È ben scolpito nella mia memoria lo sguardo di quegli uomini, quella notte, davanti la porta della guardia medica: uno sguardo inequivocabile, disorientato, interrogativo, a tratti triste. Era lo sguardo tipico di chi capisce di trovarsi di fronte ad una realtà inaccettabile, da nascondere alla propria dignità di uomo, da rigettare, da dimenticare.
Lampedusa, fine anni’90. Io, giovane medico, richiamato nel cuore della notte a confrontarmi faccia a faccia con una realtà di cui sentivo parlare da un po’: gli sbarchi dei migranti che, sempre più frequenti, giungevano dall’Africa a Lampedusa, in Italia, in Europa. Quella notte quei pescatori, reduci dalla notte di lavoro in mare, non sapendo dove altro andare, mi mostravano sgomenti quella sporta piena di resti umani “catturati” nelle reti del loro pescato, chiedendosi e chiedendomi il significato di tale orrore e come comportarsi, cosa fare….
Ricordo bene tutte quelle persone in fila, uomini, donne, bambini, con i vestiti bagnati, confusi e stanchi, sotto lo sguardo vigile delle forze dell’ordine, fermi, in attesa che qualcuno decidesse cosa farne, dove mandarli, come assisterli nel frattempo…. Ricordo il freddo, la pioggia, il pianto dei bambini, gli sguardi di quegli occhi affaticati che imploravano soltanto un gesto che restituisse un senso al loro sacrificio e desse nuovo vigore alla loro speranza. E non potrò mai dimenticare quei novantadue che, stipati dentro una vecchia barca, nella notte del 31 Dicembre 1998 in pieno Mar Mediterraneo, mi guardavano, illuminati e offesi dalla luce delle torce dei militari, con quell’aria interrogativa fatta di paura e di speranza, tipica di chi non sa ancora quale destino lo attende.
È una storia fatta perlopiù di sguardi quella che affolla la mia memoria quando ricordo i momenti in cui sono stato chiamato a confrontarmi con la realtà dei migranti: è lo sguardo di gratitudine di Kahlel, il professore di storia di Damasco, con i piedi arsi dalle lunghe camminate nel deserto, mentre mi manda baci dallo scompartimento di quel treno che finalmente lo avrebbe portato in Olanda; è lo sguardo felice di Moussa, appassionato di matematica, mentre riceve il nuovo libro di esercizi; è lo sguardo triste di Sayed, che mi avvolge dal dolore di quella sedia a ruote su cui è stato costretto, appena diciottenne, dopo essere stato defenestrato dagli aguzzini in Libia insieme ai suoi compagni, tutti morti, e lui, unico sopravvissuto; è lo sguardo impaurito e deluso di Ousseni prima di entrare per la terza volta in sala operatoria per quella ferita da arma da fuoco che in Libia aveva fatto esplodere il suo femore sinistro.
E sono questi sguardi – di paura, di tristezza, di dolore, di gioia, di sorpresa, di gratitudine – a ritornarmi puntualmente in mente ogni volta che sono chiamato a confrontarmi con questa realtà. Sguardi che comunque, oltre la fatica, la tristezza e il dolore, mi hanno sempre comunicato una sola sensazione prevalente: quella della speranza.
Dopo anni di dibattiti, di esperienze, di leggi e decreti volti a cercare di comprendere e affrontare al meglio la problematica emergente dei grandi flussi migratori che imperversano in tutto il mondo, oggi la civile, occidentale, industrializzata Italia, per motivi geografici certamente tra le terre più impegnate nella gestione del problema, emette un decreto legge sull’immigrazione (DL su sicurezza e immigrazione del 24 Febbraio 2026, n. 23, capo IV, artt. 28-32) che sostanzialmente riflette la visione politica dell’Europa e dell’Occidente sul tema: quella della contenzione e del respingimento, della difesa dei confini e delle frontiere, dei blocchi navali e delle sanzioni nei confronti delle ONG di salvataggio, della stretta sui permessi e sui ricongiungimenti familiari, dei rimpatri forzati e dei centri di detenzione.
Una legge che, oltrepassando con disinvoltura lo scoglio della fatica del confronto con quegli sguardi di chi implora soltanto compassione, sostanzialmente decreta che è più facile ostacolare, non guardare, chiudere, voltandosi dall’altra parte, pagando e delegando altri a fare il lavoro sporco che noi occidentali, dall’alto della nostra storia di civiltà e diritto, non potremmo mai fare.
A questo punto, si impone la necessità di fermarsi e riflettere: ma di cosa stiamo ragionando? Di merci, di materiale, di spazzatura, di zavorra, di residui da scartare ed eliminare? Oppure stiamo parlando di persone? Del loro destino, della speranza di centinaia di migliaia di uomini e donne che bussano con insistenza alle porte dell’Occidente con un unico desiderio: continuare a vivere e a sperare?
