Jujuy è “il laboratorio della guerra sociale” del governo di Macri

21.09.2016 - Gabriela Amaya

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Jujuy è “il laboratorio della guerra sociale” del governo di Macri

Abbiamo intervistato Marta Vassallo, membro del Comitato per la Liberazione di Milagro Sala, durante il suo passaggio per Madrid (Spagna).

Vassallo, dopo la laura in Lettere, si è dedicata all’insegnamento; ha vissuto in esilio a Barcellona durante la dittatura ed è ritornata a Buenos Aires nel 1984, quando è iniziato il suo lavoro di giornalista, sviluppato in diverse redazioni di riviste e agenzie. Attualmente collabora con Le Monde Diplomatique e diversi media digitali. In questi anni ha lavorato anche presso il Centro Culturale della Memoria Haroldo Conti, situato in quello che fu uno dei più grandi centri clandestini di detenzione della dittatura.

Come giornalista e come membro del Comitato per la Liberazione di Milagro Sala qual è la tua analisi della situazione che sta vivendo l’Argentina?

Nelle elezioni presidenziali del novembre 2015 Mauricio Macri, capo del governo della città di Buenos Aires dal 2007, a capo di una coalizione di centro destra, “Cambiemos”, con un margine strettissimo, 2 punti, ha sconfitto il Fronte per la Vittoria, il partito peronista di governo dei Kirchner dal 2003.

Il governo dell’Alleanza Cambiemos è il governo dei poteri economici al cui servizio è stata l’ultima dittatura militare attraverso la Dottrina della Sicurezza Nazionale. Il suo limitato trionfo è stato circondato da un’euforia nella quale si sono mescolati i veri beneficiari di questa politica (che non raggiungono il 20% della popolazione) con importanti settori delle classi medie e basse, che hanno risposto alla proposta di “cambiare”. Durante i governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández de Kirchner, i media dominanti hanno mantenuto sull’opinione pubblica un incessante ed efficace bombardamento contro le misure del governo. Il governo si esprimeva attraverso pochissimi canali e radio, fondamentalmente attraverso la radio e la TV pubbliche. Il governo di Macri, che monopolizza i media, continua con quel bombardamento, che ora ha assunto la forma di dare la responsabilità alla gestione precedente, accusata soprattutto di corruzione, dei problemi attuali. L’aggravante è che la radio e la TV pubbliche ora sono occupate dagli alleati del governo di Macri, una delle cui prime misure è stata quella di abrogare la Legge dei Media, uno dei risultati del governo precedente.

Oltre ad abrogare la Legge dei Media, ha iniziato il suo governo con una svalutazione di oltre 50% e con una serie di aumenti sui beni di prima necessità – soprattutto farina e carne, i componenti principali dell’alimentazione in Argentina; a questo si sono aggiunti aumenti di 5 volte, o più, delle tariffe dei servizi di base: luce, acqua e gas. L’inflazione, rispetto all’ultimo anno della gestione kirchneriana, è duplicata. Questo insieme di misure economiche ha portato successivamente a una diminuzione del potere di acquisto degli stipendiati, gettando in povertà, e perfino in indigenza, settori che avevano tratto beneficio dalle politiche kirchneriane. Il governo si prepara a lasciare senza fondi le entità amministratrici delle pensioni, cosa con cui ha rivoltato un altro grande risultato: la statalizzazione delle pensioni e una copertura che aveva raggiunto il 95% delle persone in età pensionabile, che era stata spinta da Cristina Fernández. Ha ruotato di 180 gradi la politica estera, inchinandosi all’Alleanza del Pacifico e opponendosi ai governi di Venezuela e Bolivia. Macri ha avallato il golpe contro Dilma Rousseff in Brasile.

Di fronte alla gravità di tutte queste misure, che risposta sta dando l’opposizione? Che sta succedendo con i movimenti sociali?

La reazione non è proporzionale alla gravità di ciò che accade: in Parlamento l’opposizione si è frammentata. Un distaccamento del peronismo, il Frente Renovador, praticamente co-governa con Cambiemos, ma anche il peronismo (nella sua duplice faccia di Partito Giustizialista e Fronte per la Vittoria) si è molto frammentato a scapito del Fronte per la Vittoria, oggetto di una persecuzione politica da parte del governo perlopiù mascherata da persecuzione giuridica. Le figure più visibili di questa persecuzione sono l’ex presidente Cristina Kirchner, la presidente delle Madri di Plaza de Mayo, Hebe de Bonafini, e la dirigente sociale Milagro Sala. Sia Bonafini che Sala avevano aderito ai governi kirchneriani in risposta alla politica dei diritti umani e alle politiche sociali.

