Il ciclone Harry abbattutosi sulle coste siciliane, i migranti morti restituiti dal mare, le parole forti dell’Arcivescovo Lorefice e gli insulti a lui indirizzati in risposta via social: si parte da questa forte suggestione per discutere della Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, il libro dato da poco alle stampe per PM edizioni da Marco Antonio Pirrone, ricercatore di Sociologia generale presso il Dipartimento “Culture e Società” dell’Università di Palermo, che inquadra il tema delle migrazioni nel contesto dello sviluppo capitalistico e della globalizzazione.
A presentare il libro presso la sede dei COBAS Scuola a Palermo il 25 febbraio c’erano Giovanni Di Benedetto, docente, e Vincenzo Guarrasi, professore emerito dell’ateneo palermitano, di fronte ad una platea di persone intervenute che dopo hanno animato un interessantissimo dibattito.
Il tema delle migrazioni è già stato trattato in diversi testi pubblicati da Pirrone, a partire dal primo Approdi e scogli. Le migrazioni internazionali nel Mediterraneo del 2002 fino all’ultimo arrivato, stampato proprio nel mese di febbraio, Le tante epifanie della razza. L’eugenetica nell’America di Donald Trump e il razzismo come rapporto sociale.
Aprendo l’incontro, Di Benedetto ha svolto un’efficace sintesi del lavoro di ricerca contenuto in Guerra ai migranti che può essere a grandi linee così riassunto: necessità di reintrodurre la storia nell’analisi dei processi migratori, inquadrare il tema nell’irreggimentazione della forza lavoro funzionale alle logiche produttive del capitalismo, considerare il colonialismo non come un residuo premoderno ma come parte del modello di sviluppo capitalistico. La migrazione è quindi un ingranaggio attraverso cui il capitalismo configura e schiavizza la forza lavoro e nel suo lavoro Pirrone, tra l’altro, ci invita a fare uno sforzo di comprensione per superare le narrazioni securitarie, superando l’approccio basato sulla paura.
Su un altro fronte, Guarrasi ha posto l’attenzione sull’interconnessione esistente fra ciò che accade all’ambiente e ciò che accade alle società: gli effetti del riscaldamento globale, vero nome da dare al cambiamento climatico per Guarrasi, si riverberano sui processi sociali e mostrano la vera natura di un capitalismo brutale e spietato in cui il trumpismo risulta essere la forma più congeniale del neoliberismo. La destra che vince ovunque mette in discussione l’uguaglianza dei diritti e fa della guerra ai migranti uno dei suoi tratti identitari: la mobilità, che dovrebbe essere un diritto garantito a tutti, è invece assurta a privilegio ed il razzismo è uno strumento ideologico che serve ad impedirci di vedere i migranti come fossero nostri figli o fratelli.
Marco Pirrone, nel parlare del suo lavoro, ha tenuto subito a precisare che il vero tema del libro è la libertà: studiare le migrazioni permette infatti di vedere con estrema chiarezza i dispositivi attraverso cui il capitalismo limita e irreggimenta quelle stesse libertà che furono decisive per la sua nascita ma che, proprio per questo, divennero subito un problema da disciplinare – e la prima gabbia è stata il salario. Ogni volta che una crisi di sovrapproduzione, finanziaria o di accumulazione si è manifestata, il neoliberismo ha riesumato forme significative di autoritarismo, da Pinochet a Thatcher e Reagan, fino ai colonnelli greci e alle dittature argentine, mostrando la continuità strutturale tra mercato e coercizione statuale. Il tutto funzionale a contrastare il conflitto sociale e le ipotesi di cambiamento sociale ed economico.
L’autore invita tutti a superare pregiudizi e stereotipi che sono il frutto della costruzione di codici concettuali da parte delle classi dominanti; “quando si affronta la questione migratoria, si tende a trattare categorie come <migrante>, <rifugiato>, <clandestino> o <straniero> come dati di fatto, anziché come prodotti sociali, storici e politici, funzionali a specifici assetti di potere e dispositivi di controllo”, così come è scritto nel primo capitolo del libro.
Gli stereotipi a cui fa riferimento non riguardano solo le costruzioni narrative fuorvianti della destra, bensì anche la visione consolatoria di certa sinistra che inquadra, suo malgrado, la figura del migrante nel mito rousseauiano del buon selvaggio, come odierni Robinson Crusoe di fronte ai Venerdì di oggi.
Attraverso uno sguardo largo e laico, Pirrone ci consegna la figura del migrante dentro le costanti dello sviluppo capitalistico, del colonialismo vecchio e nuovo e della globalizzazione inquadrata come ideologia e non come processo realmente dato: la guerra ai migranti rappresenta il lato oscuro del capitalismo che manifesta il suo vero volto autoritario nei momenti di crisi del sistema, ma al tempo stesso non è guerra alle migrazioni in quanto esse sono funzionali al modello di sviluppo e di sfruttamento della forza-lavoro.
Razzismo, nuovo schiavismo, sfruttamento si intersecano altresì con la questione dell’accaparramento delle risorse che costituisce la vera ragione dei conflitti in corso, in Ucraina come a Gaza e in altre zone, e che sono anch’essi causa di flussi migratori. Estrattivismo e land grabbing rappresentano il ritorno – mai realmente interrotto – delle logiche coloniali e imperialiste strutturali al capitalismo (come evidenzia Ranabir Samaddar, spesso citato nel testo), oggi evidenti nella corsa alle cosiddette terre rare e materie critiche che sta dietro molte delle guerre contemporanee: l’estrattivismo non è solo estrazione mineraria ma anche manipolazione della terra per monoculture intensive e trasformazioni delle forze produttive che producono espulsioni dal lavoro e dalle comunità, alimentando migrazioni e colpendo la socialità, che è uno degli obiettivi strategici del neoliberismo per lasciare individui isolati e più facilmente governabili.
Tuttavia, Pirrone sottolinea come le migrazioni internazionali, che stanno alla base della paura che viene alimentata dalla propaganda istituzionalizzata, costituiscono la parte meno rilevante dei processi migratori che invece sono numericamente più rilevanti nelle migrazioni interne limitate ad ambiti regionali circoscritti.
In definitiva, ciò che emerge dalla discussione che ha suscitato questo libro è la critica al modello capitalistico attraverso gli strumenti tipici dell’analisi marxiana e da ciò scaturisce la stretta connessione tra lo Stato moderno ed il capitalismo stesso a cui il primo presta i suoi servigi soprattutto attraverso le forme più violente dell’autoritarismo.
Su quest’ultimo punto, Di Benedetto aveva sottolineato che la precarizzazione dei migranti è un processo più generale di precarizzazione dei diritti di tutti ravvisando quindi nella lotta in loro difesa la necessità di pensare ad una lotta per la difesa dei diritti di tutti ed in questo senso, si era posto la domanda se può essere immaginabile un ruolo diverso dello Stato da quello attualmente al servizio del capitale. La risposta, anche visti gli esiti del dibattito che è scaturito dal pubblico presente, sembra quasi scontata e non è certo positiva.
Per questo, forse, è necessario porsi la classica domanda sul che fare, posta da Guarrasi e da altri, per dare risposte adeguate su quali azioni e iniziative adottare contro il pensiero e il sistema dominante basato sullo sfruttamento, la repressione del dissenso e la negazione dei diritti sociali e civili ai migranti e, di conseguenza, a tutti noi.












