Addio alla pace? L’obiettivo di modificare il sistema del dopoguerra non è mai stato così vicino, ma la Camera alta potrebbe ancora rappresentare un ostacolo, sostengono gli analisti.
La prima ministra giapponese Sanae Takaichi sta perseguendo la prima revisione in assoluto della Costituzione pacifista del suo Paese dopo la Seconda guerra mondiale, un passo che secondo gli osservatori sarebbe probabilmente accolto con favore a Washington e condannato a Pechino.
Il suo partito, il Partito Liberal Democratico (LDP), ha ottenuto a febbraio una storica maggioranza dei due terzi nella Camera bassa della Dieta nazionale, superando la soglia necessaria per approvare modifiche costituzionali senza il sostegno di altri partiti.
«Un emendamento costituzionale indipendente, realizzato dal popolo giapponese, è un obiettivo a lungo perseguito dal nostro partito», ha dichiarato Takaichi durante la convention annuale dell’LDP lunedì. Tra le politiche adottate figura anche l’intenzione di presentare proposte di modifica al Parlamento.
«Voglio arrivare alla convention del prossimo anno con una prospettiva chiara per proporre un emendamento.»
Takaichi non ha specificato quali parti intenda modificare, ma la mossa più probabile – e controversa – sarebbe la revisione dell’Articolo 9 della Costituzione giapponese, con cui il Giappone rinuncia alla guerra e all’uso della forza nelle controversie internazionali. Altri possibili cambiamenti proposti in passato dall’LDP includono poteri d’emergenza, modifiche ai collegi elettorali e riforme dell’istruzione.
La Costituzione giapponese del dopoguerra fu redatta in gran parte da funzionari statunitensi ed è rimasta invariata dalla sua entrata in vigore nel 1947.
L’LDP, al potere quasi ininterrottamente dalla sua fondazione nel 1955, ha sempre sostenuto la necessità di modificarla.
La spinta più forte arrivò dal mentore di Takaichi, l’ex primo ministro Shinzo Abe, che aveva fissato al 2020 la scadenza per la revisione dell’Articolo 9. Tuttavia, non riuscì a portare il progetto al voto parlamentare prima di dimettersi nel 2020. Nel 2022 fu assassinato.
Un sondaggio condotto dal Asahi Shimbun e dall’Università di Tokyo ha mostrato che il 93% dei parlamentari eletti a febbraio sostiene una revisione costituzionale, in netto aumento rispetto al 67% degli eletti nel 2024.
Dopo aver guidato l’LDP a questa storica supermaggioranza, Takaichi dispone ora della fiducia necessaria per promuovere politiche di difesa più assertive.
Secondo Mong Cheung, docente alla Waseda University, anche la crisi in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz potrebbero rafforzare indirettamente gli argomenti a favore di un ruolo internazionale più ampio per la sicurezza giapponese.
Oltre all’approvazione della Camera bassa, un emendamento costituzionale richiede anche il sostegno dei due terzi della Camera alta prima di essere sottoposto a referendum nazionale.
Sebbene l’LDP sia il partito più grande anche nella Camera alta, non dispone della maggioranza necessaria. Le prossime elezioni per la Camera dei Consiglieri sono previste per luglio 2028.
In vista di quel voto, l’LDP cercherà probabilmente di raccogliere il sostegno di altri partiti favorevoli alla revisione, secondo Liu Jiangyong della Tsinghua University.
«Se l’LDP, insieme a questi partiti di opposizione, riuscisse a ottenere una grande vittoria nel 2028, non si può escludere che Takaichi presenti una proposta di revisione e cerchi l’approvazione parlamentare», ha affermato.
In tal caso, Takaichi – prima donna a ricoprire la carica di primo ministro nella storia del Giappone – sarebbe anche la prima a realizzare «progressi sostanziali nella revisione costituzionale», ha aggiunto Liu.
Cheung concorda però sul fatto che una revisione significativa sia improbabile nel breve periodo.
