Invasione, criminalità, sostituzione etnica sono l’ossatura lessicale necessariamente ridondante che dietro la paura costruisce muri, frontiere, stati di polizia, economie del controllo, sudditanze, selezione sociale e determinazione della sopravvivenza. E’ dentro questa forma immediatamente produttiva che assumono i linguaggi, sia che vivano come atto performante nella produzione di merci che in quella di relazioni sociali e quindi di soggetti, che il termine migrante sostituisce quello di immigrato perché nella sua declinazione assume il senso di transeunte, di passaggio quindi necessariamente privo (privato) di diritti, irregolare.

Nella glottologia del capitale il termine non definisce ma determina, quindi “migrante” non è una categoria neutra ma una posizione sociale prodotta all’interno dei rapporti di produzione contemporanei. Nel suo pregevole testo Pirrone pone l’accento sul fenomeno migrazioni attraverso la critica dell’economia politica analizzandolo come elemento centrale della globalizzazione neoliberista, quindi all’interno dei rapporti di classe del capitalismo globalizzato ma anche frutto delle politiche coloniali del secolo scorso dalle quali proviene la razzializzazione della nuova divisione del lavoro, quindi parte di una classe che non scompare nel mondo globalizzato ma si trasforma e si riorganizza su scala transnazionale. Qui questa classe moltitudinaria si scontra con altri dispositivi quali i confini, la cittadinanza, la razzializzazione e la sessualizzazione producendo quella che Pirrone interpreta come una stratificazione globale del lavoro.

Il migrante diventa così una complessa e paradigmatica figura del proletariato contemporaneo ma con un’ulteriore problematicità: è giuridicamente e politicamente vulnerabile e quindi più facilmente sfruttabile e pericolosamente intercambiabile. Intercambiabilità e selezione in ingresso significano spesso gravi infortuni o morte (occultata) sul lavoro o morte ai confini, i più letali dei quali sono il Messico e il Mediterraneo.

Le morti non sono quindi incidenti di percorso ma si caratterizzano come una delle forme più crudeli attraverso le quali il capitale decide chi può accedere ai “privilegi” dell’Occidente sviluppato. L’autore, citando più volte nel testo Mbembe e Palidda, parla infatti di necropolitica e tanatopolitica per definire il colpevole cinismo mascherato da negligenza con cui gli stati affrontano la questione: “il confine… è divenuto una delle forme privilegiate attraverso cui il capitalismo opera la distinzione tra le vite da valorizzare e le vite di scarto, tra corpi monetizzabili e corpi eccedenti”(Pirrone pp. 16/17). Nei campi di concentramento libici non si fermano i migranti, si decide chi va e chi resta e forse, a seconda dell’imbarcazione che viene fornita o delle condizioni meteo con cui parti, si decide anche chi vive e chi muore. E il Mediterraneo copre, insieme ai corpi senza nome, le responsabilità criminali degli stati.

Una nuova forma di schiavitù, certamente diversa da quella dei secoli precedenti ma anche qui e ora il migrante non è padrone della sua vita né, quando arriverà a destinazione, del suo tempo. E’ formalmente libero, come libero era il proletario all’alba della rivoluzione industriale prima che il padrone non costruisse per lui una nuova gabbia: il salario, perché solo un uomo libero ma oppresso dalla povertà può vendere la sua forza lavoro come merce sul mercato. Ma la sua libertà di movimento mantiene, in potenza, anche la possibilità di fuga e quindi deve essere disciplinata, governata: “Salario e criminalizzazione della mobilità appaiono così come due lati della stessa medaglia: la necessità di governare e disciplinare la libertà che il capitale non può non generare”(Pirrone p.19).

Parliamo quindi della costruzione di un moderno esercito industriale di riserva volto a mantenere più basso possibile il costo della forza-lavoro ma con una differenza cruciale rispetto al passato, la vulnerabilità del migrante è prodotta attivamente da dispositivi politici come i confini, le leggi sull’immigrazione e la precarietà giuridica. Non si tratta quindi solo di una funzione economica ma di una costruzione istituzionale della subordinazione. E il concetto di neoschiavitù va letto proprio in chiave di classe, non indica un ritorno a fasi precedenti ma una radicalizzazione dello sfruttamento dentro il capitalismo contemporaneo.

