Sciopero della fame a Guantanamo

25.04.2013 - Amnesty International

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Sciopero della fame a Guantanamo
(Foto di Shane T. McCoy, U.S. Navy)

Le autorità degli Stati Uniti devono porre fine con urgenza alla detenzione a tempo indeterminato nel campo di Guantanamo, ha dichiarato Amnesty International dopo aver ricevuto la conferma che più della metà dei detenuti sta portando avanti uno sciopero della fame.

Il 21 aprile le autorità militari hanno ammesso che 84 dei 166 detenuti rinchiusi nella  base navale degli Stati Uniti nella Baia di Guantanamo, a Cuba, erano in sciopero della fame.

La protesta è cominciata all’inizio di febbraio, come reazione a quelle che i detenuti ritenevano perquisizioni abusive delle celle e condizioni sempre peggiori.  Le autorità militari hanno respinto le accuse, riconoscendo però che tra i prigionieri regna un senso di disperazione, convinti come sono che l’amministrazione di Obama abbia abbandonato gli sforzi per chiudere il campo.

“L’attuale situazione a Guantanamo ricorda ancora una volta il totale fallimento da parte degli USA nel risolvere queste detenzioni,” ha detto Rob Freer, ricercatore per gli USA di Amnesty International. “Non c’è da sorprendersi se i prigionieri pensano che l’amministrazione abbia rinunciato ad aiutarli e se insieme alle loro famiglie soffrono per la mancata chiusura di Guantanamo.”

Secondo i rapporti, le autorità militari hanno ammesso che 16 detenuti in sciopero della fame vengono nutriti a forza e che cinque sono finiti in ospedale.

Amnesty International non conosce nei particolari questi casi, ma l’alimentazione forzata di chi protesta attraverso uno sciopero della fame solleva temi quali l’etica medica, il consenso informato, l’autonomia, la riservatezza e le cure dei prigionieri.

L’avvocato dello yemenita Samir Naji al Hasan Moqbel, in sciopero della fame da febbraio, ha raccontato a un reporter del New York Times che il suo cliente ha detto: “Non dimenticherò mai la prima volta che mi hanno introdotto nel naso il tubo per l’alimentazione forzata. Il dolore provocato da questo metodo è indescrivibile.”

“Se viene applicata in modo intenzionale e consapevole per causare inutili sofferenze, l’alimentazione artificiale e forzata rappresenta un trattamento crudele, inumano o degradante e viola la legge internazionale,” ha dichiarato James Welsh, ricercatore di Amnesty International nel campo della salute e della prigionia. “L’attuale situazione evidenzia l’esigenza dei detenuti di poter accedere in modo regolare e continuato a cure mediche indipendenti. E’ necessario inoltre che il personale medico si attenga a criteri etici.”

Il 22 marzo 2013 Amnesty International ha scritto al Segretario della Difesa americano, Charles Hagel, esprimendo la sua preoccupazione per la salute e il benessere dei prigionieri e invitando l’amministrazione a lavorare con urgenza con il Congresso per ridare priorità alla risoluzione delle detenzioni e alla chiusura del campo di Guantanamo. L’organizzazione non ha ancora ricevuto risposta.

“Affermiamo da tempo la necessità che i tre rami del governo americano affrontino la situazione a Guantanamo come una questione urgente che riguarda i diritti umani,” ha detto Freer. “La detenzione a tempo indeterminato deve finire. Il governo dovrebbe liberare senza altri rinvii i prigionieri che non ha intenzione di accusare di crimini.”

Informazione di base

Dal 2002 779 persone sono state rinchiuse a Guantanamo. Oggi ne rimangono 166, di cui 84 in sciopero della fame.

7 detenuti sono stati condannati da commissioni militari, di cui cinque come risultato di un patteggiamento dopo che si sono dichiarati colpevoli. Quattro di essi sono stati rimpatriati.

6 detenuti sono stati condannati a morte dopo processi iniqui condotti dalle commissioni militari.

9 detenuti sono morti mentre si trovavano a Guantanamo.

Dal 2002 circa 600 detenuti sono stati trasferiti da Guantanamo ad altri paesi.

Nel 2010  l’amministrazione di Barack Obama  ha dichiarato che 48 detenuti rimarranno a tempo indefinito a Guantanamo, senza venire liberati o processati.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo

Categorie: Comunicati Stampa, Diritti Umani
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