Quando venne abbattuto l’ultimo albero

23.10.2014 - Tony Robinson

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese, Tedesco

Quando venne abbattuto l’ultimo albero

Secondo gli studiosi specializzati nella sua storia, l’Isola di Pasqua è rimasta un sistema chiuso per 1.400  anni. I primi abitanti erano polinesiani provenienti da ovest, approdati in canoa con piante e animali per fondare una nuova colonia, una nuova civiltà. I nuovi arrivati trovarono una terra piena di alberi, grandi riserve d’acqua dolce nei crateri di vulcani spenti e un’infinità di uccelli, costruirono villaggi e un sistema economico che permetteva di sfamare le loro famiglie.

La vita è continuata per secoli senza molto da fare se non coltivare, pescare o depredare i nidi degli uccelli; c’era molto tempo da dedicare alla costruzione di abitazioni e ad attività più culturali.

La tradizione, probabilmente nata nel loro luogo di origine in Polinesia, di onorare la morte dei capi più importanti, dotati di un’energia e un potere speciali, portò a uno dei più straordinari progetti di costruzione mai visti sul pianeta: la realizzazione di incredibili piattaforme, su cui erano collocate delle enormi statue di pietra. I teschi dei defunti venivano inseriti all’interno della piattaforma.

Nel corso del tempo il culto delle statue fiorì e da piccole queste diventarono gigantesche, fino a pesare decine di tonnellate. A volte venivano trasportate per grandi distanze. Furono aggiunte enormi teste, inseriti nelle orbite grandi occhi di corallo e pupille di ossidiana dove dimorava tutto il potere un tempo appartenuto al defunto. Le statue vennero erette da una generazione all’altra, formando delle file che guardavano verso gli insediamenti e lontano dal mare. Colme com’erano del potere degli antenati, le statue fornivano protezione alla comunità.

Tutto andava bene per gli isolani. Gli europei non erano ancora arrivati per ridurli in schiavitù o trasmettere malattie contro cui non avevano difese, eppure dopo un periodo di mille anni senza guerre, all’improvviso, nel giro di venti-quarant’anni la popolazione dell’isola venne decimata e il culto delle statue abbandonato. Che cosa aveva causato questo crollo inatteso?

L’effetto di un sistema chiuso

La risposta, o almeno un’analogia che può aiutare a individuarla si trova a sorpresa nel campo della termodinamica, un ramo della fisica capace di provocare un tremendo mal di testa a chi cerca di studiarla. Riguarda concetti come la temperatura, la pressione, i volumi e il rapporto tra di essi e il concetto piuttosto astratto di entropia.

Immaginate una scatola piena di ossigeno in forma gassosa e un’altra pieno di azoto gassoso. Le due scatole sono una accanto all’altra, separate da una parete rimovibile. Toglietela e i due gas si troveranno fianco a fianco. Con il tempo si mescoleranno al punto che non sarà più possibile individuare la loro posizione iniziale. Questo è l’effetto dell’entropia. Essa misura la quantità di disordine in un sistema. La condizione iniziale – due masse di gas puro fianco a fianco – è la più ordinata possibile, quella finale – i due gas mescolati – la meno ordinata possibile.

Il secondo principio della termodinamica afferma che un sistema lasciato a se stesso, ossia chiuso, tende a muoversi verso un disordine crescente. Ed è a questo punto che si può introdurre un’analogia con l’economia: in un sistema chiuso i componenti si muoveranno verso un disordine crescente.

L’Isola di Pasqua, il sistema chiuso perfetto

Gli abitanti rimasero isolati per 1.400 anni. Con il passare del tempo la popolazione aumentò e le limitate risorse naturali furono consumate: gli alberi vennero abbattuti per creare ripari e trasportare le statue, i topi introdotti come cibo dai nuovi arrivati divorarono i frutti e i semi che potevano generare nuovi alberi, gli uccelli marini si estinsero e non rimasero alberi per costruire imbarcazioni che permettessero di trovare nuove isole da colonizzare. La popolazione crebbe in modo esponenziale per secoli e la deforestazione causò l’erosione del suolo e raccolti sempre più miseri.

