Qualche giorno fa sono tornati bulldozer e uomini dell’unità speciale Maptah a minacciare l’esistenza di altri villaggi beduini nel Negev.
Questa volta a essere investito da ordini e pratiche delle demolizioni di abitazioni e strutture per il sostentamento è stato il villaggio di Wadi an-Na’im, uno dei quarantacinque sobborghi non riconosciuti da Israele perché mai censiti.

Le operazioni di abbattimento, singoli episodi di atti violenti per gli effetti devastanti ed estesi che producono danni a una comunità oggi composta di 76mila persone, sono parte di una pratica che rientra in una politica sistematica promossa dal governo israeliano con ingenti finanziamenti pubblici e privati, questi ultimi provenienti principalmente dall’estero.
Israele pianifica l’evacuazione dell’intera area dal 1968 per trasferire gli abitanti dei quarantacinque villaggi in sette sobborghi. Si tratta di vere e proprie riserve escluse da qualunque servizio che derivi dal diritto di residenza.

E’ una prassi consolidata del grado di un atto d’ingiustizia non meno aggressivo della politica che colpisce un po’ ovunque i palestinesi, eppure nei confronti di una comunità beduina tradizionalmente nomade che pratica la transumanza, la discriminazione si consuma su un doppio livello.
I membri di questo gruppo sono una minoranza della minoranza…di diritti.

Più che dimezzata nel 1948, anno di fondazione di Israele, la loro presenza è sempre stata considerata “temporanea” dai governi che si sono susseguiti in Israele.
Delle centomila unità che allora vivevano sul territorio, ne restarono 45mila costretti a vivere sul 12% di terra. Gran parte della regione meridionale fu destinata a zone militari chiuse e pronte a essere convertite a scopo residenziale esclusivamente a favore della presenza coloniale ebraica.
La comunità beduina del Negev ha subito lo stesso infausto destino dei palestinesi e i suoi membri furono resi profughi in varie aree della Palestina e all’estero. Questi furono respinti in Giordania e a Hebron. I discendenti di quella comunità che si ritrovarono nella Striscia di Gaza oggi vivono con una densità di 5mila persone per kmq mentre i coloni israeliani “innestati” sul loro territorio abitano con una densità di sei persone per kmq.

Spinti in riserve dalle quali non avrebbero avuto la libertà di movimento, né l’accesso alle risorse, essi hanno perduto i mezzi tradizionali che avrebbero dovuto garantire il loro mantenimento e la sopravvivenza. Nel lungo periodo sarebbe stata messa a rischio l’esistenza stessa delle generazioni future della comunità beduina.

Delle demolizioni edilizie è colpito l’individuo perché dalla disposizione della casa derivano altri diritti essenziali per il benessere e lo sviluppo di una persona, ma si destabilizza pure l’unità familiare (ancora più importante in nuclei estesi) e la stessa possibilità che quella comunità possa procrearsi e avere un futuro.

Anche qui lo Stato di Israele adotta la presunzione del controllo della bilancia demografica. Dopo un lungo monitoraggio condotto sul campo, il Comitato per i Diritti Economici Sociali e Culturali ha respinto questa giustificazione e ha stabilito che “essa non può essere criterio di discriminazione”.
E’ stato riconosciuto come la discriminazione si consumi invece in conformità a considerazioni etnico-razziali e che pertanto, la motivazione demografica di Israele sia da considerarsi “inammissibile”.
Al parere del Comitato si è aggiunta un’altra autorevole opinione, quella di Richard Falk, Relatore Speciale Onu per i Diritti Umani nei Territori occupati, lo stesso che dal 2008 non ne ha avuto più accesso.
Falk ha denunciato simili pratiche perché “parte integrante del progetto di pulizia etnica che si sta consumando in Palestina”.
Nel settembre 2011 il vecchio piano di transfer (lo stesso ideato nel lontano 1968) è stato rispolverato e ha ottenuto l’approvazione del parlamento israeliano per attivare l’ultima fase di transfer dei beduini.
Tra il 2011 e il 2012 sono state accolte due leggi per la costruzione di dieci nuovi insediamenti coloniali nel Negev e per addossare il costo delle operazioni di demolizione alle persone colpite. Quest’ultima forma di punizione collettiva è una misura già ampiamente rivolta ai palestinesi gerosolimitani.
Il governo d’occupazione non può sostenere che i sette sobborghi destinazione finale del transfer dei beduini siano realtà pensate per la loro ri-sistemazione o per lo sviluppo perché dal 1968 ad oggi questi agglomerati fanno registrare il tasso di povertà più alto.
Non esistono scuole superiori (oltre il 60% della popolazione beduina ha meno di diciotto anni) e ci sono poche cliniche allestite in container che fungono da centri medico-sanitario.
Di fronte alla forte disparità di trattamento e senza una speranza per i più giovani, i membri di questa comunità hanno ben compreso l’intento del governo israeliano che non ha mai previsto un coinvolgimento a carattere negoziale nei suoi piani per il loro “re-insediamento”.

Non esistono più le condizioni per praticare agricoltura o pastorizia; i centri non sono collegati al sistema idrico nazionale, e il piano per la loro urbanizzazione non è collegato a uno sviluppo. Questa realtà di degrado diffuso è conseguenza di un atto criminoso con cui si rischia di portare un’intera comunità all’estinzione.

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Da qualche anno la comunità di beduini del Negev si è riunita intorno ai comitati di villaggio, nuove realtà che svelano un altro aspetto.
Pur essendo stati istituiti allo scopo preciso di contrastare la pratica delle demolizioni edilizie, la volontà di chi ha progettato questi organi ha fatto emergere tra i beduini del Negev l’esistenza di un’identità politico-nazionale che fa traballare la visione israeliana di un Negev ebraico.
L’esperienza della discriminazione e della minaccia di Apartheid ha portato un’altra parte di questo conflitto (la comunità di beduini) ad associarsi all’istanza palestinese.
La nuova forma di aggregazione pone una sfida a Israele che, in linea con la strategia di frammentare l’identità degli abitanti della Palestina che intende espellere, ha costantemente definito questo gruppo come “i beduini”, nel tentativo di indebolire il fronte delle proprie vittime.

Mentre altrove in Palestina si può sostenere l’ipotesi di Crimini di Guerra com’è per la Striscia di Gaza, e quella di Crimini contro l’Umanità in Cisgiordania, nella stessa Gaza, a Gerusalemme, nei Territori occupati nel 1948 (oggi Stato ebraico), le forme di violenza che si manifestano nel Negev presentano tutti gli elementi per sollevare contro il governo di Israele l’accusa di Apartheid, tra i Crimini contro l’Umanità.

Il reato di Apartheid ai danni della comunità beduina si aggrava se è rivolto a impedire l’emancipazione politico-statale di questo gruppo che oggi, sebbene da una situazione di estrema vulnerabilità, appare essere più vicino al popolo palestinese nella sfida per l’attivazione della giustizia penale internazionale.