E’ stato presentato il 24 febbraio a Palermo, ai Cantieri Culturali alla Zisa, il libro di Riccardo Michelucci (Milieu edizioni, 2025) Il giorno in cui morì la musica. La strage della Miami Showband e l’Irlanda nel caos. Riportiamo qui il resoconto di Alessandra Colonna Romano, che ne argomenta la stringente attualità
A cinquant’anni dal terribile attentato alla Miami Showband, “I Beatles d’Irlanda”, Riccardo Michelucci ci riporta agli anni bui dei Troubles (1960-90), quando riesplode con virulenza il conflitto anglo-irlandese.
Con prosa fluida e intensa, l’autore ne ricostruisce il contesto storico, politico e culturale proponendo al lettore non un romanzo, né un libro di storia, come precisa nella sua Nota sulle fonti, ma «un’opera di saggistica narrativa basata su documenti ufficiali, verbali d’inchiesta, fonti bibliografiche secondarie e interviste con i protagonisti delle vicende raccontate». Vero, non è un libro di Storia, comunemente inteso; esso, tuttavia, ci restituisce un pezzo di Storia attraverso le storie di uomini e donne che, a vario titolo, sono stati protagonisti e testimoni di quel periodo, con un’attenzione particolare alla Miami Showband, che questo scritto vuole omaggiare.
Nata nel 1962, la Band nel tempo assume formazioni diverse, cresce in popolarità, attraversa l’intera isola con un fittissimo calendario di concerti. Sono quelli gli anni della swinging London, i Beatles sono leggenda vivente e una nuova gioventù rompe con la tradizione, imponendosi con una nuova moda e una nuova musica; anche in Irlanda numerosissime band calcano i più vari palcoscenici – pub, locali, sale da ballo – e queste ultime diventano un vero e proprio fenomeno sociale. Eppure, l’atmosfera è cupa: la presenza dell’esercito e della polizia britannica, di stanza nell’Ulster, tiene sotto stretto controllo i cittadini, già in una situazione di forte discriminazione sociale, politica e lavorativa, mentre continui attentati sconvolgono la vita delle città e dei villaggi, fino alle iconiche campagne dell’Ulster, in particolare quell’area di confine non a caso denominata “Il triangolo della morte”.
In questo quadro così fosco, la musica assume il ruolo di balsamo, diventa luogo di incontro e di unione: protestanti e cattolici si ritrovano insieme a condividere la musica, il ballo, il divertimento. La formazione ultima della Miami Showband stessa è, infatti, costituita da due membri della Repubblica, quattro dell’Ulster e, tra questi, due protestanti e due cattolici. Sono giovani che desiderano soltanto dedicarsi alla musica, divertire e divertirsi, testimoniando con la loro stessa vita come passione, talento e bellezza siano gli antidoti a ogni sovrastruttura divisiva generata da ideologismi e difese identitarie. Ma fuori da quelle sale da ballo la realtà è risucchiata in una spirale di violenza.
In Irlanda del Nord è presente l’UDR (Ulster Defensive Regiment) con alcuni dei suoi membri appartenenti pure a una forza paramilitare lealista, l’UVF (Ulster Volunteer Force). In un clima di tensioni feroci, con l’obiettivo di sconfiggere l’IRA (Irish Republican Army), le forze paramilitari lealiste compiono attentati indiscriminati: Belfast, la capitale, è teatro di guerra; nel 1972, a Derry, paracadutisti britannici attaccano una manifestazione pacifica per i diritti civili: è il Bloody Sunday, che costa la vita a 14 persone; nel 1974 la strage di Dublino e Monaghan fa ben 34 vittime; il “terrore” si diffonde ovunque, dalle più sperdute campagne ai piccoli villaggi, dai pub e mercati, fin nelle case, dove gli attacchi sono vere e proprie esecuzioni. L’obiettivo è creare una situazione di insicurezza globale che renda necessario il rafforzamento della presenza militare britannica.
Sono attentati compiuti da uomini di cui l’autore fornisce nome e cognome, traccia i profili biografici o psicologici: li vediamo muoversi, agire, ne percepiamo le macchinazioni ideologiche. Protetti da una rete di complicità con i servizi di sicurezza britannici e certa politica, agiscono impunemente. È così che nessuno “si accorge” della sparizione di armi dagli arsenali dell’UDR; continui depistaggi e falsificazioni vengono messi in atto per far ricadere la responsabilità degli attentati sull’IRA, anche in periodi in cui l’organizzazione non avrebbe avuto le risorse per compiere tali azioni o aveva deposto le armi per favorire i negoziati di pace che, dopo il Bloody Sunday del 1972, si stavano lentamente tessendo a Sunningdale, in Inghilterra.