Ad un certo punto l’isola non riuscì più a produrre cibo sufficiente a sfamare gli abitanti. Non si costruirono più statue perché non c’erano né alberi né cibo per gli artigiani; si ignora se ci furono tentativi di dialogo, ma quello che è certo è lo scoppio di violenti conflitti. All’improvviso nei reperti archeologici apparvero le armi, tutte le statue vennero abbattute e gli occhi – la fonte del potere del villaggio – distrutti.  Il sistema crollò e secondo alcuni calcoli il 90% della popolazione venne decimato.

Il Pianeta Terra, il sistema chiuso perfetto

Non bisogna essere un genio per scorgere il rapporto tra l’Isola di Pasqua, con una popolazione di 20.000 persone e il Pianeta Terra con i suoi quasi 8 miliardi di abitanti.

Anche noi viviamo in un sistema chiuso. Abbiamo risorse limitate di combustibili fossili e alberi, un numero limitato di piante e animali commestibili e una popolazione che sta crescendo in modo esponenziale. E’ chiaro che con il passare del tempo tendiamo a un disordine crescente. L’insoddisfazione tra la gente cresce, le guerre, la povertà e la morte aumentano. Così come le due masse gassose all’inizio erano tutte ordinate e poi sono divenute sempre più disordinate, così nelle nostre vite ben regolate penetra un disordine crescente. Nel nostro sistema chiuso la crescente entropia si sta avvicinando al punto di non ritorno.

Dove stiamo andando?

Stiamo andando verso un crollo della civiltà umana; la storia dell’Isola di Pasqua lo dimostra, ma basta esaminare ogni civiltà per notare che un momento di estrema decadenza precede sempre un tremendo crollo.

Nel caso di civiltà precedenti, come quella dei romani, il sistema non era del tutto chiuso e c’era sempre un altro posto dove andare, altre risorse disponibili se le si cercava e quindi era sempre possibile che emergesse una nuova civiltà.

Nell’Isola di Pasqua non c’era via di fuga da un sistema chiuso, così questo è crollato e non è riuscito a riprendersi, fino a quando è stato riaperto dall’arrivo degli europei (che hanno quasi cancellato la popolazione con le malattie e la schiavitù).

Allo stesso modo non c’è via d’uscita dal nostro attuale sistema. Non esiste una Terra 2.0. Se non riusciremo a rendere sostenibile la vita su questo pianeta, non ci sarà speranza per l’umanità.

Nell’Isola di Pasqua le guerre si combattevano con bastoni e pietre. Le guerre per distruggere il pianeta Terra si combatteranno con le armi nucleari. Le centrali nucleari esploderanno, il pianeta verrà inquinato per decine di migliaia di anni e l’umanità  – e forse ogni forma di vita – si estinguerà. Ci vorranno miliardi di anni per ricostruire il pianeta, dalle cellule più primordiali alle forme di vita senziente e forse questa rinascita non avverrà mai.

Cosa possiamo fare?

L’unica soluzione di basa su due principi: l’umanesimo e la sostenibilità.
Dobbiamo costruire un mondo senza violenza, che rispetti tutte le forme di vita del pianeta E dobbiamo vivere esistenze sostenibili. Se nell’arco della nostra vita usiamo più risorse di quelle che il pianeta è in grado di rigenerare allora continueremo ad avanzare verso la distruzione.

Ci sono cose che possiamo fare.

Primo, dobbiamo riconoscere che come specie umana stiamo andando verso il collasso e che dobbiamo cominciare a parlare seriamente di come fermarlo.

Secondo, dobbiamo passare con urgenza alle energie rinnovabili.

Terzo, dobbiamo passare a un sistema economico basato sui principi della sostenibilità.

Quarto e più importante, dobbiamo considerare la vita umana come il valore e la preoccupazione centrali. Questo non significa dimenticare le altre forme di vita, perché considerare la vita umana come valore centrale esige la valorizzazione di ogni altra forma di vita.

Queste cose sono necessarie e urgenti.

Il mondo verso cui abbiamo bisogno di avanzare è la Nazione Umana Universale. E’ l’unica via d’uscita da un sistema chiuso e l’unico modo di evitare l’estinzione.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo

Categorie: Internazionale, Opinioni, Pace e Disarmo
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