“Unione di lavoratori che producono senza padroni? Impossibile”

14.10.2015 - Venezuela Infos

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“Unione di lavoratori che producono senza padroni? Impossibile”
(Foto di Milángela Galea)

Viaggio nel cuore degli “Alfareros del Gres”

di Marco Teruggi

Il padrone si accomodò nel suo ufficio… in Spagna, (o forse era a casa sua?), attivò Skype e ordinò di chiamare tutti i lavoratori della fabbrica di di Barquisimeto (Venezuela) intorno al computer del manager locale: “Non ho più di che investire, la società è in liquidazione, lunedì potete andare a prendervi l’assegno” disse. Un messaggio conciso, da un paese lontano, del quale i lavoratori degli “Alfareros del Gres” si ricordano benissimo. Non c’erano più dubbi: la fabbrica chiudeva, erano tutti licenziati venerdì 31 agosto 2012.

Il primo istinto fu di impedire al procuratore di portare via i macchinari della fabbrica. Il secondo, mettere il lucchetto alla porta d’ingresso. Il terzo, cominciare ad organizzarsi a fronte delle voci che circolavano: la fabbrica era stata venduta e sarebbe demolita a breve. I lavoratori formarono tre gruppi di vigilanza per mantenere sotto sorveglianza gli impianti 24 ore al giorno, giorno per giorno.

Cominciarono i ricatti, i tentativi di usura, le minacce da parte del padrone e del procuratore, del compratore del terreno e allo stesso tempo la pressione economica su lavoratori privati del loro salario e l’apprendistato di una lotta a lungo termine. Tutto ciò che era prevedibile in una situazione di stallo dove la proprietà di una fabbrica era in gioco.

Sui 150 operai ceramisti, sono rimasti dapprima in 25, quindi 19… Il denaro mancava, non si era in grado di rispondere ai bisogni urgenti delle famiglie. Quelli che hanno mantenuto l’occupazione hanno messo in piedi delle strategie di sopravvivenza: una bancarella all’entrata della fabbrica dove vendere caffè, caramelle, tutto ciò che si poteva, e la ricerca di supporti solidali rapidamente emersi: la Federazione Bolivariana socialista dei lavoratori urbani, rurali e della pesca, che ha inventato l’ “operazione chilo” al fine di ottenere cibo, e quello dei compagni della fabbrica Altusa, che avevano affrontato lo stesso padrone in un conflitto simile.

I ceramisti hanno resistito 19 mesi, mantenendo ogni macchina in condizioni di lavoro, costruendo una rete di sostegno famigliare e operaia, una coscienza, la capacità di affrontare notti di vento e di solitudine. Davanti a loro, la fabbrica era solo silenzio. Al centro, fermo, il pezzo principale che aveva lavorato per decenni senza mai spegnersi: un forno di 120 metri di lunghezza, 2 m 80 di altezza, 60 di larghezza, con una temperatura di 890 gradi e una capienza di 45 vagoni. Sul modello di quelli “creati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale per bruciare i corpi degli omosessuali e degli ebrei” spiegano i lavoratori.

19 mesi. Fino al giorno in cui, di fronte alla mancanza di risposta del padrone e alle loro iniziative presso lo stato, hanno deciso di rimettere in funzione la fabbrica e riattivare il forno con l’aiuto dei lavoratori di Altusa, che avevano imparato come riaccendere le macchine della loro fabbrica senza padrone. “L’hanno riscaldato per due mesi, avevano detto loro che se lo avessero acceso Barquisimeto sarebbe esplosa,” dice José Novoa, Presidente della Federazione.

Ma dopo tentativi ed errori, come per esempio la difficoltà di stabilizzare la temperatura al livello giusto, il forno ha ripreso ad operare, insieme al preforno e alle diverse attrezzature per la produzione di piastrelle di gres, quelle che aveva sempre prodotto questa fabbrica.

Con il primo passo è arrivato il primo problema: la mancanza di prodotti chimici necessari per la produzione delle piastrelle. La soluzione: produrre travi e mattoni forati con materie prime facilmente reperibili: argilla, acqua e melassa. Con inventiva, si sono modificati gli stampi, gli strumenti da taglio e costruite nuove linee di trasporto. E mentre la produzione iniziava, la situazione si regolarizzava dal punto di vista legale: la fabbrica è stata registrata presso il Ministero come impresa sociale, cioè senza la partecipazione dello stato con il nome di Alfareros del Gres. Il braccio di ferro sulla proprietà si è concluso a favore dei lavoratori.

