Da Venezia a Corfù, sull’Adriatico incombe la minaccia di nuove trivellazioni

08.06.2015 - Bastamag

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Da Venezia a Corfù, sull’Adriatico incombe la minaccia di nuove trivellazioni
Cantiere navale di Pola (Foto di Laurent Geslin)

Il Montenegro già si vede come il futuro “Kuwait dei Balcani”. La Croazia prevede piattaforme petrolifere al largo delle sue stupende isole. L’Albania agita regali fiscali per attirare geologi e trivellatori. Il Mare Adriatico cambierà volto per aprirsi a compagnie petrolifere e a quelle del gas? A rischio di sacrificare la propria attrattiva turistica e trovarsi a vivere sotto la minaccia di di una marea nera che, in questo mare chiuso, avrebbe conseguenze devastanti. Ambientalisti e cittadini cominciano a mobilitarsi.

I turisti non hanno ancora invaso le strette vie della città di Pola, nel sud dell’Istria (Croazia). Sulla piazza centrale, alcuni clienti prendono il sole davanti ai caffè. Si vedono sullo sfondo le gru del cantiere navale di Ugljanik che dominano i vecchi edifici veneziani. Ma Dušica Radojčić, presidente dell’organizzazione ambientale Zelena Istra (“Istria verde”), non ha certo tempo di godere del tepore primaverile. La giovane quarantenne è in prima linea nella mobilitazione contro i progetti di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi nel mare Adriatico. “Ancora pochi mesi fa, in base ai sondaggi, la maggior parte dei croati era a favore delle trivellazioni. Si fidava delle argomentazioni economiche presentate dal governo” spiega. “Da allora abbiamo moltiplicato gli incontri informativi, ed ora la popolazione sta cambiando opinione. Professionisti del turismo e pescatori, ovviamente, sono stati i primi a prendere coscienza del pericolo”.

Il governo croato sogna di vedere il paese diventare il nuovo Eldorado del petrolio e del gas. Il 2 gennaio ha reso noto l’elenco delle aziende che potranno esplorare i fondali marini dell’Adriatico per cinque anni, alla ricerca di petrolio e gas: la croata INA, l’austriaca OMV, l’americana Marathon Oil, l’italiana ENI e la britannica Med-Oil-Gas. Dieci aree, dalla superficie compresa tra i 1000 e i 1600 km², sono state assegnate lungo la costa, ad appena dieci chilometri dal continente e a sei chilometri dalle isole. “ Perché si è autorizzata un’esplorazione così vicino alle isole, ognuna delle quali ha un ambiente particolarmente fragile? Nessuno riesce a capire”, s’indigna Dušica Radojčić.

Il Montenegro, futuro “Kuwait dei Balcani”

L’esistenza di depositi di combustibili fossili è nota da tempo nella regione. Italia e Iugoslavia hanno cominciato a sfruttare il gas naturale nel nord Adriatico sin dagli anni sessanta, e quindici piattaforme di gas sono tuttora operative al largo della costa dell’Istria, a circa 40 miglia a sud-ovest di Pola. Più a sud, la piattaforma continentale conterrebbe anche petrolio, al largo di Dubrovnik, vicino ai parchi naturali delle isole di Mljet e Lastovo.

Le bocche di Cattaro (Montenegro)

I confinanti della Croazia, d’altronde, non sono da meno. Il governo montenegrino, ben deciso a lanciare la prospezione, già da diversi anni sostiene la presenza di importanti giacimenti petroliferi davanti alla penisola di Prevlaka e alle bocche di Cattaro. Si tratterebbe di riserve dell’ordine di 7 miliardi di barili ma le condizioni di esplorazione non sono mai state specificate. Le autorità di Podgorica sognano a loro volta di vedere il proprio paese, divorato dalla corruzione, diventare un “Kuwait dei Balcani”. Problema: secondo la costituzione adottata nel 2007, il Montenegro è diventato ufficialmente “uno Stato ecologico”. Un argomento pesante per gli ambientalisti, fermamente contrari alla ripresa delle trivellazioni in prossimità della costa. “Potete immaginare l’impatto sul turismo e su ciò che noi chiamiamo “la nostra bellezza selvaggia?”, tuona Nataša Kovačević, coordinatrice della ONG Green Home.

Vantaggi fiscali in Albania

Anche in Albania ci si interessa, da vari decenni, alla manna petrolifera. D’altronde, il campo di Patos-Marinza, nel sud del paese, è il più importante pozzo on-shore in Europa. Quanto alla raffineria di Ballsh, è conosciuta come una delle capitali del traffico di greggio. È da qui che transitava, negli anni novanta, buona parte dei carburanti venduti dall’Iraq nell’ambito del programma “oil for food”, così come la benzina destinata alla Serbia, all’epoca sotto embargo internazionale. Più recentemente, nel giugno 2012, l’Albania ha accordato alla società Emanuelle Adriatic Energy Ltd., registrata a Cipro e filiale dell’israeliana ILDC, una concessione per la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi su una vasta area, 5070 km², nella parte meridionale dell’Adriatico, nonostante il conflitto con la Grecia nella delineazione delle sue acque territoriali.

