“Potete entrare solo se non dovete protestare”. Così si è rivolto il servizio d’ordine all’unico cancello aperto del Giardino Inglese di Palermo a chi interveniva alle celebrazioni ufficiali del 25 aprile in perfetto orario per l’inizio della cerimonia.  Chi si era dato appuntamento poco prima era già dentro e molti erano lì proprio per protestare, cartelli alti e bandiere di partiti, movimenti, associazioni, sindacato. All’ingresso, tra i “ritardatari” mi era stato chiesto di mostrare il cartello che raffigurava una stretta di mano insanguinata con la scritta “Stop accordi” e la richiesta di libertà per Marwan Barghouti e per tutte e tutti i prigionieri palestinesi.

Nei giorni scorsi, da un neonato Comitato, alla conferenza dei capigruppo del Consiglio Comunale era stato chiesto di discutere l’inserimento all’ordine del giorno di un atto d’indirizzo che impegnasse la giunta a pronunciarsi per la liberazione di Marwan Barghouti, cittadino onorario palermitano e da molti osservatori internazionali ritenuto il Mandela palestinese, per conferire la cittadinanza onoraria alle bambine e ai bambini palestinesi e avviare programmi di cooperazione che ne garantiscano il diritto alla crescita e alla spensieratezza e per dare un futuro certo al popolo palestinese oggetto di azioni genocidiarie e per destinare lo 0,01% del bilancio del comune a tali programmi di cooperazione. Purtroppo i consiglieri e le consigliere comunali non hanno finora ritenuto di portare in aula tale proposta e quindi siamo qui anche per questo.

Come il mio cartello ce ne sono già tanti, dentro. Ma al passo successivo vengo fermata. Mi si dice che non c’è più posto eppure gli altri anni molte più persone si affollavano sin fuori l’ingresso e il marciapiede antistante. Resto al cancello, controllando che a nessun altro sia permesso entrare. Si crea un capannello rumoroso e moderatamente arrabbiato. “Contingentano la Resistenza” grido.

A quel punto l’epilogo. Qualcuno del servizio d’ordine si avvicina ai cancelli: pare si possa entrare, ma solo se non si vuole protestare. Non stiamo lì a dichiarare le nostre intenzioni ed entriamo. La cerimonia, però, non è ancora iniziata: c’è già chi protesta, sotto il sole di una luminosa mattina e si nota una composta agitazione fatta di brusii e movimenti sparsi tra le autorità e i militari in alta uniforme, dall’altra parte di un nastro che li separa dal pubblico.

E finalmente il sindaco arriva e prende la parola tra i fischi e gli slogan dei suoi e delle sue concittadine che gli ricordano la vergogna di avere stretto, in occasione di un incontro tenuto nascosto alla città, la mano dell’ambasciatore israeliano. Non saprò mai cosa ha detto. Riesco a sentire, invece, l’intervento di Ottavio Terranova, presidente dell’Anpi cittadina, nonostante qualche più lieve contestazione.

Poi parte il corteo, colorato, con tutti i suoi striscioni per ogni spezzone, voce diversa ed uguale di uno stesso grido: “Ora e sempre Resistenza”. Si percepisce la festa nei saluti, negli incontri, nei passi saltellanti dei bambini come in quelli più lenti di resistenti anziani. Siamo tutte e tutti partigiani, in difesa, ancora una volta, della Costituzione, nella memoria, viva, di chi si è battuto perché potesse essere scritta.

Il nostro No al fascismo è oggi un No gridato alto contro la guerra e la sua economia di morte. Lo ribadiscono al microfono, dalla scalinata del teatro Massimo, tutti gli interventi successivi all’esibizione del coro della Polizia Municipale, ricordando a chi ci governa che l’Italia ripudia la guerra e dichiarandosi solidali con tutti i popoli oppressi. Si auspica la fine di ogni conflitto armato, un futuro in cui la guerra, come la schiavitù, apparterrà al passato e mentre tra la folla sventolano le bandiere della Palestina, Jasmine interroga le nostre coscienze: perché qui, oggi, celebriamo la nostra Resistenza rendendo omaggio a chi ne fu artefice e chiamiamo terrorista chi resiste in Palestina?

