È possibile firmare la proposta di legge (da qui in poi pdL) per l’istituzione del Dipartimento di Difesa civile, non armata e nonviolenta, che, finanziato da un Fondo nazionale con risorse in legge di bilancio e da un’opzione fiscale (“6 per 1000”) nella dichiarazione dei redditi, abbia principalmente il compito di coordinare i Corpi civili di pace e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo «quale ente di supporto scientifico e formativo» (firmereferendum.giustizia.it).
Personalmente lo ritengo importante e mi sono stupito delle critiche, prive di pars construens, di Serena Tusini (contropiano.org/news/politica-news/2026/03/28/la-guerra-igiene-del-mondo-politico), delle cui buone intenzioni non dubito, anche se le parole e i toni, confesso, mi sono suonati decisamente accusatori (addirittura, la proposta, lanciata da “Rete Italiana Pace Disarmo”, “Sbilanciamoci!” e “Conferenza nazionale enti di servizio civile”, sarebbe «perfettamente dentro la strategia dei guerrafondai europei che lavorano esattamente in questa direzione, con un’ottica ampia e intelligente volta a portare i giovani e la società tutta dentro l’orizzonte della guerra»).
All’interno di un dialogo sereno e rispettoso, peraltro tra persone che credo abbiano a cuore gli stessi scopi, è bene cercare di chiarire quello che mi sembra un equivoco. Non è facile farlo in breve ma, tagliando con l’accetta, ci tenterò.
Tusini interpreta la pdL nel quadro della dottrina della “difesa totale”, perseguita sempre più dalle forze armate per coinvolgere anche la semplice cittadinanza civile, in posizione ‘integrata’ e subordinata, come supporto alle operazioni belliche.
É questo ciò che vuole la proposta di legge?
Quando si va oltre il semplice rifiuto dell’ideologia (e della pratica) militarista e si presenta un’alternativa concreta, che supera la sola enunciazione di valori ideali e cerca di farsi programma realistico e accettabile anche da chi – ed è la maggior parte delle persone – crede nella necessità di una qualche forma di difesa armata, il rischio di essere considerati ‘conniventi’ con il sistema bellicista dominante e di volere militarizzare la società (come parte dell’apparato delle forze armate effettivamente vuole) diventa serio.
Tale rischio è stato messo in rilievo spesso da attivisti e studiosi nonviolenti (per es. A. Drago, in L’Europa e i conflitti armati. Prevenzione, difesa nonviolenta e Corpi civili di pace, a cura di. A. L’Abate e L. Porta, Firenze 2008, 256) che, tuttavia, non per questo hanno rinunciato a considerare necessario il passo verso il livello istituzionale: piuttosto, essi hanno invitato alla prudenza, a cercare un accordo con i militari – ma senza sudditanza a loro – e a tenere sempre presente il quadro generale dell’azione attivamente nonviolenta da perseguire.
In quest’ottica, la cornice di riferimento entro cui leggere la pdL (forse sarebbe stato utile esplicitarlo all’interno stesso della Descrizione che la introduce) è, allora, quella della storia del movimento nonviolento: questa si muove nella logica della “difesa difensiva” (non scambiabile con la forma di ‘difesa’ odierna legata alla nozione di “interesse nazionale”, che legittima di fatto qualsiasi intervento militare anche fuori dei confini italiani e dunque si caratterizza come “difesa offensiva”) e del transarmo (cioè il processo di sostituzione della difesa militare con una non armata e nonviolenta in modo graduale, in un certo arco di tempo, via via che se ne mostri in modo evidente per tutti, nei fatti, l’efficacia).
Si tratta di idee risalenti almeno agli anni Ottanta del secolo scorso: basterà ricordare la ricchezza analitica di J. Galtung (Ci sono alternative! Quattro strade per la sicurezza, tr. it. Torino 1986) e di G. Sharp (Verso un’Europa inconquistabile, tr. it. Torino 1989, partic. cap. 3), che, benché entrambi anteriori ai cambiamenti mondiali di livello politico del 1989 e di livello tecnologico del presente, risultano, specialmente nell’odierna situazione di rinnovato e diffuso bellicismo imperialista, pienamente attuali.
Nel caso specifico dell’articolo di Tusini, tuttavia, mi sembra che il problema stia ancora più a monte e derivi anche da un equivoco terminologico che il mondo della nonviolenza ha sempre cercato di evitare, cioè che la sua proposta sia quella di una semplice «difesa civile» (così Tusini sempre, tranne talvolta nelle citazioni letterali della pdL), cioè di quella forma di difesa, proposta dalle forze armate, in cui effettivamente i cittadini, come Tusini afferma bene, vengono «pienamente integrati nella strategia militare», e già Sharp, nel volume citato, proprio per sfuggire a tale equivoco, aveva adottato sempre l’espressione «a base civile», in contrapposizione a quella «a base militare».
Nel nostro caso, il fraintendimento mi pare prodotto dal fatto che a Tusini sia sfuggito che la pdL non parla di «difesa civile» bensì di «difesa civile, non armata e nonviolenta», dotata di sue tecniche specifiche, da riconoscere «quale componente del sistema nazionale di difesa». Questa è legittimata anche dal dettato dell’art. 52 della Costituzione con il suo «sacro dovere della difesa della patria» che è richiamato nella pdL, non perché questa sia «imbevuta» di patriottismo (Tusini) ma perché è ormai riconosciuto che quel dovere è espletabile anche mediante il servizio civile (sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985) e che, per mezzo dell’istituzione di un ufficio nazionale, sono previste apposite «forme di ricerca e sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta» (Legge 230/1998, art. 8), mai però finora attuate.
Di più, poi, il D.L. 40/2017, art. 2, ha istituito il Servizio Civile Universale «finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma e 11 della Costituzione, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli, nonché alla promozione dei valori fondativi della Repubblica, anche con riferimento agli articoli 2 e 4, secondo comma, della Costituzione». In sostanza, è solo eliminando l’espressione «non armata e nonviolenta», che si può fare rientrare la pdL nell’ambito della «difesa totale» voluta dalle Forze armate (anche se, certo, bisognerà sempre procedere con attenzione: «puri come colombe e prudenti come serpenti»).
Su questo fraintendimento di base, infine, poggia anche la lettura di Tusini in malam partem della previsione di finanziamento del Dipartimento con fondi esterni a quelli del ministero della difesa: «talmente si sono premuniti di non disturbare i signori della guerra, che hanno individuato il ministero delle finanze (e non quello della difesa) per trovare i soldi che gli oneri della nuova legge comporterà». Eppure, quella scelta si spiega facilmente: il Dipartimento, restando all’interno del detto ministero, in questa fase molto probabilmente sarebbe in posizione subordinata agli alti Comandi militari.
*Andrea Cozzo è docente universitario e animatore del movimento nonviolento a Palermo











