Esclusione e silenzio sui Rohingya del Myanmar

05.04.2013 - Elisa Gennaro

An ethnic Rakhine man holds homemade weapons as he walks in front of houses that were burnt during fighting between Buddhist Rakhine and Muslim Rohingya communities in SittweAsianews.it

Continua in Myanmar la persecuzione contro la minoranza musulmana dei Rohingya vittima di una forma di violenza che ha tutte le caratteristiche di un genocidio, perché alla loro esclusione istituzionale seguono veri e propri pogrom della morte.

I fatti di sangue dell’estate scorsa nello stato del Rakhin sono stati la manifestazione di una discriminazione che si consuma da decenni, dal 1962, anno in cui l’esercito prese il potere imponendo un regime tirannico e, soprattutto, escludendo i musulmani Rohingya dalla Legge sulla Cittadinanza del 1982. Quell’esclusione ha segnato l’indigenza cronica di questa comunità.

La separazione promossa a livello istituzionale si è tradotta in tensioni tra la popolazione; 75milioni di abitanti dei quali i Rohingya sono una minoranza. Sei milioni secondo fonti della comunità, un milione per il governo del Myanmar.

Dalla violenza non viene risparmiata nemmeno la componente buddista, ma ciò che spinge a parlare di genocidio dei Rohingya o di soppressione etnica di questo gruppo religioso minoritario, è il protrarsi della negazione di uno status legale. Il governo del Myanmar li considera immigranti irregolari provenienti dal Bangladesh, dove una percentuale di questa comunità vive e il cui governo oggi si rifiuta di concedere asilo a 300mila di musulmani qui rifugiatisi. Il vicino Pakistan resta inerme a livello internazionale e il silenzio generale della stampa diventa complice della pulizia etnica. Eppure, proprio l’ONU aveva incluso i Rohingya tra le minoranze maggiormente perseguitate al mondo!

Essi non esistono legalmente, vengono considerati una realtà politica costruita e su altri livelli si respingono le radici storico-linguistiche che dimostrano il legami dei Rohingya con questa terra.

Il massacro si compie sulle frontiera con il Bangladesh e nei villaggi della regione di Arakan, a ovest del Paese, dove oggi vive una piccola minoranza. I restanti sono finiti nei campi profughi (oltre centomila) o sono sfollati sulla frontiera tra Tailandia e Myanmar. Un numero imprecisato si è riversato in Malesia e in Tailandia.

Interi villaggi vengono dati alle fiamme senza essere evacuati (ai giornalisti non è permesso l’accesso); da giugno sarebbero oltre 300 le case incendiate. Fosse comuni fanno pensare ad esecuzioni di massa, e ancora stupri, decine di migliaia di sfollati in un’emergenza alla quale non si riesce a rispondere a causa del coprifuoco imposto.

La costante tensione rende difficile una collaborazione assistenziale tra buddisti e musulmani, quando sia ancora possibile, perché interventi e dichiarazioni dal governo del Myanmar inaspriscono la separazione e fomentano l’odio. Ne risulta uno stato di distruzione e di morte diffusa, di persecuzione condotta in un contesto d’Apartheid voluto dai ranghi istituzionali per l’eliminazione fisica di questa minoranza.

Categorie: Asia, Diritti Umani, Diversità, Questioni internazionali
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