Davide Fusco: tante delle piccole barriere dagli altri immaginate sono in realtà, spesso, eludibili

01.08.2017 - Milena Rampoldi

Davide Fusco: tante delle piccole barriere dagli altri immaginate sono in realtà, spesso, eludibili
(Foto di Promosaik)

Sulla fiaba contro la discriminazione e il razzismo e in particolare contro la scuola Apartheid Il coniglio e il topo pubblicata da ProMosaik e scritta da due bambine Leyla e Sarah Uzunlar che vivono in due culture diverse, quella italiana e quella turca, abbiamo intervistato Davide Fusco, un ragazzo non-vedente che per poi rappresenta un esempio di come superare gli ostacoli fisici, studiando all’università e scrivendo per un giornale. Con lui ho parlato di inclusione e di lotta alla discriminazione delle persone diversamente abili. E sarà lui a creare una versione Braille della nostra favola  “Il coniglio e il topo“ per metterla a disposizione anche per i non-vedenti. Vorrei ringraziare Davide per la sua preziosa collaborazione.

Che ne pensi del progetto delle favole di ProMosaik contro il razzismo e contro ogni tipo di discriminazione?

Penso che simili fiabe vadano quanto più possibile proposte ai bambini, poiché l’educazione alla diversità è da coltivare dalla più tenera età. Razzismo e discriminazione del diversamente abile sono  due facce della stessa medaglia, entrambe, rientrano, infatti, nell’incapacità d’accettare che un altro modus vivendi sia possibile, e che si possa vivere, seguendo schemi diversi dai propri, nel caso d’altre etnie, o che da limiti, concepiti come catene imprigionanti ci si possa divincolare per   costruire un mondo, al contempo uguale e diverso a quello degli altri.

Come credi di poter contribuire alla sensibilizzazione delle persone per la tematica dell’inclusione?

Ritengo che le iniziative alla maniera di ProMosaik, finalizzate a sensibilizzare sulla tematica dell’inclusione, siano lodevoli, e che, pertanto, debbano moltiplicarsi. La sensibilizzazione all’inclusione è, però, a mio avviso, più efficace se, quotidianamente, coltivata con gesti piccoli, ma concreti, fatti nel quotidiano, appunto. Voglio dire, insomma, che, a tal proposito, sta allo stesso diversamente abile insegnare a chi lo circonda che tante delle piccole barriere dagli altri immaginate sono in realtà, spesso, eludibili.

Il topo e il coniglio decidono di non fare due scuole diverse, ma una sola  scuola per tutti gli animali insieme.

In Italia il diversamente abile, in ambito scolastico, può battere due strade: frequentare la scuola ordinaria della propria città o trasferirsi in uno dei tanti istituti, dedicati ai portatori del proprio stesso handicap, dove, sono, comunque, tenuti a frequentare scuole ordinarie. Nel nostro Paese, con la legge n.118 del 1971, la scuola apriva le porte ai diversamente abili, fino ad allora relegati alle scuole speciali, che perseguivano un approccio medico, teso a trattarli alla stregua di  malati, emarginandoli, dunque. Rimasugli di tali scuole speciali sono gli istituti sopraccitati, che, pur avendo modernizzato il proprio operato, inducono il diversamente abile a frequentare, quasi, esclusivamente, solo i suoi “simili”. Dal mio canto posso ritenermi fortunato nel non aver frequentato tali istituti, perché ghettizzanti, perché, invece, stando con i “normali”, ho appreso strategie per stare con loro alla pari, cosa che, nei casi opposti, difficilmente, accade. Ritengo che tale messaggio vada, quindi, rivolto alle famiglie, affinché sottraggano i diversamente abili ad emarginanti trattamenti speciali.

ProMosaik è dell’idea che tutti i diversamente abili siano parte della scuola di tutti. Come trasmettere questo messaggio? Raccontaci della tua esperienza.

Sin da piccolo, direi, d’essermi sentito, sostanzialmente, incluso. Non sono mancati, è inutile negarlo, momenti in cui la percezione dell’inclusione s’allontanava da me:  l’avverti da bambino, quando gli altri giocano o discutono dei loro calci  a pallone, o, quando, cresciuto, vedi le scelte lavorative, orientate dalla “natura”, che, talvolta, finisci col considerare avversa. Il segreto sta nel munirsi di un setaccio con la quale arrivare alle, oggi, sempre maggiori opportunità, senza incaponirsi in aspetti, pratiche e attività da noi distanti. Per quanto riguarda la mia inclusione in ambito universitario, questa  è garantita dall’esistenza di tutors alla pari, studenti retribuiti, che m’accompagnano a lezione, prendono appunti etc.. Riguardo la mia attività giornalistica, in ultimo, la si può definire incipiente appena; in ogni caso, vi confido molto, sia perché in essa ho trovato il mio canale d’espressione, sia perché mi ha consentito di ampliare i miei orizzonti, le mie conoscenze, i miei interessi a dismisura.

Spiegaci un po’ come funziona la scrittura Braille e come ci preparerai la versione Braille della favola del topo e del coniglio.

Il metodo Braille porta il nome di Louis Braille, l’ideatore. Questi, giocando nella bottega del padre, calzolaio, con in mano un punteruolo, utilizzato per forare il cuoio, si vide scivolare di mano lo strumento, che trapassato l’occhio sinistro, gli causò un’infezione, che, estesasi anche all’occhio destro, lo rese cieco. Lo stesso attrezzo, che causò la sua cecità, fu da egli utilizzato per fissare su carta la scrittura Braille. Essa è una scrittura puntiforme, realizzata in una casella in cui sono praticabili sei fori, che combinati in vario modo, danno le lettere dell’alfabeto, i numeri, le note musicali etc.. La fiaba del topo e del coniglio sarà da me trascritta in Braille, semplicemente, utilizzando un’apposita stampante, che passa in Braille ciò che è scritto in nero.

Categorie: Cultura e Media, Educazione, Interviste
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