L’epoca più rivoluzionaria della storia

23.04.2014 - Zona Critica

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

L’epoca più rivoluzionaria della storia
(Foto di Foto di Abcntinfo)

Secondo lo studio World Protest 2006-2014, di Initiative for Policy Dialogue e Friedrich Ebert Stiftung, New York, viviamo nell’epoca più agitata della storia: tra il 2006 e la metà del 2013 nel mondo sono scoppiate 843 grandi proteste. A differenza del concetto classico di rivoluzione, le rivolte non sono sempre sinonimo di presa del potere. Secondo vari autori, sta nascendo una nuova era di carattere insurrezionale.  

Di Bernardo Gutiérrez per Zona Crítica.

 

Se oggi Karl Marx alzasse la testa rimarrebbe sconcertato: le rivolte scuotono il mondo e rinascono nei luoghi più inaspettati, ma quasi nessuna prende il potere. Le condizioni oggettive per ribellarsi sono evidenti come nell’Ottocento, ma poche proteste sfociano nel significato letterale di rivoluzione, ossia un “cambiamento violento delle istituzioni politiche, economiche o sociali di una nazione”.  Inoltre il proletariato non sembra pronto a scatenare la rivoluzione e la lotta di classe non pare il leitmotiv dell’ondata di esplosioni sociali che si ripetono fin dalla Primavera Araba. Un nuovo soggetto politico – più diffuso, più eterogeneo, più inclassificabile –  scompagina le definizioni e le frontiere formali delle rivoluzioni.

Secondo lo studio World Protest 2006-2014, di Initiative for Policy Dialogue e Friedrich Ebert Stiftung, New York, viviamo nell’epoca più agitata della storia, ancora più intensa del 1848, del 1917 e del 1968. Navighiamo in un oceano politico instabile, scosso da raffiche di protesta che spuntano come pop up inaspettati nello schermo globale: secondo tale studio, tra il 2006 e la metà del 2013 sono scoppiate 843 grandi proteste. Il giornalista britannico Paul Mason vede un forte parallelismo tra l’attualità e le ondate di scontento del 1848 e del 1914. Il filosofo Alain Badiou adombra addirittura un “rinascimento della storia” in una nuova età di “rivolte e sollevazioni” dopo un lungo intervallo rivoluzionario. Proteste, esplosioni, pop up di indignazione e speranza. Nella maggioranza dei casi però il sistema non fa una piega.

Si occupano le strade, si fanno a pezzi codici giuridici, sociali e urbani, si costruiscono nuove immagini e i vincoli sociali si mescolano, si ricombinano e si moltiplicano.  Tuttavia quando una rivolta riesce a prendere il potere, come in Ucraina, questo può accadere con l’aiuto di forze conservatrici, o addirittura neonaziste e una sollevazione contro una dittatura, come in Egitto, può sfociare in un nuovo governo militare. Magari il manifestante è finito sulla copertina di Time, come fa notare Paul Mason,  ma “nessuna rivolta ha raggiunto il suo obiettivo”. E quando le proteste del “Passe Livre” in Brasile conseguono il loro obiettivo iniziale (la riduzione di venti centesimi del prezzo del biglietto dei mezzi pubblici), ecco che spuntano decine di nuove richieste: educazione di buona qualità, trasparenza, democrazia partecipativa…

E come se non bastasse, alcune delle rivolte degli ultimi tempi non corrispondono nemmeno alla definizione di “popolare” e i loro protagonisti non c’entrano niente con il proletariato del marxismo leninismo. Il manifestante comparso sulla copertina di Time potrebbe essere un laureato spagnolo senza futuro, un working poor brasiliano indebitato con la banca,  un membro della classe media di Istambul scacciato dal suo quartiere dalla gentrificazione. E i precari urbani o i “cittadini della rete” – concetti insufficienti, ma più attuali del proletariato – possono lottare fianco a fianco con pensionati indignati per la corruzione politica in Bulgaria. Viviamo nell’era più rivoluzionaria della storia o in un preludio di scontento come quello sfociato nella serie di esplosioni sociali del 1848? L’esplosione sta per arrivare?

Il giro del mondo in 843 rivolte

Il rapporto World Protest – probabilmente lo studio più completo redatto finora – esamina nei particolari le 843 proteste scoppiate in 84 paesi tra il 2006 e il luglio 2013 con una metodologia classica. Non parla di rivolte nella rete, di contagi trasversali o di connessioni globali. La rivoluzione simbolica, le idee e le emozioni che nel 2011 hanno unito il 99% contro le elites non occupano molto spazio. Lo studio menziona Occupy Wall Street e gli Indignati spagnoli, sottolineando le cause oggettive e analizza tutto con una certa linearità: le richieste, chi convoca le manifestazioni, i formati delle proteste, la controparte, i risultati ottenuti. A prima vista, la novità radicale dello studio potrebbe sfuggirci. La causa principale delle rivolte è “l’economia o le misure di austerity” (488 del totale). Le “organizzazioni tradizionali” (sindacati, organizzazioni, ONG) continuano a essere le più influenti e la manifestazione o il corteo è ancora la forma più abituale di protesta (437 del totale).