La vera opposizione è quella fuori dal Parlamento, e si esprime in manifestazioni massive contro il governo. Le più notevoli sono state quella del 24 marzo, anniversario del golpe del 1976, contro un governo che sta mandando agli arresti domiciliari molti dei condannati in giudizio per crimini di lesa umanità, che non nomina il terrorismo di Stato ma parla di “guerra sporca”, espressione tipica della dittatura militare; una grande concentrazione, il 13 aprile, davanti al tribunale dove era stata convocata l’ex presidente per un interrogatorio; una concentrazione, il 29 aprile, davanti al Monumento del Lavoro dei cinque sindacati di base più un’organizzazione di lavoratori dell’economia popolare, la CETEP; una marcia il 7 agosto, giorno di San Cayetano, da Liniers fino a Plaza de Mayo, organizzata dalla CETEP e da altri movimenti sociali; la Marcia federale, dal 31 agosto al 2 settembre, convocata da due sindacati ai quali si sono aggiunti movimenti sociali: cinque colonne provenienti da nord, da ovest e da sud sono confluite in Plaza de Mayo contro gli “aumentacci”, la regolamentazione e i licenziamenti. In questa Marcia si è affermata con forza la richiesta per la libertà di Milagro Sala. La lettera che è stata letta dal capo del sindacato degli statali della Capitale diceva così:

“Ai compagni e alle compagne della Marcia Federale:

invio i miei saluti e voglio ringraziali per il grande sforzo che hanno fatto per poter arrivare a Plaza de Mayo.

E’ chiaro che quelli che oggi sono nella Piazza sono quelli che hanno lottato per avere più lavoro, salute ed educazione e per il recupero delle migliaia di argentini che sono rimasti senza lavoro, quelli che lotteranno contro la regolamentazione, la chiusura di fabbriche, negozi, imprese, l’aumento dei licenziamenti nel settore statale, che significano una maggiore disoccupazione nel nostro paese.

Ci avevano promesso “la rivoluzione dell’allegria” e dopo nove mesi ci troviamo con “la rivoluzione della tristezza”.

Avevamo chiuso con il FMI e oggi sono di nuovo nel nostro paese a produrre maggior indebitamento.

Per tutto ciò vi chiedo: cerchiamo di lasciare da parte le differenze e di ottenere l’unità del popolo, a partire dal quale sarà possibile combattere l’asservimento di questo governo alle multinazionali.

Compagni e compagne, dal carcere esorto a continuare a organizzarsi e a non mollare.

La nostra amata Argentina oggi ha bisogno di noi più che mai.

Esorto soprattutto i giovani a organizzarsi perché sono il futuro della Patria.

Un forte abbraccio rivoluzionario.¡Hasta la victoria siempre!”.

Milagro Sala, prigioniera política

Dalle notizie che arrivano all’esterno, sembra che Jujuy si sia trasformata in una provincia particolarmente castigata, e la Tupac Amaru con Milagro Sala in testa, nella sua più grande vittima.

Il governo della provincia di Jujuy, nell’estremo nord dell’Argentina, è stato assunto da Gerardo Morales, dell’Unione Civica Radicale, partito tradizionale che fa parte della coalizione Cambiemos. Gerardo Morales ha iniziato una persecuzione contro la Tupac Amaru e la sua leader, per la quale ha contato sull’appoggio della maggior parte della classe media di Jujuy, poco tollerante al fatto che le classi inferiori, meticce e indigene, abbandonino una condizione tradizionale di servitù.

Il movimento Tupac Amaru, guidato da Milagro Sala, è sorto nella decade degli anni ’90, lottando contro il governo di Carlos Menem, un peronista che una volta al governo ha portato avanti una politica economica neoliberale. Sotto il governo, anch’esso peronista, che Néstor Kirchner ha assunto nel 2003, la Tupac Amaru ha guidato un’impresa sociale di costruzione di abitazioni, ma inoltre ha creato centri sanitari, scuole primarie e secondarie, un istituto scolastico comunitario e centri ricreativi in diverse città della provincia di Jujuy. Con il cambio di governo del dicembre 2015, il movimento Tupac Amaru ha cominciato ad essere perseguito, a vedersi sequestrate e smantellate le sue fabbriche, i centri sanitari, i centri ricreativi, a vedere perseguitati i suoi membri a meno che non si prestassero a diffamare i propri compagni. La persecuzione è culminata con l’incarcerazione della leader Milagro Sala, nel gennaio 2016, e in seguito di altri dieci leader tupaqueros.

Gerardo Morales governa Jujuy attraverso un potere assoluto sulla giustizia e sui mezzi di comunicazione. Milagro è stata imprigionata il 16 gennaio per “istigazione a delinquere” e “tumulto”, accuse respinte dopo 15 giorni ma subito sostituite da quella di “associazione illecita, frode allo Stato ed estorsione”, la stessa per la quale le è stato comminato il carcere preventivo il 28 aprile. Attualmente Milagro ha nove cause, che oltre a lei vedono imputate 30 persone e 10 detenuti. Le detenzioni si basano su denunce estorte a persone, alcune delle quali imputate come Milagro e i detenuti, alle quali viene promesso di togliere l’imputazione in cambio della diffamazione contro Milagro e la Tupac Amaru, o lavoro in altre cooperative, dato che quelli che lavoravano nelle cooperative della Tupac Amaru, sono licenziati, perseguitati e nessuno gli dà lavoro.

