da Comune-Info, di Valentina Guastini*

Quando si prova a spiegare ai genitori cosa significa progettare e lavorare per competenze non è mai semplice. La maggior parte di noi è abituato a fare i conti con una scuola “classica”. Nello scempio di riforme scolastiche che i vari governi hanno calato dall’alto, spesso con poco buonsenso, devo comunque ammettere che barlumi, seppur piccoli, di tentativi volti alla formazione degli insegnanti verso una didattica per competenze se ne sono visti. Purtroppo, o poco chiari o non accolti.

Ciononostante abbiamo dato diversi nomi, nei vari anni, alla ricerca di un cambiamento: partire dall’esperienza del bambino, interdisciplinarità, didattica innovativa, cooperative learning, didattica attiva, didattica laboratoriale, flippedclassroom

Ma, consentitemelo, le insegnanti che già lavoravano così (sempre troppo poche) hanno continuato a farlo e quelle che non lavoravano così pure.

Una delle pochissime, rare, fuoco fatuo, cose decenti di quest’ultima riforma è la formazione obbligatoria per gli insegnanti. Purtroppo talmente mal gestita dal ministero dell’Istruzione, da creare una corsa a diplomifici fittizi, a corsi inutili purché diano punteggio valutabile, a seguire corsi che poco seguono le inclinazioni personali degli insegnanti pur di soddisfare le richieste delle mancanze di questa o di quella scuola.

Ciononostante, pure questa riforma, come le precedenti, fa il suo vacuo tentativo di cambiamento. Un cambiamento nella forma mentis degli insegnanti e di conseguenza dei genitori.

Negli anni Settanta la scuola italiana era fiore all’occhiello del nostro patrimonio culturale. Adesso, e udite udite, sedetevi, bevetevi una camomilla mista malox, siamo da anni agli ultimi posti nel mondo.

Ecco: adesso partono quelli con “ma la mia maestra era brava, io ho imparato benissimo, ho sette lauree, i 5 che ho preso mi sono serviti, so tutti i verbi a memoria…” NO, rassegnatevi. Lo dico con convinzione.E purtroppo non solo io… Salvo alcune esperienze positive delle quali non dubito, nonostante le vostre 7 lauree e la cultura generale stratosferica (forse dovuta ad un valido insegnante), vi ripeto che siamo agli ultimi posti nel mondo. Il nostro modo di fare scuola è obsoleto, non aggiornato, imbrigliato in una rigidità che non risponde più ai tempi del dopoguerra, ma che arranca in un mondo in continuo cambiamento.

E per fortuna un cambiamento sta iniziando e vedo con piacere sempre più colleghi che intraprendono un cammino di formazione, disposti a mettersi in gioco anche dopo anni di servizio. È un lentissimo movimento verso un altro modo di fare scuola che ci viene richiesto, forse troppo velatamente, da anni, ma che non abbiamo ascoltato.

Che poi, non è che esista un metodo collaudato eh… ma quello che bisogna fare, secondo me, è staccarsi dal preconfezionato (quaderni pieni di schede fotocopiate non si possono vedere), staccarsi dalla frenesia del “tutto e subito” (lavorare con lentezza, Ci vuole il tempo che ci vuole), smetterla di pretendere un immobilismo fatto di giornate intere seduti al banco, ripetizione mnemonica di saperi che sono appiccicati con lo sputo perché non vissuti.

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Il quaderno Ci vuole il tempo che ci vuole è scaricabile qui

A aettembre ho partecipato ad un laboratorio condotto dal professore di filosofia dell’educazione dell’Università di Milano Bicocca, Paolo Mottana (i suoi articoli inviati a Comune sono qui). Fra le insegnanti presenti mi ha colpito in particolar modo una giovane docente di latino della scuola secondaria. Raccontava di alunni che, nonostante il suo impegno a trasformare la classe in un laboratorio di ricerca, chiedevano la “paginetta da studiare e basta”, con scarsa voglia di mettersi in gioco, di partecipare al loro stesso apprendimento. Mi sono sentita in colpa. Sì, perché quei ragazzi arrivano alle scuole superiori in questo modo perché li abbiamo abituati fin dalla primaria a fare questo.

La scuola dell’infanzia resta ancora l’oasi felice del fare, dell’esperienza nel mondo e nelle cose. Poi tutto si perde. Nella scuola primaria parte un lento scemare del protagonismo positivo e si cancrenizzano modalità passive di apprendimento preconfezionato: schede da compilare, paginette ripetute a memoria senza nulla averne compreso, argomenti contenuti in vecchi programmi che molti insegnanti si ostinano a portare avanti, ma che non esistono più dal 1985.

Farò un esempio pratico e volutamente estremista che non sta ad indicare una mia volontà educativa, ma è secondo me utile per capire anche per chi non è del mestiere.