Anche le vittime hanno un nome. Non restano un numero, come spesso accade nei libri di storia: l’autore ne ricostruisce le vite, racconta dove e come l’evento fatale le abbia raggiunte, spezzando per sempre i loro progetti e i loro sogni. E dà voce anche a chi, da quel momento, porterà dentro di sé il segno della perdita: tra questi, Stephen Travers, il bassista della Miami Showband, la cui intervista/testimonianza chiuderà il libro. L’attentato si radicherà con forza devastante nella sua vita: vittima di un lacerante senso di colpa per essere sopravvissuto ai suoi amici, si confronterà per decenni con un dolore sordo. Riuscirà in qualche modo a ‘chiudere il cerchio’, grazie alla sua ricerca di verità, giustizia e al suo profondo desiderio di pace e pacificazione.
Con rigorosa attenzione alle fonti documentali, l’autore ci restituisce l’insensatezza di questa orribile guerra, per decenni occultata, presentandola attraverso i volti, i corpi, le storie delle persone, senza mai scadere nella retorica, men che meno nella spettacolarizzazione. Sfugge al manicheismo: dà conto del processo di pentimento di chi, pur efferato esecutore di attentati, si pentirà amaramente per il dolore recato. Ma anche, e soprattutto, ci mostra come la violenza e le guerre alla fine si assomiglino tutte: si legge Irlanda ma si vede Palestina, e altri teatri di guerre perché, pur nella specificità dei contesti geopolitici e storici, lo schema è lo stesso:
- La scusa madre atta a giustificare ogni violenza: il senso di accerchiamento che muove alla difesa/attacco preventivo (IRA in Irlanda del Nord, Hamas in Palestina, ad esempio). Tuttavia, come la Storia insegna, le vittime sono soprattutto civili;
- La demonizzazione e la de-umanizzazione dell’ “altro” ascritto a nemico per il sol fatto di esistere;
- La menzogna, la propaganda, il depistaggio: l’autore ricostruisce le numerose operazioni di falsificazione. Tra queste, la stessa modalità dell’attentato alla band che, secondo il progetto criminale, prevedeva l’introduzione di un ordigno nel furgoncino, destinato a esplodere circa quindici minuti dopo la ripartenza del veicolo. Un piano scellerato, concepito non solo per uccidere tutti i componenti del gruppo, ma anche per farli apparire come corrieri dell’IRA, visti i loro frequenti attraversamenti di confine, infangandone così il nome.
Come non pensare, allora, ai molti casi della storia, passata e recente, e a certa propaganda veicolata dai mass media? (Il corpo di Peppino Impastato venne deposto sui binari della ferrovia simulando un attentato da lui stesso organizzato); - Il sistema del male, una “struttura di peccato”, creata scientemente nelle alte sfere della politica e dei servizi di sicurezza, i cui “soldati”sono, alla fine, pedine, più o meno consapevoli;
- La derisione, la persecuzione contro chi si oppone: in Irlanda chi denunciò gli atti illegali dell’UVF, pur appartenendo ad alti ranghi di polizia o esercito, fu fatto dimettere, imprigionato o addirittura internato in ospedale psichiatrico. Quanti disertori in Ucraina, Israele, Russia subiscono persecuzioni…;
- La presenza, anche in un sistema di ‘odio circolare’, di persone che, con tenacia e coraggio, si adoperano per il dialogo e la pace. In Irlanda come altrove. Poco si sa di quegli uomini e donne che, pur in una situazione di guerra, testimoniano la pace tra i popoli in conflitto: dai Combatants for Peace, Wahat al Salam/Nevè Shalom, Women of the Sun (in Israele e Palestina) ai numerosi obiettori di coscienza e membri dei movimenti nonviolenti nei tanti teatri di guerra;
- L’esigenza della verità, perché non c’è pace senza giustizia e verità.
Questo libro, straordinariamente ricco, coglie così i molteplici strati di una storia complessa: racconta di una Band, strappandola all’oblio; parla dell’Irlanda, la cui storia, in parte desecretata, rivela un’altra verità, smontando certezze consolidate; parla del potere del racconto: dai libri di Storia agli articoli di giornale, chi racconta propone una visione e modella l’opinione pubblica. Pone, così, interrogativi su quel passato ma anche sul nostro presente, continuando, anche a pagine chiuse, a provocare e a riecheggiare nella mente del lettore.