Che volto si nasconde dietro queste risoluzioni, queste idee, queste leggi? È il volto morale di chi può continuare a definirsi ancora umano? Che tipo di uomo si nasconde dietro alla decisione di opporre una nave militare contro un gommone povero di carburante ma carico di fatica, di dolore, di umanità, di volontà, e sempre e comunque di speranza? E quale idea di futuro si può trovare dietro queste scelte?
Soltanto una visione politica povera e miope, incantata da un’idea di presente sterile, perché sganciata dalla memoria del passato (la memoria di quando anche noi siamo stati migranti) e da una visione profetica realistica del futuro (la necessità di un’integrazione efficace ed accogliente in un’Europa che invecchia inesorabilmente) può produrre simili leggi.
Ma, soprattutto, non si può non scorgere l’indifferenza e la superficialità dello sguardo, così come la scarsa capacità di umanità e di compassione nei confronti di una realtà drammatica che, al contrario, dovrebbe interpellare le nostre coscienze, attingendo alla nostra più semplice e profonda umanità e affidandoci la grande responsabilità di non negare e spegnere la speranza dell’uomo.
Non si può restare indifferenti di fronte a tutto questo, non si può non sentirsi umiliati e offesi, colpiti e mortificati nella nostra dignità di uomini e donne, di persone che sanno bene di non possedere alcun diritto di disconoscere la dignità altrui negandone la speranza e, quindi, la vita.
Chi avrebbe concesso a noi occidentali il diritto di considerare la terra in cui, per un caso fortunato e misterioso, siamo nati e cresciuti, come terra nostra, quasi una proprietà privata e perciò interdetta all’accoglienza e all’ingresso di altri umani che pressano alle nostre porte in cerca finalmente di uno sguardo umano e gentile che parli loro di futuro e di vita?
Fermandoci a questo, ci sarebbero tutti i presupposti per disperare, per non credere più nell’uomo.
Eppure, ogni volta si verifica ciò che accade da sempre nella storia del mondo, un sussulto di dignità e di umanità che infonde il giusto coraggio per la resistenza, l’opposizione, la denuncia: un gesto semplice di accoglienza ordinaria, una nave che decide con coraggio di salpare ancora per salvare più vite possibile, un vescovo che leva in alto il grido scandalizzato di una Chiesa che non ha altro annuncio da fare che quello della pietà evangelica del Dio di Gesù Cristo, uomo perfetto, straniero tra gli uomini, che ha dato e continua a dare la sua vita per la salvezza di tutti.
Guardo i volti delle persone che lottano per la propria vita e non vedo estranei (R. Brault).
Ogni uomo lotta per la propria vita e, se questa lotta è vissuta con sapiente compassione, così facendo si potrà giungere ad una consapevolezza nuova: che la lotta sia a favore non solo della vita propria, ma al contempo della vita di tutti, perché si scopre che ogni uomo
lotta allo stesso modo. Questa è la verità dell’uomo: siamo tutti stranieri e ospiti in questo mondo, ma nessuno può ritenersi estraneo rispetto all’altro né ritenere l’altro estraneo.
Perché la verità è nell’incontro.
L’uomo che si pone davanti a me e mi guarda provoca la mia umanità e mi interpella richiamandomi alla mia personale responsabilità. A quel punto bisogna soltanto decidere. È questo il momento favorevole in cui, in un ribaltamento di orizzonti e di attese, potremo anche sorprenderci e gioire per la nascita nei nostri cuori di un nuovo sentimento: quello di una profonda gratitudine nei confronti di ogni straniero che bussa alla nostra porta, nei confronti di tutti quegli uomini e di quelle donne, finalmente riconosciuti come fratelli e sorelle, che ripongono le loro speranze in noi affidandoci la loro stessa vita; una gratitudine vera che nasce dalla semplice constatazione che costoro ci stanno offrendo una nuova
straordinaria opportunità: quella di ritornare ad essere umani.
Ed ecco che allora una luce si accende ancora, che la speranza torna a vivere nei nostri cuori. Ecco che la legge oscura viene puntualmente superata e svelata nella sua disumanità da tutta quella rete di umanità, di bene e di amore che, in silenzio e sotto traccia, continua a vivere e ad operare per la vita dell’uomo, per la giustizia e per la pace, permettendo ancora una volta che la storia non si fermi, che il mondo continui ad essere, che la speranza non muoia.
Ognuno è titolare di un diritto inalienabile che chiede rispetto e ascolto: la speranza.
Nessuno ha il diritto di spegnere e negare la speranza altrui.
Perché solo chi è capace ancora di sperare e di far sperare può dare un volto umano alle
proprie scelte e un senso alla propria vita.










