La razza conta: il ritorno della segregazione nell’istruzione pubblica statunitense

26.04.2014 - Amy Goodman

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La razza conta: il ritorno della segregazione nell’istruzione pubblica statunitense
(Foto di AscendedAnathema)

“Segregazione oggi, segregazione domani, segregazione per sempre”, proclamava George Wallace, governatore dell’Alabama, più di cinquant’anni fa. La sua retorica razzista, di cui andava orgoglioso, era accompagnata da ogni tipo di atrocità: omicidi, linciaggi e una violenza sistematica contro gli afro-americani e chi lottava per i diritti civili, spesso commessi con l’appoggio delle autorità locali e statali, o addirittura da esse organizzati. Ciononostante la lotta per l’uguaglianza ha ottenuto vittorie come l’approvazione della Legge sui Diritti Civili nel 1964, la Legge per il Diretto al Voto nel 1965, l’”affirmative action” (ossia la cosiddetta “discriminazione positiva” su base razziale – finalizzata a promuovere per esempio la diversificazione negli atenei, garantendo un certo numeri di iscrizioni ad afroamericani ed ispanici, N.d.T) e l’integrazione nelle scuole per ordine giudiziario. Tuttavia, dopo la recente sentenza della Corte Suprema (nella foto, la sua sede a Washington) per bloccare l’affirmative action nell’accesso alle università statali del Michigan e data la nuova ondata di segregazione nelle scuole, il sogno di Wallace della “segregazione per sempre” pare più vivo che mai.

Nikole Hannah-Jones si dedica al giornalismo investigativo e lavora per l’agenzia stampa senza fini di lucro ProPublica. Ha appena pubblicato un eccellente articolo dal titolo “La segregazione oggi”, a cui ha lavorato per un anno, sul ritorno della segregazione nelle scuole pubbliche di Tuscaloosa, in Alabama. “Oggi a Tuscaloosa praticamente uno studente nero su tre frequenta scuole in cui sembra che la sentenza Brown contro il Consiglio Educativo non sia mai avvenuta” osserva. Questa sentenza, emessa dalla Corte Suprema nel maggio del 1954, raggruppò varie cause pendenti (tutte presentate dalla NAACP – Associazione nazionale per il progresso della gente di colore) contro la segregazione razziale nelle scuole. L’allora Presidente della Corte Suprema, Earl Warren, autore della sentenza decisa all’unanimità, dichiarò: “Abbiamo concluso che nell’ambito dell’istruzione pubblica la dottrina dei ‘separati ma uguali’ non vale. L’esistenza di centri educativi separati in base alla razza costituisce un’intrinseca disuguaglianza.”

L’articolo di Hannah-Jones racconta la storia del processo di desegregazione a Tuscaloosa attraverso lo sguardo di tre generazioni della famiglia Dent. James Dent crebbe in piena segregazione e non ebbe mai compagni di scuola bianchi. Sua figlia Melissa frequentò per la prima volta una scuola interrazziale nel 1980. A Tuscaloosa  mettere fine alla segregazione richiese anni e per riuscirci furono necessari vari ordini giudiziari. Le due scuole superiori pubbliche della città si unirono per formarne una sola, chiamata Central High School, che divenne un simbolo di eccellenza a livello statale dal punto di vista accademico e sportivo. Melissa fu il primo membro della famiglia a frequentare l’università e a laurearsi.

Tuttavia quest’epoca d’oro senza segregazione razziale non durò a lungo. “Tuscaloosa è diventata una dei distretti scolastici del paese dove la segregazione è tornata a istallarsi più rapidamente”, ha spiegato Hanna-Jones nel programa “Democracy Now!”. “Nel 2000, quando un giudice federale non ha applicato un ordine giudiziario anti-segregazione a Tuscaloosa, il Consiglio Educativo ha subito deciso di dividere la Central High School, creata in base a un ordine giudiziario. Nel 1979, 25 anni dopo la sentenza sul caso Brown, a Tuscaloosa esistevano una scuola secondaria per neri e una per bianchi; un tribunale ordinò di fonderle e così venne creata la Central High School. Si trattò di fatto di un successo nella storia dell’integrazione razziale nelle scuole, ma per timore di un esodo della popolazione bianca, nel 2000 il Consiglio Educativo è tornato a dividere e separare questa scuola, formandone tre: due interrazziali e una riservata a studenti neri”. E così si è creato un nuovo tipo di segregazione. A Tuscaloosa non ci sono scuole “solo per studenti bianchi”, come succedeva prima del 1979, ma ora c’è una scuola secondaria “solo per studenti neri”, la nuova Central High School, situata in un quartiere misto! “La divisione dei distretti è stata manipolata in modo da costringere gli studenti bianchi che vivono di fronte alla nuova Central High School  a frequentare una scuola mista situata molto più lontano. La nuova scuola solo per studenti neri è stata creata con un cambiamento intenzionale dei distretti.”

Il problema non riguarda solo il profondo sud degli Stati Uniti.  Il Progetto sui diritti civili dell’Università di California-Los Angeles (UCLA), seguendo le tendenze a livello nazionale ha scoperto che “le scuole con la maggiore segregazione del paese si trovano nello stato di New York. La città di New York influisce pesantemente sulla situazione statale, giacché il suo sistema di istruzione pubblica è uno dei più vasti e segregati del paese.” Il rapporto dell’UCLA utilizza varie volte un termine ormai abituale nei circoli accademici che studiano i nuovi tipi di segregazione: “le scuole apartheid”, ossia quelle in cui gli studenti bianchi sono meno dell’1%. Il rapporto aggiunge: “Nel 2010 in tutta la città di New York, il 73% delle scuole charter (scuole a gestione privata finanziate con fondi pubblici) sono state considerate scuole apartheid e il 90% scuole con un alto livello di segregazione (meno del 10% di studenti bianchi iscritti)”.

La decisione della Corte Suprema sul caso delle università del Michigan contribuirà senza dubbio alla nuova ondata di segregazione, sia nelle scuole secondarie che negli atenei. La decisione, presa con sei voti a favore e due contro, ha ratificato la proibizione vigente in Michigan di applicare la politica dell’”affrimative action “ nell’ammissione alle università statali.  Il Presidente della Corte Suprema, John Roberts, ha espresso la sua opinione riguardo al razzismo già nel 2007 con una controversa dichiarazione: “Per mettere fine alla discriminazione per motivi razziali bisogna smettere di discriminare per motivi razziali”. La magistrata Sonia Sotomayor,  che ha votato contro la maggioranza della Corte, ha scritto: “Secondo i miei colleghi bisogna escludere la razza dalla discussione e lasciare che i votanti risolvano la questione. E’ un’opinione totalmente fuori dalla realtà.”

La realtà è che la discriminazione razziale e la segregazione vanno mano nella mano. E’ probabile che il razzismo non si diffonda dal podio di un governatore, come è successo nel 1963 con George Wallace, ma  un paese diviso a livello razziale non sarà mai egualitario.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

 

 

Categorie: Diversità, Educazione, Nord America, Opinioni
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