Il rifiuto della scuola aziendale

25.02.2016 - Redazione Italia

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Il rifiuto della scuola aziendale
(Foto di AV Dezign | www.avdezign.ca via Foter.com / CC BY-NC-ND)

Da comune-info.net – di Matteo Saudino*

Il conservatorismo è certamente una malattia della senilità, in cui gli slanci rivoluzionari, o almeno gli aneliti di progressismo, tipici della gioventù lasciano spazio alla rassicurante difesa dello status quo e del quieto vivere. Sono pochi gli uomini e le donne che riescono a mantenere per tutta la vita la capacità intellettiva e pratica di provare a cambiare il presente al fine di costruire un imminente futuro più giusto, bello e dignitoso. Inoltre, Thomas Mann a parte, quasi nessuno riesce a compiere il percorso inverso: essere conservatore in giovinezza per diventare progressista in tarda maturità. Io presuntuosamente mi sono sempre considerato, e mi considero tutt’ora, un rivoluzionario, un uomo animato dalla tensione costante a superare le miserie e le disuguaglianze del mondo in cui vivo, in vista di una società più libera ed emancipata. Ho sempre vissuto nell’autoconsapevolezza e autoconvinzione che nell’essere corda tesa versa una realtà in cui le persone possano pienamente autodeterminarsi risiedesse lo stesso senso del mio vivere. Da anni però tale certezza mi è stata linguisticamente sottratta. E dalla formalità della lingua alla sostanzialità della realtà politica il passo è molto breve. Gli esegeti del nuovo mondo e i profeti delle virtù liberatorie dell’individualismo, del mercato e delle merci si sono, infatti, impossessati dei termini modernità e progresso, svuotandoli del loro contenuto emancipatorio. Oggi riformare, cambiare e innovare significa di fatto eliminare diritti sociali e creare le condizioni attraverso le quali la tecnologia e il capitale possano dispiegare le proprie ali con tutta la loro forza. Per compiere questo volo, fondato sull’egemonia culturale e sulla realizzazione di profitto, tali potenze hanno bisogno di uomini tecnologici e consumatori, i quali vanno costruiti e assemblati a partire dalla scuola. I sistemi scolastici europei e, nello specifico, la buona scuola renziana, si muovono proprio nella direzione di modellare studenti monodimensionali, educati alla tecnica per consumare la tecnica, formati al consumo per consumare, allenati alla velocità per correre e non riflettere, ammaestrati all‘obbedienza e alla competizione per obbedire e competere. La vecchia scuola del Novecento andava destrutturata per dare vita ad una nuova formazione non più basata su diritti, democrazia e solidarietà, ma su opportunità e competizione, su presidi manager e finanziatori-sponsor privati, sull’ideologia del merito e della valutazione al fine di eliminare ogni forma di orizzontalità.

Ecco allora che oggi, di fronte a tale cieco progressismo anti-illuminista svuotato di progresso, di fronte a tale modernizzazione senza modernità, mi proclamo orgogliosamente un docente conservatore.

Voglio conservare la voglia e la libertà di entrare in classe e insegnare ai mie studenti Platone e Aristotele e non educarli a consumare applicazioni informatiche o a comprare in modo bulimico nuove tecnologie; voglio leggere con i miei allievi l’”Apologia di Socrate” e le “Confessioni” di Agostino e non restare fuori dall’aula mentre cooperative o imprese li formano ad essere supini o squali nel mercato del lavoro o li illudono con frasi e giochini prese dal kit del buon motivatore, sacerdote della velocità e profeta del vuoto esistenziale; voglio entrare in classe e fare con i miei allievi laboratori di pensiero critico a partire da Spinoza, Marx e Nietzsche e non allenarli a compilare test per valutare competenze funzionali alla costruzione di un uomo alienato e monodimensionale; voglio avere la libertà di entrare in classe e costruire un percorso filosofico esistenzialista che rifletta sul senso dell’essere uomo attraverso la speculazione di Pascal, Kierkegaard, Heidegger e Sartre e non voglio assistere all’intervento esterno di esperti, finanziati da banche e da fondazioni, che trasmettono agli allievi i valori della flessibilità, del rischio, dell’investire sulla propria vita come se fosse un’obbligazione o un future. Voglio entrare in classe e leggere con i miei allievi “Per la pace perpetua” di Kant per spiegare loro che la guerra è un orrore, figlio della corsa agli armamenti e del potere, che disumanizza le persone e per questo va messa al bando e non voglio accompagnare i miei studenti ad incontri in cui le Forze Armate spiegano ai ragazzi che fare il soldato è un mestiere come gli altri perché oggi le guerre sono solo interventi per la democrazia e i diritti umani. Voglio insegnare ai miei studenti i valori dell’umanesimo e della fraternità e se ciò li disorienta sempre più rispetto ad un mondo di indifferenza, che osserva morire profughi e migranti in mare, me ne farò volentieri una ragione. Voglio che gli strumenti tecnologici siano il mezzo e non il fine dell’apprendere. Non voglio essere un professore che deve gestire gli studenti come capitale umano, ma un semplice docente che vuole contribuire a formare dei liberi cittadini, che abbiano degli strumenti critici per decodificare la realtà in cui vivono e che possiedano delle conoscenze che permettano loro di vedere al contempo le bellezze e le miserie del mondo.

Se insegnare dignità ed emancipazione significa essere conservatore, sono fiero di esserlo.

Conservatori di tutti il mondo uniamoci.

*Insegnante di filosofia a Torino

Categorie: Educazione, Europa, Opinioni
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