Dall’altra parte del mondo per aiutare il paese italiano più devastato dal recente terremoto. Il Nepal, a un anno dal “suo” sisma, si mobilita di fronte alla tragedia di Amatrice: «Conosciamo quell’angoscia».

Il primo giorno che ho camminato sulle macerie di un terremoto era il 7 novembre 2015, a Kathmandu, a oltre sei mesi dal terremoto che aveva messo in ginocchio l’intera nazione.

Il disastro sembrava accaduto pochi giorni prima. Ricordo le foglie degli alberi ancora ricoperte di uno strato di polvere, nonostante i monsoni e il tempo trascorso. Ricordo il suono dei miei passi sui detriti, e il rumore costante delle pietre lanciate giù per smantellare le case pericolanti. Ricordo me, sul tetto di una casa, ad ascoltare le parole di una signora, che raccontava di aver perso suo nipote di due anni qualche isolato più avanti, sotto le macerie. E quel signore rimasto sepolto per sette ore, che oggi cammina con le stampelle. Ricordo gli occhi di Lakshmi, rimasta orfana insieme alla sorella minore. Costretta a diventare adulta nel giro di un istante maledetto.

Ricordo di aver pianto e di non aver avuto parole sensate da dire, di non essere stata in grado di sostenere gli sguardi di molti di loro, perché parlavano di dolore, di paura, di disperazione, di un nulla improvviso che non c’è modo di riempire.

Tre mesi di volontariato e la promessa che sarei ritornata, insieme al mio compagno Giuseppe. Così, quasi due mesi fa, da Kuala Lumpur, avevamo comprato un biglietto sola andata per Kathmandu. La mattina del 24 agosto mi sono svegliata, con la mente già in Nepal, pronta per un altro lungo periodo di volontariato.

Poi, il déjà-vu: accendo il telefono, leggo le notizie: Terremoto scuote mezza Italia. Paesi distrutti. Decine di morti. Gente che scava. Amatrice. Accumuli. Pescara del Tronto. Arquata. E di nuovo quei maledetti numeri di vite e case distrutte, che aumentano col passare dei minuti e sembrano non fermarsi mai.

Quelle foto di Amatrice completamente distrutta, i detriti, le case squarciate a metà, i volti delle persone coperte dalla polvere, e gli oggetti di vita quotidiana sparsi per le strade. Il senso di smarrimento è talmente forte che io e Giuseppe non riusciamo neanche a parlarne.

Il nostro pensiero corre ad un rapido controllo di tutti i nostri amici residenti fra Umbria, Marche e Lazio. Molti di loro sono corsi in strada. I loro profili Facebook parlano di corse giù per le scale, notti insonni, decine di scosse e quel “l’avete sentito anche voi?” che rimbalza da una città all’altra, da Ravenna a Isernia, da Roma ad Ancona.

E noi, da Kuala Lumpur, ad osservare confusi il peggiorare delle informazioni. Un ragazzo conosciuto in Nepal mentre operava come volontario soccorritore nei mesi successivi al terremoto, si trova ad Amatrice impegnato nelle operazioni di soccorso. Ci giungono i suoi racconti difficili, la stanchezza morale, oltre che fisica, nel fronteggiare il dramma giorno dopo giorno, senza sosta. Dalle sue parole percepiamo il dolore di un uomo che lotta contro il tempo e contro la morte. È un calvario che si ripete. Una sofferenza che abbiamo respirato nell’aria anche noi.

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I primi messaggi di preoccupazione che riceviamo arrivano proprio dai nostri amici nepalesi. Ci chiedono delle nostre famiglie, vogliono sapere, capire cosa stia succedendo nella nostra terra. Rimango pietrificata da questo abbraccio che sentiamo stringerci addosso, da questo amore che arriva da un altro paese in ginocchio, da queste persone che ancora annaspano fra le macerie, e poi comprendo.

Tragedie come queste ci riportano alla vera natura di ciò che siamo: esseri umani, piccoli esseri umani che cercano di sopravvivere in qualche modo. Il dramma, la sofferenza, la perdita, lo smarrimento, sono tutti fattori capaci di eliminare ogni differenza o distanza. Quando si muore, o si perde tutto ciò che si ha, siamo tutti una cosa sola, siamo tutti uguali.

“We are many, we are one”, dicono i nostri amici nepalesi: siamo tanti, ma siamo una cosa sola. Eccola qui, l’umanità grande, immensa, di questo popolo.

Umanità resa ancora più grande, infinita direi, dalla decisione presa da Jay Nepal Action Volunteers , l’associazione non governativa con la quale stiamo operando quaggiù, che ha devoluto già da diverse settimane 1.000 euro al Comune di Amatrice.

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I soldi verranno destinati alla ricostruzione della scuola “Romolo Capranica”, altra scelta simbolica per dare sostegno alla sofferenza e il disagio dei bambini di Amatrice, che come i bambini del villaggio di Bodgaun si sono trovati non solo senza case, ma anche senza una scuola.

Per questa ragione sono anche stati raccolti, presso la scuola Shri Seti Devi del villaggio di Bodgaun, un centinaio di disegni realizzati da altrettanti bambini, che nelle prossime settimane verranno consegnati alla scuola di Amatrice da un gruppo di volontari di Jay Nepal.

È un gesto simbolico, ma è anche un gesto concreto. Certo, mille euro per Amatrice non sono niente, ma per il Nepal sono un’enormità.

È un gesto che racconta un messaggio potente. Dice che davanti al dolore e alla morte non ci sono distanze o differenze. Dice che solo chi ha vissuto la medesima tragedia, forse, può davvero comprendere quel senso di vuoto, di perdita, di smarrimento, di disintegrazione, di nulla. Dice che ognuno di noi può fare qualcosa, anche di piccolo. Perché niente è piccolo di fronte al dramma.

In un mondo dove ci si fa la guerra, dove si tende a privilegiare le differenze anziché sviluppare l’unità, dove ci sono vittime di serie A e di serie B, e dove ognuno tende a prendersi cura solo del proprio dolore, e dove le dinamiche di potere strumentalizzano le tragedie solo per i propri interessi, questo gesto vuole semplicemente significare che siamo tutti uguali. E che questo mondo ha bisogno di tanta umanità.

Imparare a guardare negli occhi del prossimo e trovarci la stessa sofferenza, paura, frustrazione.

Alimentare un senso profondo di umanità, questo è quello che veramente occorre fare, e questo è il vero significato di questo gesto. Privarsi di una parte di sostegno per aiutare altre persone in difficoltà.

Sono venuta qui in Nepal per aiutare, per dare il mio contributo a questo popolo che aveva perso la speranza. E oggi che la mia nazione è soffocata, per l’ennesima volta, dalle macerie e dal dolore, ricevo indietro da questo stesso popolo un segnale di speranza e una lezione di vita.

Torniamo umani, restiamo uniti.

A questo link la dichiarazione di Alberto Luzzi, uno dei fondatori di Jay Nepal, che il 26 agosto 2016, da Roma, ha ufficializzato la decisione della NGO nepalese di sostenere la scuola di Amatrice con un aiuto concreto:

Nella foto: i bambini del villaggio di Bodgaun, dove Jay Nepal sta operando da più di un anno, insieme a due dei volontari italiani in missione per ultimare le analisi relative al nuovo terreno su cui sorgeranno due nuove classi, una libreria e un laboratorio di scienze per la Shri Seti Devi School

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