Le condizioni dei detenuti sono molto brutte. Le tre detenute nello stesso penitenziario di Milagro non possono entrare in contatto con lei. Gli altri sono isolati in posti di polizia e nel penitenziario maschile. Hanno passato l’inverno – molto duro a Jujuy, che è una zona alta e montagnosa – senza acqua calda, e non gli si facevano arrivare gli abiti pesanti portati dai familiari. Nel penitenziario si ricorre all’isolamento in celle di punizione. Tutti i detenuti soffrono molto per i propri familiari, accusati e perseguitati per il fatto di esserlo. La figlia tredicenne di una prigioniera, e il figlio sedicenne di un’altra, hanno tentato il suicidio perché tormentati dagli insulti alle loro madri.

Morales sembra infuriato con la Tupac. Che ragioni stanno dietro questa persecuzione sistematica?

Gerardo Morales ha un vecchio rancore contro Milagro Sala e la sua organizzazione. Così come Carlos Blanquier, il padrone dell’Ingenio Ledesma, a cui risponde Morales, processato per crimini di lesa umanità, e infine assolto da una giustizia complice. La Tupac Amaru, solidale con i familiari dei detenuti-desaparecidos nella cosiddetta “notte del blackout” (nel luglio 1977 la dittatura tagliò la luce a una regione di Jujuy e al calare dell’oscurità centinaia di persone furono imprigionate e portate in campi di detenzione; di queste 30 sono tuttora scomparse), ha avuto un ruolo primario nel processo a Blanquier. Per Blanquier, Milagro è una nemica personale, e si sta vendicando.

Jujuy è una provincia in stato di emergenza, ma la si è considerata “il laboratorio della guerra sociale” che il governo Macri vuole estendere a tutto il paese. La persecuzione politica mascherata da lotta contro la corruzione attraverso l’apparato giudiziario è uno degli aspetti del governo attuale, che inoltre si vendica del fallito tentativo di riforma giuridica del governo di Cristina Fernández: il personale giudiziario che non risponde agli interessi dell’alleanza politica al governo è sospettato di crimini. I licenziamenti basati sulla motivazione per cui i licenziati non lavorano, o sul fatto che i posti di lavoro in questione non hanno ragione di essere, si estendono a tutto il paese, nell’ambito pubblico e in quello privato. Si impone un discorso secondo il quale i settori popolari hanno goduto di benefici che non meritavano, o sono sospettati di malcostume.

D’altra parte, l’organizzazione di quartiere Tupac Amaru costituisce un’eccezione per qualità e dimensione della sua opera. Le cinque imprese di costruzione della provincia hanno bisogno di distruggerla. L’organizzazione stessa fabbricava le abitazioni, le scuole, i centri sanitari, i parchi, le porte e le finestre degli edifici, i vestiti da lavoro, i grembiuli degli scolari, la biancheria da letto. Gli ospedali, le scuole e le fabbriche della provincia gli compravano la roba. E’ diventata il terzo datore di lavoro della provincia, dopo lo stato e l’Ingenio Ledesma. E’ stata la testimonianza vivente che è possibile l’ideale di un economista argentino di primo piano morto recentemente, Aldo Ferrer, che proponeva di “vivere con ciò che è nostro”. Da ciò si poteva realizzare il sogno di Salvador Mazza, il medico specilizzato nella malattia di Chagas, che voleva “sradicare i ranci”. La Tupac Amaru li ha sradicati. Questo è stato ottenuto da una comunità emarginata, discriminata etnicamente e socialmente, confinata dalla classe media a una vita di lavori duri e mal pagati. Il potere popolare costruito da questa organizzazione è inedito nella provincia e nel paese. Questo è ciò che i Blanquier e i Morales, avallati dal governo nazionale di Macri, non possono tollerare né perdonare. Questa è la ragione della loro vendetta.

La distruzione della Tupac Amaru fa parte dell’obiettivo del governo di Macri di non lasciare vestigia delle tre gestioni consecutive del kirchnerismo, e sotterrarle sotto la lapide della corruzione e del “populismo”.

Quello che accade in Argentina non è un fatto isolato. Visto da lontano, fa parte di un piano più alto che colpirebbe tutta la regione. Come vedi il futuro dell’Argentina e di tutta l’America Latina?

La regione, che sotto il predominio di governi trasformatori all’interno di regimi parlamentari aveva fatto passi importanti verso la sua integrazione, inizia un’inversione verso una restaurazione di politiche neoliberali: lo dimostra il trionfo di Macri in Argentina, il golpe parlamentare contro Dilma – e per associazione contro Lula – in Brasile; le molestie contro il governo chavista in Venezuela; i colpi di stato che hanno trionfato in Paraguay e Honduras; il sabotaggio al governo di Evo Morales in Bolivia. Questa è la fotografia di oggi. E’ difficile azzardare un futuro. Sarà decisivo il modo in cui agiranno gli effetti di un decennio vinto dai popoli del Sud America nella resistenza da intraprendere contro le gravi minacce e le difficili sfide che affronteranno.

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

 

Categorie: Diritti Umani, Internazionale, Interviste
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