Tuttavia un’osservazione minuziosa del World Protest fa emergere dettagli sorprendenti. E’ inevitabile: anche se si analizzano le cause oggettive, le spiegazioni lineari o le condizioni macro economiche, qualcosa di diverso sta agitando il mondo. Come mostra il rapporto, i governi e il sistema economico  continuano a essere i principali oppositori dei manifestanti, ma qualcosa di liquido, di atmosferico, di intersoggettivo sta sconvolgendo l’ordine stabilito. La “democrazia reale” compare come la seconda rivendicazione più comune (210 delle proteste). Le “carenze della democrazia rappresentativa” sono la causa di 376 delle rivolte e i “nuovi agenti di cambiamento (tra cui si trovano Occupy, 15M/ Indignati e Anonymous) convocano quanto i sindacati.  Le “occupazioni” e le “assemblee” (219 del totale) sono già il secondo formato più comune dopo la manifestazione classica. L’irruzione dei “leaks” (fughe di notizie), come quelle di Wikileaks sull’Iraq e l’Afghanistan, le rivelazioni di Edward Snowden o i dati sui politici divulgati da Anonymous all’inizio della Rivoluzione di Gelsomini in Tunisia completano questo affascinante nuovo paesaggio.

Una rivoluzione fluida

“Lo Stato è istituzionale e statico, la rivoluzione è fluida e dinamica”. La frase, usata da Emma Goldman nel 1924 per spiegare come lo “Stato ha assassinato la Rivoluzione Russa”, potrebbe ampliare il campo semantico della rivoluzione nel XXI secolo. Una rivoluzione liquida, sotterranea, simbolica, sta corrodendo le fondamenta dello Stato. Preferisce ciò che è laterale e asimmetrico ai territori solidi e delimitati della politica convenzionale.

Forse siamo entrati in una nuova era di resistenza, come osserva in un articolo sul Guardian Costas Douzinas. Un’era con nuove “forme, strategie e soggetti di resistenza”, una nuova era insurrezionale che ha come protagonista un soggetto sociale diffuso, trasversale, interclassista e transnazionale. Un nuovo soggetto politico poliedrico che sostituisce le ideologie e le identità chiuse con adesioni emotive temporanee. Un ecosistema attivista che inserisce rivendicazioni iperlocali in un nuovo magma di lotte intercontinentali. Perché gli attivisti del movimento Fica Ficus   della città di Belo Horizonte, in Brasile, si sono collegati prima con Gezi Park a Istambul (9 giugno 2013) che con l’immaginario del Passe Livre che stava già scendendo in strada a São Paulo? Perché gli attivisti del Coletivo Vinhetando di Rio de Janeiro hanno realizzato un vídeo remix  sulla recente battaglia di Gamonal (Burgos, Spagna), in cui gli abitanti hanno affossato il piano urbanistico neo-liberista voluto dalle autorità?

Marx sarebbe confuso, anche se forse si godrebbe l’insurrezione virale del XXI secolo. E forse capirebbe al volo che la “massa” e la classe proletaria stanno lasciando il posto a un nuovo corpo collettivo, a una moltitudine che si disperde e si ricompone cambiando il mondo senza prendere il potere, come auspicava John Holloway. Una moltitudine senza volto né leaders, che sta sostituendo i pezzi del sistema senza modificare di colpo il suo sistema operativo. Una moltitudine resiliente e mutante, che anche senza prendere il potere trova le brecce del sistema, hackerando per spargere i semi del nuovo mondo.

Può essere che il pianeta delle 843 rivolte non sia immerso in una rivoluzione. Forse si tratta di un nuovo rinascimento in rete, come sostiene Douglas Ruskoff . “I rinascimenti sono momenti storici di ricontestualizzazione”, afferma Ruskoff. Forse viviamo innanzitutto una rivoluzione simbolica che si sta forgiando nella mente delle persone. La differenza è che ora la rivoluzione soggettiva non dipende da un apparato verticale, come nella Germania di Hitler o nella Russia di Lenin. La rivoluzione soggettiva può nascere in seguito alla connessione di nodi, a una serie di indignazioni assemblate e rafforzate nella rete. La rivoluzione simbolica si diffonde senza freni, dalle reti sociali alle strade, trasformando un grido qualunque in un’ampia rivolta, come è successo a Gezi Park a Istanbul o nelle proteste del Passe Livre in Brasile. Non si tratta di venti centesimi (la richiesta iniziale), ma di diritti.

Il mondo delle 843 rivolte non è lineare né prevedibile. Non lo si può spiegare neanche con il paradigma della Rivoluzione come metafora dei movimenti popolari. In Mali scendono in strada contro i diritti delle donne, in Francia contro i gay, in Austria o a Singapore contro gli immigrati. E se gli abitanti del paese più ricco del mondo decideranno che la loro situazione sociale è indignante, organizzeranno una rivolta potente.

Paul Mason cita un commento di Virginia Woolf dell’inizio del Novecento per cercare di spiegare il XXI secolo: “Il carattere umano è cambiato più o meno nel dicembre del 1910”. Virginia Woolf se riferiva a una rivoluzione nella vita sociale e nell’arte che trasformò le convenzioni dell’era edoardiana in “qualcosa di morto”. I manifestanti – puntualizza Mason – hanno fatto in modo che il XX secolo appaia alieno e remoto com’era il XIX secolo per Virginia Woolf e il suo circolo”.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

 

 

 

Categorie: Cultura e Media, Diritti Umani, Internazionale, Opinioni, Politica
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