Tempo fa ho assistito ad una conversazione fra genitori di bambini di classe quarta ma su plessi differenti. Una mamma affermava che la maestra di suo figlio aveva già fatto gli Egizi e che i bambini studiavano sul libro quello che la maestra faceva sottolineare. L’altra mamma affermava, con molto disappunto che, invece, la maestra di sua figlia, non solo non era ancora arrivata a fare gli Egizi, ma era ferma ai Sumeri. Ora, aldilà di quello che i genitori affermano, spesso frutto di mancanza di comunicazione con gli insegnanti e un pessimo traguardo che abbiamo raggiunto di non condivisione di intenti che ha portato a rapporti tra scuola e famiglia come quelli fra due mondi completamente avulsi uno dall’altro, detto ciò, aldilà delle affermazioni, quello che i genitori non sanno, perché spesso nemmeno gli insegnanti lo sanno, è che come maestra potrei per esempio decidere di non adottare alcun libro scolastico, ne ho libertà. Potrei per esempio decidere di non fare gli Egizi, ne avrei libertà. Potrei per esempio parlarne solo mezz’ora per poi da essi partire a parlare del mondo, e anche qui ne avrei piena facoltà.

I Programmi Ministeriali che non esistono più, ma che sono stati sostituiti con Indicazioni Nazionali, (dove Indicazioni= suggerimento) non parlano di Egizi. Ma al contrario dicono:

“ il curricolo sarà articolato intorno ad alcuni snodi periodizzanti della vicenda umana quali: il processo di ominazione, la rivoluzione neolitica, la rivoluzione industriale e i processi di mondializzazione e globalizzazione…..

I due poli temporali, il passato e il presente, devono entrambi avere il loro giusto peso nel curricolo ed è opportuno che si richiamino continuamente.

Tuttavia è importante sottolineare l’importanza, a partire dalla scuola primaria, dell’apprendimento della storia centrato su temi che riguardano l’insieme dei problemi della vita umana sul pianeta….

Un tale approccio, costruito tra passato e presente, permette anche di non doversi soffermare troppo a lungo su singoli temi e civiltà remote nella convinzione che in una data classe si debbano svolgere solo argomenti specifici”.

È evidente che si tratta di particolari conosciuti per lo più dagli addetti ai lavori, ma se da un lato la non formazione degli insegnanti ha portato a lavorare per format standardizzati dall’altra i genitori poco si informano sugli insegnanti che avranno i loro figli.

Se devo farmi operare ai calcoli posso scegliere fra un medico vecchio stampo, magari molto bravo che però mi lascia una cicatrice di venti centimetri e uno altrettanto bravo che, aggiornato, mi lascia un “segnetto” con due punti di sutura. Perché con i nostri figli non facciamo questa ricerca e ci limitiamo a valutare la vicinanza da casa? Perché, e parlo adesso da genitore, ci sentiamo autorizzati a fare paragoni, sfoggiando competenze in merito senza averne?

La libertà di insegnamento è un diritto sacrosanto. Non esiste legge che imponga a un insegnante di assegnare la scheda sugli aggettivi qualificativi piuttosto che quella sui punti cardinali. La didattica resta, per fortuna, ancora lo specifico professionale di ciascun insegnante; è la sua competenza.

Se avesse studiato per scegliere fotocopie preconfezionate su guide patinate o ripetere lo stesso lavoro per anni, prendendo ad esempio lo stesso quaderno del 1979 dell’alunno talentuoso (e quante ce ne sono!), non avrebbe senso fare formazione, né corsi di aggiornamento.

Alluni insegnanti “operano” ancora con l’etere. E alcuni genitori fanno fatica ad accogliere il cambiamento.

Nell’ultimo incontro nazionale della Rete di Cooperazione Educativa che si è tenuto a Negrar (Verona) il 22 e 23 ottobre (dedicato ai temi della terra, leggi il quaderno Seminare un mondo nuovo) si è parlato, fra altro, dell’importanza, che mai come oggi, assume un cambio di rotta. La scuola preconfezionata, votata al “bambino statua”, che segue pedissequamente programmi di materie divise da compartimenti stagni, che divide il “dentro” con il “fuori” dalla scuola, che non condivide i progetti con le famiglie, che crea tanti e fantastici saperi di facciata dei quali non resterà nulla ha raggiunto il suo tempo. Lo dicono i risultati che abbiamo, lo dice il mondo che cambia, le aspettative della società, lo dicono i ricercatori, insegnanti e genitori, lo dicono i nostri bambini a cui diamo sempre meno ascolto e che diventano ragazzi alla ricerca della pappa pronta in virtù del meno sforzo e coinvolgimento possibile.

Abbiamo bisogno di rivedere il nostro modo di fare scuola e renderci conto che se già applicassimo alla lettera quello che dicono le Indicazioni Nazionali, sapientemente riprese da “La testa ben fatta” di Edgar Morin, il quale ci tiene più volte a sottolineare che non intende “teste ben piene”, saremo già a buon punto.

Non esisterebbero confronti fra insegnanti e fra chi di loro ha già consegnato schede di punteggiatura o divisioni.

I bambini hanno bisogno di uscire dall’aula per saper affrontare il mondo, hanno necessità di un equilibrio fra saperi e vita, dovrebbero poter ritrovare nella natura quello che viene affrontato in classe.

