“Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È il simbolo del dolore umano. (…) Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo”, scrive Natalia Ginzburg, ebrea e atea, in un articolo pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1988.

Forse è da qui che si può ripartire. Da un’immagine che non divide, non impone, non urla. Che non chiede di credere, ma di guardare.

Un uomo tradito, venduto, martoriato. Un uomo solo. Un uomo che muore. E insieme, in quel corpo, tutti gli altri. Tutti quelli che la storia continua a produrre: i volti cancellati, i corpi senza nome, le vite che scorrono sotto i nostri occhi mentre ci insegnano a non vedere. Il crocifisso li rappresenta tutti, scrive Ginzburg.

Forse è questo che ancora ci inquieta. Non è un segno di appartenenza. È uno specchio. Ci riguarda, anche quando pensiamo di esserne fuori. Anche quando ci sentiamo dalla parte giusta. Perché dentro quella storia — in modi diversi — ci siamo tutti.

E allora, forse, Pasqua non è una risposta. È un modo di stare. Stare davanti al dolore senza distogliere lo sguardo. Stare dentro una idea semplice e difficile: che il prossimo esiste. E che non possiamo far finta di niente.

Dobbiamo augurarci di avere la forza e la capacità di opporci sempre all’orrore a cui stiamo assistendo.

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