«Sono un fattore di freno da limitare il più possibile. Dirò di più: le Soprintendenze le raderei al suolo». «Io, no perché difendo l’articolo nove della Costituzione». Silenzio. «Anzi, caro Matteo, se hai coraggio esci fuori e ripeti questi dichiarazioni davanti alle telecamere e vediamo cosa succede. Visto che ci siamo, cari colleghi, voglio mettere a verbale che se non cambia la norma il ministro della Cultura della Repubblica italiana non voterà il Piano casa».
Questa è la lite tra i ministri Giuli e Salvini, raccontata da tutti i media e interpretata come il solito pressappochismo di una destra pasticciona e senza rispetto per le istituzioni.
Fermandosi al folclore si omette, a mio avviso colpevolmente, di coglierne non solo la contraddizione, ma soprattutto di vederla nel contesto di un piano, quello che le opposizioni non sanno, e forse non vogliono, criticare.
Provo ad argomentare la mia tesi. Partendo dalla evidenza più forte e “popolare”, gli sfratti. Perché il ddl è popolare in prima battuta per questo: è un intervento “sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto che taglia i tempi per le esecuzioni, introducendo una procedura accelerata e d’urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile”. Popolare, ma non vincente, perché solo con questa pancia elettorale non si vince, non da soli almeno. Allora cerchiamo la ciccia dietro la trippa e spulciamo tra le cifre.
I numeri del piano (quello immediato degli sfratti) intanto non sono solo quelli del ddl, perché 4.207 alloggi di edilizia residenziale pubblica e più o meno 230 interventi di sgombero di occupazioni abusive in immobili di particolare rilievo sono già stati eseguiti dall’inizio della legislatura. Di questi quasi niente è andato a rispondere la bisogno di alloggi popolari. Nonostante ciò Meloni parla di «rigenerazione urbana popolare» e Salvini ci spiega che «con 5 miliardi il Mit intende recuperare 60 mila case popolari in 12 mesi dall’approvazione del decreto, cioè 60 mila abitazioni, che ad oggi non sono assegnabili».
Ma a ben ascoltare i conti non tornano, almeno non se ci si ferma al piano casa appena approvato: “Per il piano casa si parte con 100 milioni, del fondo di sviluppo e comunità, che consentono di intervenire su Invimit perché questo fondo parta. Ma in realtà sono in grado di mobilitare fino a 3 miliardi e 600 milioni che è la quota che complessivamente mobilita la coesione dopo la revisione che è stata approvata”. Un complesso di fondi che «se andate a sommare tutte le risorse arriva fino a 10 miliardi di risorse pubbliche, alle quali si devono aggiungere gli investimenti privati».
Nel dettaglio, la premier ha detto che al «primo pilastro» del Piano, per sistemare 60 mila case popolari, sono destinati 1,7 miliardi mentre, ha aggiunto, altri 4,8 miliardi sono già disponibili per i programmi di «rigenerazione urbana». A questi 6,5 miliardi si sommano 3,6 miliardi che verranno messi sul «secondo pilastro», quello dell’«housing sociale» per la popolazione in «zona grigia» concentrando tutte le risorse nazionali ed europee destinate all’emergenza abitativa in «un unico strumento gestito da Invimit», società di gestione del risparmio detenuta dal Tesoro. Un affare che usa il logo della casa popolare come specchietto per le allodole di un ennesimo drenaggio di risorse pubbliche in direzione degli interessi privati.
Al netto agli alloggi popolari nella migliore delle ipotesi andrebbe un miliardo di euro, che sarebbero comunque spartiti tra finanza ed impresa coinvolti nelle transazioni. E gli altri nove? Quei miliardi seguiranno il buon cammino già collaudato. Per chi volesse approfondire può dare un’occhiata ai fondi per la coesione sociale già approvati e a quelli in cantiere per la rigenerazione urbana, e vedrebbe cosa significa anche in questo caso popolare una volta che il piano sarà “messo a terra”.
La premier lo dice tra le righe quando illumina questa zona grigia che è il vero obiettivo del piano: “Il terzo pilastro è uno strumento che rappresenta un’innovazione e punta a coinvolgere anche robusti investimenti privati con l’obiettivo di rispondere alla ‘fascia grigia’ della popolazione. Non ragioniamo sui fondi pubblici, ma privati. Lo Stato assicura al privato semplificazioni, procedure veloci, la nomina di un commissario straordinario per investimenti di oltre 1 miliardo. Ma il privato dovrà consentire su 100 alloggi, 70 alloggi di edilizia convenzionata, almeno al 33 per cento del costo di mercato”, ha assicurato la premier.
Sia chiaro: le convenzioni promettono un’edilizia all’ingrosso, ma non lo saranno gli affitti o le compravendite che saranno a “un prezzo un po’ inferiore a quello di mercato”, che sarà sostenuto, se non rialzato, proprio da quel piano che doveva calmierarlo. Altro che edilizia popolare, qui quello che si vuole è sostenere la domanda che si stava flettendo proprio per le dinamiche speculative degli ultimi anni.
Chiunque sfogli le pagine degli annunci immobiliari lo percepisce ed è a quello che deve servire un piano volto a favorire la costituzione di una partnership dell’offerta, partecipando ovviamente con finanza pubblica alla realizzazione degli utili sul mercato. E torniamo a quella zona grigia che è il popolo del piano: “per fascia grigia della popolazione – ha spiegato Meloni – si intende chi è troppo benestante per accedere a un alloggio popolare, ma non è abbastanza benestante per entrare nel libero mercato degli immobili residenziali”. Perché il mercato immobiliare ha registrato un notevole incremento dei prezzi e reso difficile il finanziamento tradizionale coi suoi parametri divenuti troppo rigidi a fronte di redditi inchiodati al palo. Lo spiega l’indice dello sforzo sul mutuo, ovvero quanto del tuo stipendio netto devi impiegare per pagare il mutuo. Quando questo indice scatta il 33 per cento, le banche ritengono che la persona possa andare incontro a difficoltà a pagare il mutuo. È oltre il 47 per cento a Milano, il 36 per cento a Roma. Milano e Roma sono tra le città europee dove un giovane incontra più difficoltà a comprare casa”, ha illustrato la premier. E allora come li aiutiamo? Semplice, con altro debito erogando mutui agevolati, che finanzieranno fondi immobiliari e capitali di investimento privato.
E per ribadirlo si vedano gli strumenti tecnici per realizzare il piano. Lo Stato, per far fronte agli impegni, si affiderà al supporto di fondi di investimento, soggetti pubblici e privati, oltre alla possibile partecipazione di investitori istituzionali come Cassa depositi e prestiti.
Un piano degno “di re Mida”, o del suo infame anagramma.