Il problema fondamentale di fronte al quale si trovano i “movimenti” di opposizione e contrasto allo stato di cose presente è la costruzione (e in alcuni casi la ricostruzione, o la difesa) di relazioni sociali basate sulla condivisione attraverso cui costituire una rete di comunità aperte; cioè di ambiti entro cui ciascun individuo possa formarsi e sviluppare la propria autonomia in un contesto di rapporti personali diretti.
Una cosa che gli consenta di sottrarsi almeno in parte ai condizionamenti imposti dalle forme di dominio vigenti: patriarcato, razzismo, capitalismo, militarismo e che ha come conseguenza immediata quella di spostare l’attenzione dal futuro al presente: dall’attesa di una società a venire alla “felicità pubblica” – pur tra le difficoltà, il dolore e il lutto dei conflitti in corso – di una vita autonomamente vissuta, sottratta al dominio a cui è ormai sottoposta tutta la popolazione del nostro pianeta. Ma senza consolidarsi in comunità aperte i movimenti che agitano la superficie della società sembrano destinati a dissolversi o a essere assorbiti da qualche istituzione preesistente.
Comunità aperte vuole dire non esclusive (l’appartenenza ad una non esclude l’appartenenza a una o più altre, purché non in aperto conflitto tra loro), orientate al proselitismo, impegnate a svilupparsi sia in estensione, con l’ingresso di nuovi associati o la fusione con altre comunità, sia in profondità, con l’aggiunta di nuovi punti di convergenza: ciò che le può accomunare a movimenti dalle origini diverse. Senza un supporto di questo tipo nessuno e nessuna di noi è in grado di crescere e di sviluppare una propria autonomia di pensiero e di azione: cioè di sottrarsi al deserto dell’individualismo, della solitudine, della competizione, della guerra di tutti contro tutti, che non è “lo stato di natura” dell’essere umano, ma la subalternità a cui ci ha ridotti e ridotte l’evoluzione delle diverse forme di dominio.
Sono processi – quelli dei movimenti, della loro costituzione in comunità, ma anche del loro dissolvimento – che in momenti differenti della storia recente (su quelli remoti è utile ma non indispensabile indagare) hanno attraversato le vicende della vita, lunga, corta o cortissima, di molti e molte di noi; e senza i quali non è possibile immaginare una forza in grado di confrontarsi e misurarsi con i maggiori problemi che attanagliano, in modi e con intensità diverse, tutti e tutte: la crisi climatica e ambientale (cornice ineludibile di tutto quanto succede), le guerre, l’accoglienza dei migranti, le diseguaglianze, le povertà materiali e spirituali, il senso di impotenza, la disperazione.
Il tema del rapporto tra movimenti e partiti, in discussione su alcune recenti pagine di Comune, andrebbe affrontato a partire da queste premesse apparentemente astratte e generiche, ma in realtà concrete e intime. Se il personale è politico, senza il personale, e la sua aperta tematizzazione, non c’è politica. O quella politica non è la nostra.
Dunque, quanto hanno contributo i partiti in Italia – ma, per quello che ne possiamo sapere, in molti altri paesi e in tutto il mondo – a costruire relazioni e comunità? E quanto i movimenti? E quanto hanno contribuito gli uni e gli altri a dissolvere quel tanto o poco di comunità e di relazione sociale fondate sulla condivisione in cui ciascuno di noi si è per un certo tempo ritrovato o ancora si ritrova?
A queste domande non c’è una risposta univoca e generale e ciascuno e ciascuna di noi può avere avuto o vissuto, avere o vivere, esperienze differenti. Con l’avvertenza, però, che i partiti – alcuni partiti – che in altri tempi possono aver avuto un ruolo nel costruire o costituirsi in comunità oggi si presentano ai movimenti in corso soprattutto come emanazioni dello Stato e delle sue articolazioni. Esistono in quanto tali – e le elezioni, ma soprattutto la legittimazione di chi è già insediato, sono i veicoli di accesso a questo status – e se perdono questo ruolo rischiano la dissoluzione o l’irrilevanza.
Le loro scelte sono indissolubilmente legate a mantenere, consolidare o conquistare questo ruolo; il loro rapporto con i “movimenti”, con ciò che si agita nella società, è indissolubilmente finalizzato a valorizzare quel ruolo. Per questo è probabile che nelle manifestazioni di rifiuto o di rivolta contro l’esistente vedano più il fattore che mette a rischio la loro posizione che non un’occasione per costruirla o consolidarla. E viceversa: i giovani e giovanissimi che hanno alimentato le recenti mobilitazioni sono naturalmente esposti a percepire maggiormente questa estraneità.
Nei “movimenti” il meccanismo è l’opposto: nascono, crescono e si consolidano nella misura in cui esprimono un sentire comune, più ancora e molto prima di condividere una “ideologia”, o anche solo una visione o un punto di vista – che è ciò che contribuiscono a creare – anche se anch’essi non sono immuni dai rischi di una sclerotizzazione burocratica. Ma la loro autonomia e la loro efficacia sono misurate della distanza che sanno prendere dal rischio di venir fagocitati (a piccoli pezzi, o anche uno o una alla volta) da uno o più partiti.
Certo, per i “movimenti”, la possibilità di crescere in peso e dimensioni passa necessariamente per la capacità di coinvolgere sui propri obiettivi le istituzioni della Stato, ai suoi diversi livelli. E non c’è dubbio che in questo ambito il ruolo dei partiti si dimostri indispensabile. A condizione che sia un processo dal basso in alto e non viceversa.











