziste nel discorso pubblico, la persistenza dell’antisemitismo e la ricomparsa di intimidazioni e violenze da parte di gruppi che si ispirano esplicitamente al nazifascismo.

L’Europa, sempre più in difficoltà e divisa di fronte alla crisi globale, è preda di pericolose derive nazionaliste al suo interno. La perdita delle garanzie e dei diritti sociali conquistati nel dopoguerra, le crescenti disuguaglianze provocate dalle politiche liberiste e la precarizzazione del vivere quotidiano alimentano rabbia e frustrazione. L’incapacità di una risposta positiva e solidale lascia indisturbati quanti si sono arricchiti nella crisi e consegna nuovi spazi alle consuete dinamiche di individuazione di un capro espiatorio su cui far ricadere ogni responsabilità della situazione presente. Questo ruolo è oggi assegnato ai migranti, persone in fuga da miseria e povertà, tratteggiate come sanguisughe del nostro sistema economico e demonizzate sulla base di riemergenti pregiudizi razzisti. Pregiudizi che, in Italia, si vanno ad abbattere anche sui tanti stranieri da sempre residenti nel nostro Paese, cui si sceglie persino di negare la cittadinanza ed i diritti ad essa connessi. Pregiudizi che si ripercuotono, allargando lo sguardo, sulle politiche di frontiera europee, sempre più improntate alla costruzione di muri per impedire la circolazione delle persone, e che sono alla base, negli Stati Uniti di Trump di provvedimenti con il Muslim Ban e del ritorno del suprematismo bianco.

Ricordare oggi l’infamia nazifascista ‎significa non soltanto rifiutarsi di dimenticare, ma anche e soprattutto essere consapevoli che mai nulla è conquistato per sempre.

Non si tratta di proporre paragoni storicamente insostenibili ma suonare un campanello di allarme per germi infausti che, se non contrastati fermamente, rischiano di prospettare nuovi drammi per il vivere comune.

Significa contrastare i discorsi e le politiche che oggi bollano il profugo e il migrante come “invasore”, che alzano muri e in terra e in mare, che negano cittadinanza in base al colore della pelle.

Significa non guardare dall’altra parte di fronte alla crescente violenza razzista e neofascista in Europa, che colpisce soprattutto migranti, ma anche chi è considerato “diverso”, e che ha trovato anche in Italia i suoi seguaci, dimostrando ancora una volta quali siano gli effetti degli spazi concessi alle organizzazioni di estrema destra ormai legittimati dai media e dalla politica.

Non possiamo e non vogliamo rivivere le tragedie del passato. Per questo è necessario chiudere ogni spazio politico ai nazifascisti: chiudere le loro sedi, non concedere loro spazi pubblici e istituzionali, continuando a costruire mobilitazioni sociali e popolari, che respingano la loro retorica razzista. Occorre agire prima che sia troppo tardi, perché il fascismo non è un’opinione, è un crimine. 

Milano Antifascista, Antirazzista, Meticcia e Solidale