«Un percorso più realistico sarebbe costruire prima un consenso politico e pubblico, piuttosto che accelerare il processo di revisione», ha spiegato.
Per quanto riguarda il referendum, dove è sufficiente una maggioranza semplice, la tendenza sembra favorevole al cambiamento. I sondaggi dei principali media giapponesi hanno a lungo mostrato un sostegno intorno al 50%, ma negli ultimi anni si registrano segnali di crescita.
Tra i punti centrali dell’iniziativa di Takaichi ci sarebbe l’inserimento delle forze armate nella Costituzione.
Attualmente, l’Articolo 9 vieta al Giappone di mantenere esercito, marina e aviazione, lasciando le Forze di autodifesa prive di riconoscimento costituzionale.
«Questa direzione gode da tempo di consenso negli ambienti conservatori giapponesi ed è politicamente più praticabile», ha detto Cheung.
I critici sostengono però che riconoscere le forze armate nella Costituzione potrebbe aprire la strada a un allentamento delle restrizioni sulle missioni all’estero, sull’esportazione di armi e persino sull’intervento in guerra.
Il governo giapponese ha già modificato l’interpretazione dell’Articolo 9: nel 2015 è stata approvata una legge che consente al Giappone di esercitare il diritto di autodifesa collettiva in situazioni di «crisi esistenziale».
«L’Articolo 9 ha garantito il percorso pacifista del Giappone nel dopoguerra e, se venisse modificato consentendo l’uso della forza armata all’estero, ciò rappresenterebbe una parziale negazione del nucleo della Costituzione», ha affermato Liu.
«Ciò riporterebbe inevitabilmente alla memoria il passato bellico tra Giappone e Cina.»
In un commento pubblicato mercoledì, l’agenzia di stampa statale Xinhua ha dichiarato che questa spinta «sottolinea ancora una volta come le forze di destra giapponesi stiano orientando la politica di sicurezza del Paese in una direzione offensiva ed espansionista».
Secondo Cheung, questa evoluzione potrebbe aggravare ulteriormente i rapporti tra Giappone e Cina.
«La Cina vedrebbe probabilmente la revisione come un ulteriore segnale di superamento dei vincoli nella politica di sicurezza giapponese, aumentando la sfiducia strategica e danneggiando le relazioni bilaterali.»
Gli Stati Uniti, al contrario, accoglierebbero favorevolmente il rafforzamento del ruolo di sicurezza del Giappone, «soprattutto nell’ambito della condivisione degli oneri dell’alleanza».
Le relazioni tra i due Paesi asiatici si sono deteriorate da quando Takaichi ha affermato, a novembre, che un attacco a Taiwan potrebbe essere considerato una «crisi esistenziale» per il Giappone, giustificando un intervento militare nell’ambito dell’autodifesa collettiva.
Sebbene in seguito abbia definito le sue parole «ipotetiche», Takaichi ha rifiutato di ritirarle. Pechino ha reagito con restrizioni all’esportazione di beni a duplice uso destinati al settore militare giapponese, controlli più severi sulle terre rare e avvisi di viaggio e studio per i cittadini cinesi.
La Cina considera Taiwan parte del proprio territorio e non ha mai escluso l’uso della forza per riunificarla con la terraferma. Il Giappone, come la maggior parte dei Paesi, non riconosce Taiwan come Stato indipendente.
Secondo Liu, uno degli obiettivi di chi sostiene la revisione costituzionale è contenere la Cina.
«Il Giappone non cerca di liberarsi degli Stati Uniti, ma di rafforzare l’alleanza anche dopo la revisione, costruendo una deterrenza o una strategia di contenimento insieme a partner come Australia, Filippine, India e persino la Nato», ha affermato.
«Una revisione della Costituzione in queste condizioni causerebbe inevitabilmente gravi danni alle relazioni sino-giapponesi.»
Fonte: South China Morning Post (18 aprile 2026) – traduzione a cura di PeaceLink