La produzione attuale, dopo un anno e mezzo di funzionamento, è di 10.000 mattoni forati al giorno. Quando il processo di automazione sarà finalizzato con il sostegno della Mision Saber y Trabajo si arriverà alle 30-35.000 unità al giorno. “Nessuno di noi è un professionista, la maggior parte di chi gestisce l’impresa non ha la laurea,” spiega Pedro, uno dei diciannove. Era “l’uomo tuttofare” come si definisce egli stesso: riparava la pavimentazione del forno, eseguiva lavori di muratura, riparazioni meccaniche, lavava i cani.

Per mettere in attività i sei ettari su cui si estende la fabbrica hanno dovuto ulteriormente organizzarsi, istituendo altre quattro unità: amministrazione, gestione della produzione, formazione e controllo. Pedro, ad esempio, fa parte del terzo. “Le unità sono state scelte in assemblea, individuando man mano quale attività era più adatta a ciascuno”, racconta. Nella struttura vediamo parte del suo lavoro: murales, slogan, citazioni, orientamento, l’impostazione chavista della fabbrica.

“Dicono che non siamo in grado di gestire o produrre, ma abbiamo dimostrato il contrario con i fatti. È stato duro, ma abbiamo imparato. Tutto è diretto dai lavoratori, l’azienda è nostra, dobbiamo averne cura”, puntualizza Jorgina Catalina, dell’unità amministrativa. Gli “Alfareros de Gres” contano oggi 85 lavoratori, la maggior parte giovani sotto i 25 anni. L’obiettivo è arrivare a 150, quando l’impianto produrrà 35.000 mattoni alveolari, destinati anch’essi alla Mision Vivienda Venezuela (Missione abitativa Venezuela)

“La situazione non è come sostiene la destra. Una fabbrica senza padroni e con i lavoratori uniti è certamente in grado di produrre” spiega Pedro. Ora i profitti sono divisi equamente tra chi produce i matton, non come prima, quando “di otto ore di lavoro, due erano per chi produceva e sei per il padrone”.

I lavoratori degli Afareros sono consapevoli di rappresentare un’esperienza d’avanguardia, non solo in quanto si tratta di una Impresa di produzione sociale diretta di grandi dimensioni, ma perché è una delle poche fabbriche ad essere stata recuperata ed amministrata interamente dai lavoratori. Viene mantenuta una stretta alleanza con le altre due esperienze che conoscono, entrambe a Barquisimeto: Beneagro, ex Pollos Souto, recuperata e messa in produzione dai lavoratori, e Proletarios Unidos, ex Brahma, (1) i cui lavoratori hanno resistito al licenziamento occupando l’azienda e dove si aspetta solo l’espropriazione per rimetterla in funzione.

“Si contano sulle dita di una mano le aziende occupate e completamente amministrate dai lavoratori» sottolinea José Novoa che fornisce le cifre correnti: in Venezuela ci sono 1800 aziende tra recuperate, nazionalizzate, occupate e alleate, cioè quelle con forte presenza e controllo sindacale.

Gli “Alferaros de Gres” sono tra quelli che si possono contare sulle dita di una mano: sono riusciti a resistere, a rimettersi in moto, a produrre, vendere e crescere. Senza lauree, senza proprietari stranieri né esperti venuti da fuori per “consigliare” la direzione. Devono affrontare le loro sfide, come quella di equilibrare le dinamiche tra i 19 lavoratori e coloro che arriveranno: il gruppo che ha resistito non ha ricevuto alcun salario per due anni, come integrare le cose senza generare disparità? Altre sfide saranno: realizzare una gestione collettiva, efficace, trasparente, e dimostrare tanto a se stessi quanto a favore delle battaglie di idee in corso in Venezuela, che “sì, la produzione socialista è possibile”.

Traduzione di Giuseppina Vecchia per Pressenza





Categorie: Economia, Fotoreportages, Sud America
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