In autunno erano “equipaggi di terra”, presidi, blocchi, mobilitazioni diffuse in tutta Italia a sostegno della Global Sumud Flotilla. Un movimento capace di fermare città intere per riportare al centro una questione rimossa dal dibattito pubblico: la complicità politica ed economica dell’Europa e del Nord globale nell’assedio alla Striscia di Gaza.

Quella stagione non si è chiusa. Ha sedimentato una forza che oggi torna a emergere, con più determinazione.

Il 28 marzo milioni di persone hanno riempito le strade di Roma, Londra, Atene, Parigi, Minneapolis e di centinaia di altre città. Una mobilitazione globale contro le guerre e contro chi le alimenta. Nel frattempo, il  conflitto mediorientale continua ad allargarsi: dalla guerra in Palestina all’escalation regionale che coinvolge Iran e Libano, dentro una strategia sostenuta da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

In questo scenario, la scelta è chiara: non restare a guardare.

Il 18 aprile la Flotilla salperà simbolicamente da Venezia. Non è un dettaglio logistico, ma un gesto politico. Venezia è, da sempre, una soglia sul Mediterraneo: un punto di passaggio, di scambio, di connessione tra mondi. Ripartire da qui significa riattivare quella vocazione, ma anche forzarla dentro il presente. Significa non solo attraversare il mare, ma incrinare un altro tipo di assedio: quello interno, fatto di chiusure, confini blindati, retoriche securitarie.

È anche questo il senso della Flotilla: tracciare una rotta dove oggi sembra non esserci spazio, riaprire una possibilità politica dentro un contesto dominato da nazionalismi e guerre.

La partenza veneziana si inserisce in un percorso più ampio. Non si tratta soltanto di raggiungere Gaza via mare ma di ricostruire un legame umano e politico diretto con chi da anni vive sotto una violenza sistematica, rimettere in circolo una solidarietà concreta che si traduca in presenza.

Il mare, in questo senso, è solo una parte del viaggio.

La traversata sarà anche un ponte narrativo, raccontato in tempo reale lungo tutto il viaggio. Dalle imbarcazioni partiranno immagini, voci, aggiornamenti continui; dalla Striscia di Gaza arriveranno testimonianze, storie, frammenti di quotidianità. Due punti lontani che iniziano a parlarsi senza mediazioni, fuori dal filtro dei media mainstream.

È qui che il viaggio cambia natura: da spostamento fisico a spazio di relazione. Il contatto non arriva alla fine, ma inizia subito, prima ancora dell’approdo.

In un Medio Oriente sempre più instabile, attraversato da una guerra che si espande dall’Iran al Libano, con equilibri regionali in piena ridefinizione, questa iniziativa prova a muoversi in direzione opposta. Dove si moltiplicano i fronti, tenta di costruire connessioni. Dove si producono fratture, lavora per ricucire.

Al centro di questa escalation ci sono innanzitutto le scelte politiche e militari di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. L’attacco all’Iran, le tensioni nel Golfo, il coinvolgimento diretto di Libano e Iraq: il conflitto ha ormai da tempo superato i confini di Gaza, assumendo una dimensione regionale con effetti globali.

Le conseguenze sono già evidenti. Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz è sotto pressione. I prezzi dell’energia e delle materie prime oscillano, colpendo in modo particolare i paesi più fragili. Le catene di approvvigionamento si inceppano. Le monarchie del Golfo, fino a ieri simbolo di opulenza, dichiarano di essere allo stremo. Il Libano rischia di trasformarsi in una nuova Gaza. L’Iran si consolida come attore sempre più militarizzato. Israele alza il livello dello scontro. Gli Stati Uniti inseguono in modo forsennato un’egemonia impossibile.

È una guerra che si combatte sui territori, ma che attraversa mercati, economie e infrastrutture energetiche. Una guerra che riguarda chiunque, senza esclusioni di sorta.

Non a caso, il recente cessate il fuoco annunciato da Donald Trump con l’Iran è solo una sconfitta mascherata. Dopo settimane di conflitto, quella che si era configurata come una delle più disastrose decisioni di politica estera degli ultimi decenni ha costretto gli Stati Uniti a fare i conti con i propri limiti.

L’ipotesi di una guerra rapida, capace di ridefinire gli equilibri regionali, si è scontrata con una realtà molto diversa: difficoltà operative, incapacità di controllare lo Stretto di Hormuz, vulnerabilità delle infrastrutture e un impatto economico globale sempre più pesante. Le opzioni sul campo, dall’invio di truppe di terra all’intensificazione dei bombardamenti, si sono rivelate politicamente e strategicamente insostenibili.

Il cessate il fuoco appare quindi come una scelta obbligata: il riconoscimento implicito del fallimento di una strategia fondata sull’uso della forza. Ma non è una soluzione stabile. L’abisso tra le posizioni delle parti resta profondo, e soprattutto resta aperta la questione del ruolo di Israele.

Il governo di Benjamin Netanyahu continua infatti a rappresentare un fattore di escalation, con la capacità e l’interesse di sabotare qualsiasi prospettiva di stabilizzazione regionale. In questo senso, il rischio non è solo la ripresa del conflitto, ma la sua ulteriore espansione.

Le conseguenze, intanto, si stanno già riversando ben oltre la regione: l’instabilità nelle rotte energetiche, l’aumento dei prezzi e la fragilità delle catene di approvvigionamento stanno colpendo direttamente l’Europa e gran parte del mondo. Una guerra nata come regionale si sta trasformando, nei fatti, in uno scenario globale.

In un contesto simile, le giustificazioni iniziali non reggono più. Non esiste una “legittimità” confinata alla sicurezza di uno Stato quando gli effetti si scaricano su paesi e popolazioni estranee al conflitto. La guerra diventa globale nei suoi effetti, e quindi nelle sue responsabilità.

È proprio dentro questa frattura che si colloca la Flotilla.

In un tempo in cui le rotte del Mediterraneo sono sempre più militarizzate, prova a riaprirle. Dove si moltiplicano i fronti, costruisce connessioni. Dove si produce distanza, tenta di ristabilire contatto.

La partenza del 18 aprile da Venezia è, quindi, molto più di un gesto simbolico. 

È l’inizio visibile di un attraversamento più ampio: geografico, politico e relazionale. Un ponte che non passa sopra il Mediterraneo, ma lo attraversa, mettendo in relazione le sue sponde.

Dove altri costruiscono guerra, c’è chi continua, ostinatamente, a costruire legami.

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