Il lavoro migrante quindi, rappresenta una sorta di zona limite del capitalismo dove bassi salari, ricattabilità legale, invisibilità e marginalizzazione sociale producono condizioni di lavoro estremamente asimmetriche dove la subalternità si manifesta nella sua forma più dura: l’assenza di tutele e di potere contrattuale. Ma rappresenta anche la fine dell’illusione che un mondo globalizzato potesse eliminare le disuguaglianze geosociali e le discriminazioni etniche, anzi semmai l’estrattivismo capitalista ha occupato nuove aree e ne ha devastato natura e relazioni sociali. Questa invasività del capitale e la conseguente dimensione globale della classe viene rafforzata dalla teoria del Sistema mondo di Wallerstein, uno dei modelli analizzati da Pirrone, in cui il capitale organizza il lavoro su scala planetaria distinguendo tra centro e periferia. Le migrazioni rappresentano il movimento della forza lavoro dalla periferia al centro, ma non in condizioni di uguaglianza: i migranti vengono inseriti in segmenti subordinati del mercato del lavoro.

Le migrazioni contemporanee sono spesso il risultato di processi di impoverimento, guerre e disuguaglianze prodotte dal capitalismo globale e le “scienze delle migrazioni”, criticate dall’autore, definiscono i migranti al tempo stesso come prodotti di tali processi e risorse funzionali al sistema economico in quanto forza lavoro flessibile e a basso costo. Anche demografia e disastri ambientali legati al riscaldamento globale vengono utilizzati come parametri oggettivi che fungono da spinta per milioni di persone, ma tutti questi studi mostrano secondo Pirrone un limite confermato dai dati che ci illustrano come il fenomeno negli ultimi 65 anni non abbia subito grandi variazioni numeriche in relazione al numero totale degli abitanti del pianeta, che la maggior parte delle migrazioni avviene all’interno delle nazioni di provenienza (e questo vale anche per l’Italia) e che meno della metà dei circa 300 milioni di migranti nel 2024 si è diretto verso l’Europa o l’America settentrionale con buona pace degli allarmismi e della retorica securitaria con cui  USA ed Europa giustificano politiche migratorie particolarmente restrittive.

Un altro luogo comune delle narrazioni ufficiali sfatato dall’analisi dei dati operata dall’autore, è quello che le donne sono una minoranza, una componente accessoria delle dinamiche migratorie. Le donne sono circa il 48% del totale dei migranti e hanno spesso assunto il ruolo di guida prendendo in prima persona la decisione di partire. Esse hanno un accesso al reddito pari a quello degli uomini avendo praticamente monopolizzato settori come il tessile, quello della cura o del lavoro domestico configurandosi come i soggetti di una nuova divisione transnazionale del lavoro femminile. Chiaro che l’accesso al reddito non emancipa e non elimina, anzi rafforza, le dinamiche di sfruttamento e ricatto anche sessuale che le migranti subiscono, determina casomai una flessibilizzazione spesso assolutamente priva di regole che ci fa parlare oggi di femminilizzazione del lavoro tout court (vedi Cristina Morini, La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo, in AA.VV., Occupare l’utopia, Multimage,2025). 

Ma spesso sono proprio le donne a gestire le reti cui fanno riferimento i nuovi arrivati o coloro che decidono di partire operando nella quotidianità un percorso di creazione del comune che tendenzialmente va oltre la colonizzazione culturale del neoliberismo. D’altronde la politicità del testo di Pirrone sta proprio nell’affermare la potenziale soggettivazione del migrante: migrare non è solo fuga o disperazione, è anche e soprattutto una scelta, una strategia, un atto di rifiuto. E’ l’agency che, pur nelle condizioni più oppressive, può determinare una spinta alla lotta e alla soggettivazione. Tuttavia le condizioni di ricattabilità, lo status giuridico, l’appartenenza etnica producono una classe complessa, differenziata che il mainstream cerca di rendere conflittuale al suo interno alimentando pulsioni razziste. Da qui il messaggio che caratterizza questo testo come un importante contributo al dibattito sulla formazione di una soggettività necessariamente molteplice e antagonista: rifondare “un internazionalismo delle pratiche capace di unire lotte locali e transnazionali, di articolare alleanze tra migranti e autoctoni, di riconoscere che nella libertà di movimento si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe”.

Il libro, insomma, si rivela uno strumento agile, scevro da un linguaggio accademico, e proprio per questo adatto a circolare tra gli studenti del dipartimento di scienze sociali ma non solo, un testo propositivo che rinnova la necessità di procedere nella rifondazione della politica a partire dall’analisi sociale della molteplicità dei soggetti e delle intersezionalità possibili senza alcuna pretesa di reductio ad unum.

recensione a Marco Antonio Pirrone, Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM Edizioni, 2025