39 mesi, sessanta anni dopo

01.06.2012 - Internet - Laura Tussi

In questo libro un uomo, un uomo solo, narra una tragica vicenda. Una
scelta, una decisione che segnano la vita. Uno spartiacque tra la barbarie,
il terrore, l’oscurantismo e il desiderio di pace per un futuro diverso.
Quest’uomo compie una svolta decisiva nella propria esistenza. Dopo l’8
settembre 1943, come militare, decide di non allearsi con la Repubblica
Sociale di Salò. Il suo destino è raccapricciante, allucinante,
inverosimile: per 39 mesi sarà costretto alla prigionia e al lavoro coatto,
dapprima nei campi di concentramento dell’Egeo (Rodi, Samos, Leros, ed
altri), poi in Germania, nei campi di lavoro, tra i quali quelli situati
nelle gallerie, poi a Norimberga e infine nel campo di sterminio di
Mauthausen.

Quest’uomo, sessant’anni dopo, decide di consegnare alla storia il proprio
racconto, in una testimonianza lucida, pacata, commossa, priva di rimorso,
di rancore, di vendetta. Una testimonianza che vuole raccontare in termini
incisivi la realtà terrificante delle deportazioni nazifasciste di militari
italiani dopo l’Armistizio. Il protagonista della vicenda è Silvano Lippi.

Quando nel 1945, finita la guerra, tornò a Firenze, iniziò per lui un
periodo di grande sofferenza e tormento interiore. Per non dimenticare,
cominciò a stendere degli appunti sul proprio passato. Scrivere, lasciare
testimonianza gli pareva essenziale e importante. Così cominciò anche a
raccontare. Nessuno sapeva. L’incredulità, il silenzio erano spesso la
risposta ai suoi racconti che non sembravano verosimili. A Silvano sono
stati necessari ben sessant’anni di riflessione, tormento e sofferenza per
arrivare alla decisione di scrivere e raccontare i tragici avvenimenti di
cui è stato protagonista.

Questo libro, una cronaca intensa e sofferta nasce dal bisogno di Silvano di
esternare tutto quello che ha trattenuto in anni di silenzio nei propri
ricordi, nelle sofferenze, nelle lacerazioni di quei giorni terribili con la
necessità impellente di parlare, raccontare, testimoniare. Questo scritto
non ha pretese letterarie, ma vuole solo far conoscere un’esperienza vissuta
in un tempo fra i più bui della storia dell’umanità. Un periodo in cui avere
e manifestare idee diverse da quelle dominanti del fascismo e del nazismo
costava addirittura la vita, con la deportazione nei lager della morte. Il
rifiuto di quest’uomo alla Repubblica di Salò, dopo l’armistizio dell’8
settembre 1943, è stato pagato a caro prezzo con la deportazione che toccò a
molti soldati italiani sul fronte dell’Egeo. La storia di Silvano inizia nel
1937, quando, a soli 15 anni, fu obbligato a frequentare le adunate presso
il Circolo Rionale Fascista, come avanguardista, cominciando il forzato
indottrinamento politico. I giovani venivano impegnati in esercitazioni
ginniche per essere inquadrati nei “valori” del fascismo. Silvano ha sempre
sentito, nel proprio intimo, un rifiuto a tutto quell’apparato che il regime
esaltava, ma fu obbligato ad arruolarsi. La sua vicenda vede comunque la
scelta epocale del dissenso, dell’opposizione viscerale al Male, al terrore
nazifascista, alla barbarie che imperavano in tutta Europa, con lo
schiavismo dei deportati e l’annientamento di tutti gli oppositori al
regime.

Categorie: Cultura e Media, Europa

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