Il che non ha impedito al primo Ministro Edi Rama di annunciare, ai primi di marzo, l’inizio “di un nuovo capitolo nella storia della gassificazione dell’Albania”. Verrà avviata una fase di esplorazione in 13 aree già individuate. Per incoraggiare le imprese straniere a stabilirsi, Tirana ha concesso tutta una serie di vantaggi sonanti e sostanziosi: esenzione IVA totale durante la fase di esplorazione, durata delle concessioni estesa a 30 anni per l’esplorazione. I fondi mobilizzati negli idrocarburi rappresentano il 40% del totale degli investimenti esteri e, secondo gli esperti locali, si stima che le riserve albanesi in petrolio e gas sarebbero pari a 400 milioni di tonnellate.

Nessuno studio d’impatto ambientale in Croazia

Tuttavia, è in Croazia che i progetti sono più avanzati, nonostante la forte opposizione dei difensori dell’ambiente. “Respingiamo questi progetti per questioni di sicurezza: gli incidenti sono sempre possibili e potrebbero avere conseguenze drammatiche per l’ambiente naturale. Già lo sfruttamento “normale”, anche senza incidenti, comporta un certo livello di inquinamento visivo e ambientale. Non dimentichiamo che l’Adriatico è un mare chiuso”, spiega Bernard Ivčić, dell’ONG Zelena Akija di Zagabria, che ha creato una rete di organizzazioni riunite sotto l’etichetta SOS per l’Adriatico“In Croazia, non è stato effettuato nessuno studio di impatto ambientale. Questo sarà a carico delle imprese concessionarie, che ovviamente minimizzeranno al massimo i rischi”, sottolinea.

La città e la baia di Pola (Croazia)

La dinamica delle correnti marine è ben nota nell’Adriatico: risalgono lungo la costa orientale per poi scendere lungo la costa italiana, cariche dell’inquinamento delle città del Nord (Rijeka in Croazia, Trieste e Venezia in Italia) e delle industrie della pianura padana. Per il momento, nonostante l’incuria ambientale, l’assenza quasi totale di trattamento dei rifiuti e i frequenti scarichi in mare derivanti dalla pulizia delle petroliere, le acque albanesi, montenegrine e croate rimangono relativamente pulite. Tuttavia, il minimo inquinamento nel sud dell’Adriatico interesserebbe immediatamente tutte le isole della Dalmazia, l’Istria e il Golfo di Venezia.

Sviluppo industriale o rischio per il turismo?

Eppure, il governo croato e le imprese del settore energetico spazzano via con noncuranza le preoccupazioni di ambientalisti e professionisti del turismo. Per loro,  il transito, lungo la costa croata, di 4000 navi cisterna all’anno dirette ai principali porti del nord dell’Adriatico è un pericolo di gran lunga maggiore rispetto all’installazione di alcune piattaforme in mare. “Un disastro è sempre possibile”, riconosce Igor Dekanić, professore presso la scuola mineraria di Zagabria, “ma l’industria petrolifera è molto esperta, può ridurre il rischio al minimo. Fino ad ora non ci sono mai stati incidenti legati agli idrocarburi in Adriatico”. Per il mondo accademico, senza dubbio, queste trivellazioni sono una risorsa per il paese, soprattutto in termini di attività economica.

Un argomento di gran peso in una Croazia in crisi. Membro dell’Unione europea dal 1° luglio 2013, in costante fase di recessione dal 2008, ha il più alto tasso di disoccupazione dei 28 paesi membri, dopo la Grecia e la Spagna: il 18% della popolazione attiva e il 45,5% dei giovani. In questo contesto, qualsiasi iniziativa industriale sarebbe quindi considerata positiva. Zagabria rischia tuttavia di segare uno dei rami principali della propria economia, il turismo. A quanti sostengono che la Croazia non può puntare solo sulla troppo breve stagione estiva, Bernard Ivčić ribatte che il paese dovrebbe impegnarsi nella transizione verso un’economia “verde”. “Ricaviamo solo il 2% della nostra energia elettrica dal sole e dal vento. Si tratta di un settore che potrebbe creare molti posti di lavoro” spiega il capo dell’ONG Zelena Akija. Gli ambientalisti sottolineano inoltre che il governo non ha mai fornito informazioni riguardo ai reali benefici che Zagabria potrebbe trarre dallo sfruttamento di giacimenti fossili.

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Il villaggio di Perast, nella baia di Càttaro (Montenegro)

Il professore Dekanić rimane cauto. “Non bisogna sognare, la Croazia non diventerà una nuova Norvegia. Al massimo, potremmo soddisfare i nostri bisogni di gas naturale ed, eventualmente, di petrolio. L’unico vero vantaggio è quello di essere al confine dell’Unione europea in una zona sotto il profilo geopolitico stabile”. L’accademico riconosce comunque che la più grande minaccia che ora incombe su questo progetto non è tanto dovuta alle mobilitazioni ambientaliste quanto alla caduta del prezzo del petrolio, passato da circa 110 dollari a barile ad appena 60 in meno di un anno, il che potrebbe compromettere la redditività dei progetti croati. “Il contesto economico è tutt’altro che favorevole, e con le elezioni parlamentari alla fine dell’anno, tutti i partiti politici del paese sapranno trovare buone ragioni per ergersi come protettori dell’ambiente al fine di guadagnarsi il favore degli elettori”.

Jean-Arnault Dérens, Laurent Geslin e Simon Rico

Foto: © Laurent Geslin.
Traduzione dal francese di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Europa, Internazionale, Opinioni
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