No al riarmo, ma prima ancora disarmo, diserzione, nonviolenza, diventano per noi, che possiamo ancora godere della libertà conquistata in quella che fu anche Resistenza armata, imperativi imprescindibili di ogni protesta. E resta così il dubbio, espresso nelle chiacchiere lungo il corteo, che anche impedire le parole del sindaco possa essere stato contrario alla pratica della nonviolenza. Dubbio che, mentre le istituzioni non ascoltano le richieste del popolo e tentano di zittirne la voce, accompagnato dall’immagine dei volti senza vita dei bambini palestinesi tra le macerie e da quella di una stretta di mano insanguinata -“è come se avesse stretto la mano ad Hitler”-  lascio come spunto di resistente riflessione a chi legge. (m. l. b.)

 

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Chiusa la cerimonia istituzionale, dunque, ha inizio il corteo organizzato da ANPI, Cgil, Arci e altre associazioni e i movimenti raccoltatisi nello “Spezzone Antifascista Antisionista Antimilitaista”  con la partecipazione di migliaia di manifestanti fra cui si registra una significativa predominanza di presenze di giovani, dimostratisi fra i più attivi a scandire gli slogan che hanno caratterizzato le manifestazioni degli ultimi mesi per incitare a una nuova Resistenza contro il genocidio del popolo palestinese, contro la guerra, contro le politiche aggressive di USA e Israele e contro le politiche securitarie del governo nazionale.

Le due frasi più significative che aleggiano lungo tutto lo svolgimento del corteo sono “Ora e sempre Resistenza” e “Fuori la guerra dalla Storia”, a significare la necessità di non considerare il 25 aprile come una ricorrenza da celebrare sterilmente, bensì come una spinta propulsiva a mobilitarsi contro l’insorgenza dei nuovi fascismi e delle nuove forme di autoritarismo.

Il corteo è lungo e fitto, la recente sconfitta al referendum del progetto eversivo di ridisegnare l’architettura costituzionale dei poteri ha ridato voce e forza a chi fino ad oggi aveva abbandonato ogni forma di agire sociale non trovando più rappresentanza nei partiti tradizionali e nei corpi sociali intermedi che desse voce alle istanze dal basso per un cambiamento radicale dell’assetto politico, sociale ed economico attuale.

Alla testa del corteo due rappresentanti dell’ANPI sostengono un drappo su cui campeggia il testo della Costituzione, a seguire i tanti manifestanti con gli striscioni della Cgil, delle Donne per la Pace, dei collettivi che chiedono il cessate il fuoco permanente e la fine dell’occupazione della Palestina; in mezzo al corteo campeggia anche un’enorme bandiera palestinese, poi ancora gli Avvocati per il No con il loro striscione.

Si vedono anche rappresentanti del centrosinistra fra i quali il PD e i Giovani Democratici, ci sono anche le bandiere ed i manifestanti di Potere al Popolo e di Rifondazione Comunista, c’è l’UDU, il collettivo OSA Opposizione Studentesca Alternativa, gli striscioni della FP Cgil, dell’Associazione Cristiana Lavoratori “Achille Grandi” e del Movimento per il No al referendum che prosegue la mobilitazione in difesa della Costituzione e per sostenere le lotte in difesa della Pace e contro le politiche di riarmo. Chiude il corteo lo striscione del circolo Arci A.P.S. Amicizia Sicilia – Palestina “Al Quds” Palermo.

Non mancano anche due veterani della politica come Leoluca Orlando e Angelo Capitummino, il quale fu accanto a Pio La Torre nelle manifestazioni del 1981 e del 1982 a Comiso contro l’installazione dei missili.

Il corteo giunge a piazza Verdi di fronte al Teatro Massimo poco prima di mezzogiorno; la piazza si riempie per seguire gli interventi dei rappresentanti dell’ANPI Armando Sorrentino, della Cgil Mario Ridulfo e Caterina Altamore che ha parlato in rappresentanza del Coordinamento Donne del Sindacato, dell’Arci Fausto Melluso, delle Donne per la Pace Fausta Ferruzza, del Movimento per il No Davide Ficarra e di altri intervenuti per riaffermare con forza i valori fondanti sanciti dalla Costituzione di ripudio della guerra, contro il fascismo e contro ogni forma di autoritarismo, insieme a una condanna ferma nei confronti delle aggressioni genocidiarie.

Si tratta di attuare pienamente quanto è previsto nella stessa Costituzione la quale, ancora oggi, a 81 anni dalla vittoria contro il nazifascismo e ad 80 anni dalla nascita della Repubblica, mantiene integro il suo carattere fortemente rivoluzionario. (e. a.)