Metropolitana e treni di lunga percorrenza fermi nelle stazioni, banchine deserte, ospedali limitati ai servizi di pronto soccorso, scuole e uffici pubblici chiusi e pochi autobus in circolazione sono solo alcuni esempi dell’adesione allo sciopero generale proclamato in Portogallo dalle due maggiori organizzazioni sindacali del paese.

Da quando, due anni fa, la destra è andata al governo, l’economia è entrata in una fase di recessione, il paese si è impoverito, la disoccupazione è cresciuta, raggiungendo livelli senza precedenti, gli imprenditori hanno smesso di investire, gli orari di lavoro sono diventati più lunghi, le ferie più corte e i licenziamenti più facili.

Sono questi i fattori principali che hanno permesso l’intesa tra le due centrali sindacali: per la quarta volta in quarant’anni esse hanno unito gli sforzi per proclamare uno sciopero generale contro il governo del primo ministro Pedro Passos Coelho.

La stragrande maggioranza degli scioperi generali realizzati dal ritorno della democrazia nell’aprile 1974 è stata convocata dalla potente Confederacion General de los Trabajadores de Portugal (CGTP), in genere più combattiva dell’Unión General de Trabajadores (UGT).

La CGTP ha una maggiore capacità di convocazione: è composta da comunisti, settori dell’ala sinistra del Partido Socialista (PS), movimenti cattolici progressisti, ex-trotskisti e indipendenti e riunisce la grande maggioranza dei lavoratori sindacalizzati, soprattutto nel campo dell’industria, dei trasporti, dell’agricoltura e degli enti locali.

Di dimensioni più modeste, l’UGT ha i suoi punti di forza tra i dipendenti delle banche, del commercio e dei servizi, tra i simpatizzanti del PS e del Partido Socialdemócrata (PSD, di centrodestra nonostante il nome) e del Centro Democrático Social (CDS, destra nazionalista), entrambi partiti governativi e membri del Partito Popolare Europeo.

La sostituzione di João Proença, un dirigente della cosiddetta “ala liberale” del PS, con il socialista di sinistra Carlos Silva nella direzione dell’UGT ha facilitato il dialogo e l’intesa, ha ammesso il segretario generale della CGTP, Armenio Carlos, alla vigilia dello sciopero generale.

Spiegando l’adesione dell’UGT allo sciopero, Silva ha criticato con durezza “un governo che tratta gli interlocutori sociali come se possedesse la verità assoluta, un atteggiamento che non esiste in democrazia, ma nei regimi totalitari e dittatoriali”.

Il governo “non si rende conto che un negoziato non è un’imposizione. L’UGT si è scontrata con un muro insuperabile di intransigenza”, e questo ha portato alla convergenza con la CGTP.

“Basta con le misure di austerità che puniscono il paese, violentano le persone e penalizzano i lavoratori, i giovani e i pensionati”, ha sottolineato Silva.

Fatto inedito in questo sciopero generale, le confederazioni degli imprenditori hanno dichiarato di “capire” i motivi della protesta. “Abbiamo ammonito il governo riguardo alla politica recessiva e ci aspettiamo che questo tipo di situazioni si ripetano. Lo abbiamo avvertito dei rischi di disordini sociali, se la situazione economica continua a peggiorare ”, ha dichiarato un portavoce della Confederación del Comercio.

Questa è la quarta volta dal 1974 che la CGTP e l’UGT si uniscono paralizzando le attività del paese e la seconda contro il governo di Passos Coelho, il primo a dover affrontare due scioperi generali da quando è tornata la democrazia.

Il primo sciopero generale risale al marzo del 1988. Dopo 22 anni e davanti alle dure misure di austerità decise dall’allora primo ministro socialista José Sócrates, le due centrali sindacali ne hanno proclamato un secondo il 24 novembre 2010 e un terzo lo stesso giorno del 2011.

Parlando con un gruppo di corrispondenti stranieri, Armenio Carlos ha assicurato che “questo sciopero generale non è semplicemente uno sciopero in più. Tutti hanno ottenuto risultati, anche se spesso non nell’immediato; a breve o medio termine hanno comunque dato frutti positivi per i lavoratori, come per esempio evitare l’allungamento dell’orario di lavoro”.

In quanto ai cambiamenti necessari per attenuare la pesante situazione economica, il leader della CGTP ha dichiarato che bisogna rinegoziare il debito “perché per pagarlo il Portogallo dovrebbe crescere almeno del 5% all’anno, una prospettiva al momento inesistente”.

“Ci stanno prestando denaro al 5, 6 e addirittura 7% annuale e non siamo in condizioni di pagare interessi del genere senza prospettive di crescita nei prossimi anni. Secondo gli studi degli organismi europei tra quest’anno e il 2017 il Portogallo non crescerà più del 0,5%. E’ una situazione insostenibile”, ha commentato.

Ha criticato la Banca Centrale Europea (BCE), che insieme al Fondo Monetario Internazionale e all’Unione Europea (UE) fa parte della troika di creditori che hanno prestato 110 miliardi di dollari al Portogallo per “salvare” l’economia e le finanze pubbliche.

“La BCE presta denaro ai gruppi finanziari a un interesse dello 0,5% e loro poi comprano il debito portoghese a un interesse tra il 5 e il 7%; questo favorisce la speculazione finanziaria e rende il paese ancora più dipendente dai cosiddetti mercati ”, ha sostenuto Carlos Silva.

“La BCE deve cambiare i suoi statuti e concedere prestiti direttamente agli stati, allo stesso interesse dello 0,5%; solo così potremo produrre e creare ricchezza, in modo da rispettare i nostri impegni e pagare il debito, cosa impossibile se non ci lasciano crescere”, ha aggiunto. “I problemi dell’UE non sono più nazionali e le soluzioni passano per decisioni congiunte dei 27 stati membri, divisi tra conservatori e socialdemocratici”, ha commentato.

“In Europa esiste un grave problema con la socialdemocrazia. In altri tempi ci sono state eccezioni, ma ormai non è più così: negli ultimi vent’anni invece di distanziarsi dalla destra questi partiti (socialisti, socialdemocratici e laburisti) si sono avvicinati e adeguati e sono diventati complici di politiche con una forte componente neoliberista”, ha criticato il sindacalista.

Ha denunciato la differenza tra le promesse elettorali e le azioni compiute una volta al governo, citando l’Italia e la Francia come i casi più recenti.

“Il caso della Grecia è eloquente: cinque anni fa il partito di destra Nuova Democrazia e il socialista Pasok rappresentavano il 65% dei voti e ora non superano il 35 o 36% ”, ha detto.

Girando per la città, abbiamo intervistato un meccanico, due cassiere di un supermercato e due addetti a un distributore di benzina, chiedendo loro come mai stavano lavorando. Le risposte sono state identiche: non potevano permettersi di rinunciare a un giorno di salario e avevano paura delle rappresaglie del padrone.

Lo abbiamo raccontato al leader della CGTP, il quale ha riconosciuto che “in effetti nel settore privato regna la paura. Non c’è una vera democrazia quando le persone hanno paura di esercitare i diritti garantiti loro dalla Costituzione e dalla legge. Non è possibile che il timore impedisca alla gente di esprimersi, che la democrazia si sospenda sulla porta delle imprese”, ha affermato.

Mario Dujisin

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo