Merzouga – Terzo giorno, inizio
Svegliarsi prima dell’alba. Camminare sulle dune incontro ad un sole che non si fa vedere nemmeno qui, coperto da un cielo di nubi e foschia. Eppure sai che c’è e che è comunque l’alba e ti lasci accarezzare dal vento.
Prime impressioni sul deserto, le mie impronte fra tracce di copertoni di giorni passati ed emozioni di sobbalzi rumorosi che non mi appartengono. Arrivano silenziose le carovane di ritorno dalla notte nelle tende. I miei primi cammelli, che qui in effetti sono dromedari, mi dice il nostro giovane accompagnatore Aiuber, con il suo turbante azzurro, come quello dei conducenti berberi sullo sfondo di una fotografia. Alle porte del Sahara ti chiedi cosa sia davvero vuoto, cosa il pieno oltre la strada che ancora hai da percorrere.
Continua…
Ci sono cose che non capitano per caso, e puoi trovare sempre un senso nel vuoto, nel bicchiere come nel cielo che resta velato per un po’, in apparente assenza di sole sui nostri passi che altrimenti non avrebbero potuto essere a piedi nudi sulle dune.
La vecchia cucina marocchina ci aspetta in un locale tipico ormai sotto i raggi cocenti del sole e nonostante la lunga attesa gusti ogni boccone nella condivisione di una tavola che si fa sempre più amica. “Famiglia”, così ci chiama Abdullah, la guida che è con noi sin dall’inizio del viaggio, quando vuole richiamare la nostra attenzione per raccontarci la terra che stiamo visitando.
L’accampamento nell’oasi ci accoglie poco prima del tramonto dopo un’estenuante traversata sui dromedari dove tutta l’attenzione è stata dedicata alla ricerca dell’equilibrio tra le discese e le salite affrontate dagli animali al tempo dettato dal conducente.
Nell’esercizio di persistenza, in ogni attimo presente che fa scorrere un tempo immaginato interminabile alla partenza, trova spazio anche lo sguardo più ampio sul paesaggio che cade immancabilmente in basso, più vicino, sui piedi scalzi di chi, alla fune del primo dromedario, il deserto attraversa ogni giorno in un restare silenzioso che è il suo andare e tornare continuo sulla stessa pista al seguito di chi arriva qui per poco, appena una notte, da ogni parte del mondo.
Il sole tramonta oltre le dune più vicine, le gambe smettono di tremare per la tensione dei muscoli e ti distendi al suono delle chiacchiere e dei tamburi nella notte. A questo cielo stellato perdoni ogni cosa, gli inevitabili imprevisti del giorno, attesa lunga per l’acqua a cena, dimenticata per tutti dai gestori dell’oasi e da loro recuperata con un viaggio tra le dune nella sera, ma soprattutto la tua insofferenza per la necessità di abbandonare le abitudini e adattarti al tempo del viaggio condiviso.
Si ripartirà all’alba, con più comode vetture a motore che viaggiano su pista, consapevolezza del tuo essere turista, estranea a questa terra nonostante i tuoi buoni propositi.
Ma stavolta è sole che sorge e che vedi, in un cielo limpido che comincia a riscaldare il giorno.
Verso Ouarzazate – Quarto giorno
Ripreso il viaggio in direzione di Ouarzazate, la spianata desertica attraversata dalla strada si riempie a destra e a sinistra di serie ordinate di cumuli di terra argillosa. Sono coperture di cisterne di acqua trasportata dai cammelli, riserva per i nomadi nella lunga stagione secca. Dopo anni di siccità questo è stato, “ringraziando Dio”, un anno piovoso. E il pensiero va alla lunga stagione di piogge abbondanti in Sicilia, speranza di un’estate senza razionamenti, tubature permettendo.
La strada è lunga e il mondo torna ad essere tondo nel circolo delle alture offerto al nostro sguardo, più modeste quelle vicine con tutti i colori a vista sui declivi e più alte quelle lontane. C’è un fiume che divide due montagne e nel paese che attraversiamo la lavorazione unica del suo genere, qui in Marocco, di tappeti double face, opera di cooperative di donne.
Tondo e verde il mondo, ricco di vegetazione, e bianco il vestito tradizionale delle donne. Sempre ocra i tetti e i muri delle abitazioni del centro storico ormai abbandonato da più di trecento anni dagli arabi e dagli ebrei che prima lo popolavano.
A Tinghir hanno preferito costruire una città nuova al suo fianco.
La strada sale, arrampicandosi sui tornanti e alla nostra sinistra si stende la vista dell’intero paesaggio e poi si prosegue sotto l’incombere di uno dei versanti della parete rocciosa della montagna di Ciudra. E in mezzo il fiume e le sue palme. Così simile alla terra il colore delle case da fare pensare a Matera, nonostante qui non siano scavate nella roccia.
Salendo ancora si arriva alla sorgente e la parete di fronte si colora delle sciarpe, degli abiti, dei tappeti dei venditori nei loro abiti tradizionali.
Davanti al ristorante un gruppetto di adolescenti offre ai turisti animaletti di fili d’erba intrecciati. Chiedono in cambio qualche euro ma nel mio portamonete sono rimasti solo due dirham, l’equivalente di poco meno di venti centesimi che mi fruttano comunque un sorriso smagliante. Lo porterò con me insieme a un oggetto da nulla tra le pagine di un libro che adesso racconterà per me anche questa storia.
Uscendo dalla città interi quartieri in costruzione e palazzine ancora apparentemente disabitate segnano il confine. Pieno e vuoto ancora in dialogo come in tutto il deserto pietroso, di terra scura e rocce stratificate, abitato ogni tanto lungo la strada che attraversiamo per ore prima di raggiungere la nostra meta. Intanto, a sinistra un lago con la sua oasi non solo di palme e a destra la torre solare dell’impianto di Noor, uno dei più grandi al mondo, che dà luce a tanta Africa e il cui riflesso ci aveva colpito da una più grande distanza.
La prima cosa che vedi, entrando a Ouarzazate, sono le case dei ricchi arrivati qui da tutto il mondo e, naturalmente, un campo da golf. Che differenza con il quartiere dove si trova il nostro alloggio per la notte! Ma, come spesso accade, l’apparenza inganna e dentro ci accoglie un giardino fiorito, il sapore buono di cibo e soprattutto il saluto sorridente delle donne ai fornelli.











