«Il lavoro e l’edificazione della pace». Non siamo noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università a scriverlo, ma la CEI, la Commissione Episcopale Italiana, che si occupa anche dei problemi sociali e del lavoro. La CEI, con l’avvicinarsi del 1° maggio, Festa dei lavoratori, lancia un messaggio di pace, contro la guerra e di aperta contrapposizione a quanti vogliono riconvertire la manifattura civile in produzione militare Primo maggio 2026, i vescovi italiani: il lavoro come strumento di pace – Vatican News
Un messaggio del tutto condivisibile, quello dei vescovi, a ricordare l’inganno della guerra. Partiamo da questa importante assunzione di responsabilità perché nel mondo sindacale prese di posizioni esplicite contro la riconversione industriale a fini militari non le abbiamo ancora lette, eccezion fatta per i sindacati di base, che solitamente non sono presenti nel settore industriale, espulsi dalle Rappresentanze sindacali con l’applicazione del Testo unico sulla rappresentanza o marginalizzati dalle politiche confindustriali che privilegiano rapporti con organizzazioni non conflittuali.
«Non trasformiamo gli aratri in lance perché la guerra resta il grande inganno»: questo messaggio facciamo nostro in un momento storico particolare. La guerra in Iran, infatti, provoca l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, tenendo fermi i salari, che intanto perdono sempre più potere di acquisto.
La guerra si alimenta con tecnologie duali e armi sofisticate da vendere a Paesi che taglieranno le spese sociali. Il ricorso all’intelligenza artificiale ha accresciuto il numero delle vittime “civili”, dei cosiddetti effetti collaterali, così sinistramente ribattezzati per confondere le idee all’opinione pubblica. E tornano in mente le parole del compianto vescovo Tonino Bello: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita».
Possono esserci dei terreni comuni con il mondo cattolico?
Senza dubbio la campagna contro il ritorno della leva, la mobilitazione per impedire l’approvazione di norme legislative che rimuovano anche i pochi vincoli ancora esistenti al commercio di armi e manufatti bellici, la costante denuncia dei processi di militarizzazione ci sembrano terreni unificanti per una comune iniziativa contro la guerra e la militarizzazione.
Ma possiamo anche concordare nella denuncia e nel boicottaggio dei processi di speculazione finanziaria con l’acquisto di titoli azionari dell’industria militare per non contribuire all’economia di guerra. I titoli azionari delle imprese di armi rappresentano una occasione per gli investitori nazionali ed internazionali visti gli andamenti dei listini di borsa.
In uno studio realizzato qualche anno fa Economia a mano armata: l’ebook di Greenpeace e Sbilanciamoci! – Greenpeace Italia confutava il luogo comune secondo il quale riconvertendo imprese civili in militari l’economia avrebbe avuto vantaggi in termini di posti di lavoro e crescita del PIL. In Italia, una spesa di un miliardo di euro per l’acquisto di armi porta a un aumento della produzione interna di soli 741 milioni di euro, con un impatto netto sull’occupazione di circa 3 mila posti di lavoro. Poca cosa, diremmo, risultati assai magri, se pensiamo che analoghi investimenti per istruzione e sanità avrebbero effetti assai maggiori creando oltre 16 mila posti di lavoro; stesso discorso vale per la sanità con un ritorno in termini sociali assai rilevante.
Intanto nei Paesi NATO le spese in armamenti nell’ultimo decennio sono aumentate del 168%, l’aumento del numero di occupati è stato invece inferiore del 30%, stando ai dati forniti dalla Rete Pace e Disarmo. A guadagnarci sono soprattutto gli azionisti delle imprese di guerra con profitti cresciuti nell’arco di 3 o 4 anni fino al 400%.
L’Osservatorio lancia quindi un invito a convergere su importanti questioni, iniziando a confutare l’orribile luogo comune secondo il quale la salvezza per la manifattura sia quella di riconvertirsi a produzione di guerra, una mera illusione smentita da economisti e studi da riprendere e diffondere nei luoghi di lavoro e nelle scuole.
Federico Giusti