In occasione del Convegno appena terminato in provincia di Verona, Monica Guerra, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, dell’Università degli Studi Milano Bicocca, tra le altre cose, ha detto:

“La natura fa bene, perché genera appartenenza… è predittiva di felicità… serve a ridurre lo stress, a rigenerare concentrazione e attenzione; che sostiene la curiosità e la creatività.

Natura è anche qualcosa che ci permette di apprendere meglio. Oggi sappiamo che le esperienze in natura sono esperienze che generano apprendimento anche dal punto di vista formale. La natura per me si configura come uno spazio diverso da altri luoghi che bambini e ragazzi sono abituati a frequentare nella loro quotidianità sia scolastica perché nei suoi spazi c’è ancora spazio per mettere se stessi. I luoghi naturali non sono stati completamente predefiniti e organizzati da altri: quello che troviamo in natura è completamente divergente da quello che si può trovare in un’aula scolastica…

Quando siamo in natura non troviamo di norma risposte ma soprattutto domande.

Domande che riguardano le cose, gli eventi nella loro complessità, perché il mondo ci viene incontro intero… Quando portiamo i bambini all’aperto non riusciamo a portarli esclusivamente a fare scienze, matematica o geometria, perché dentro alla natura, ad esempio dentro ad un albero, ci sono contemporaneamente la storia, la geografia, la matematica, la geometria, le scienze, ci sono tutte le discipline che arrivano incontro a un bambino in maniera unica, globale, complessa.

Le discipline sono un costrutto che l’uomo ha creato perché siamo cosa piccola rispetto al mondo e avevamo bisogno di ridurlo un po’ per provare a capirlo. Non sto negando che l’avere inventato le discipline non sia un modo che ha permesso all’umanità di generare poi conoscenza, però le discipline rischiano di ‘imbrigliare’.

Siamo stati istruiti per insegnare dentro, e spesso in un modo vecchio… Occorrono adulti coraggiosi, dunque, che permettano ai bambini di attraversare un vuoto di certezze, di uscire e perdersi, perché quando si inizia a perdersi si apre il mondo. Un mondo che è fatto di inconsueto, e dunque di possibilità, in cui si aprono orizzonti che non avevamo neanche immaginato. Ma è un mondo possibile, senza assillo, molto diverso da certa scuola ancora troppo diffusa.

In questo momento vivo con dolore il movimento centrifugo dalla scuola di tante famiglie, come anche la fatica a restarvi dentro di tanti altri genitori, ma anche di molti insegnanti, che sentono che quello che si fa a scuola non è quello che vorrebbero che la scuola fosse.

Abbiamo una responsabilità enorme, perché la scuola di tutti i bambini, di ogni bambino, deve essere un luogo che non spegne le loro teste, ma che li tiene vivi, che li “infetta” di un virus buono che permette loro di continuare ad avere voglia di imparare, per tutta la vita.

Io voglio che il futuro dell’educazione sia un posto dove i bambini entrano contenti di esserci arrivati, che abbiano voglia di starci tutto il tempo, tutti i giorni dell’anno e che nelle prime settimane di scuola non si chiedano quanto manca alla fine. Non voglio che pensino che quando escono alle quattro del pomeriggio finalmente inizia la vita, voglio che non serva avere tanti  compiti da fare perché quello che è successo dentro, quando hanno passato tutta la giornata a scuola, è stato talmente ricco e bello e produttivo che li ha riempiti per i giorni, i mesi e gli anni a venire. Per questo vorrei tantissimo una scuola aperta sul mondo.

Di solito si chiude dicendo grazie. Io oggi per la prima volta ho deciso di chiudere dicendo ‘per favore’, perché vorrei che l’onda di queste giornate fosse un’onda lunga, in cui conservassimo l’idea che i bambini si possono perdere. Vorrei che l’onda lunga di tutto quello che la Rete fa e che stiamo condividendo qui lo portassimo dentro ai nostri posti di lavoro. Se non ci mettiamo la faccia, tutti e ognuno, la scuola di tutti è una scuola destinata a perdersi, e non nel senso buono che abbiamo provato a condividere”.

Eccomi quindi a metterci la faccia, nel tentativo di una didattica che possa essere condivisa nel puntare all’acquisizione di competenze alla vita, che possa essere un apprendimento costruttivo che parta dall’esperienza diretta, in contesti reali. Un apprendimento che possa condurre i bambini ad una condivisione dei saperi attraverso processi di riflessione, di pensiero critico e divergente, considerando i fatti passati e futuri da molteplici prospettive.

Un apprendimento che stimoli la curiosità e incoraggi la scoperta continua, che possa essere motivo di “socialità” nel suo fine ultimo di saper essere cittadini consapevoli e attivi. Un apprendimento che possa promuovere la voglia di essere protagonisti nel mondo e nel proprio apprendimento e che attraverso l’esperienza coinvolga con passione. Passare, come dice Compagnoni, da una didattica rigida da “visita guidata” ad una più flessibile che possa mostrare itinerari esplorativi.

Che poi, per un’insegnante che ama il suo lavoro, resta l’unica strada percorribile per continuare a conoscere ed emozionarsi.

* Maestra e mamma, fa parte della Rete di cooperazione educativa. Ha aderito alla campagna 2016 Facciamo Comune insieme

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