Per riaccendere i riflettori sulla resistenza in Minnesota, dopo lo spegnimento dei fari sulla vicenda da parte dell’informazione italiana, riprendiamo da “Officina Primo Maggio” l’intervista a Janette Zahia Corcelius (sindacalista  dei Democratic Socialists of America) e Rafael Gonzales (rapper, insegnante) attivisti di “Ice Out”,  il movimento spontaneo mobilitatosi a Minneapolis per contrastare l’offensiva anti-immigrati e contro la vile uccisione a sangue freddo di Renée Good e di Alex J. Pretti. I cortei per le vie della città americana «hanno dimostrato che si può resistere alla politica reazionaria di Trump non, come auspica qualcuno anche in Italia, aspettando la rivincita nelle urne a novembre o affidandosi a qualche magistrato illuminato, bensì ricorrendo ai mezzi storicamente più efficaci a disposizione dei lavoratori e delle classi subalterne: scioperi e manifestazioni»[accì]

Come si è sviluppata la vostra lotta e che esperienze avevate alle spalle?

Janette: Prima di arrivare in Minnesota l’ICE era stata anche altrove – Los Angeles, Chicago ecc. – ma si trattava di grandi città. Minneapolis e Saint Paul, le Twin Cities, invece, hanno rispettivamente 400 e 300mila abitanti, il Minnesota in tutto meno di sei milioni. Qui Trump ha inviato circa 3mila agenti, un’enormità. L’altro aspetto decisivo è che qui nel 2020 c’è stata l’uccisione di George Floyd per mano della polizia e da qui è partita la reazione che ha infiammato tutto il Paese. Alcuni monumenti identificati come simboli di ingiustizia razziale sono stati abbattuti. diversi edifici pubblici dati alle fiamme. La separazione tra destra e sinistra si è accentuata. Nel 2022 la Minneapolis Federation of Teachers ha proclamato uno sciopero, il primo dagli anni ‘70, durato 18 giorni. E in passato il Minnesota ha avuto una tradizione importante di movimenti progressisti, come quello dei nativi, e mobilitazioni sindacali, come lo sciopero dei Teamsters del 1934. Insomma, una storia di resistenza in cui si intrecciano soggetti e motivi variegati.

Rafa: Aggiungo che abbiamo anche una storia di attacchi alle comunità dei migranti. Qui, ad esempio, vive un’ampia comunità di somali, che sono stati anche loro presi di mira e sono emersi anche elementi di islamofobia. Nel 2020, quando fu ucciso George Floyd, molti membri delle nostre comunità si sono attivati e abbiamo maturato delle competenze. Ma la storia inizia prima, perché in passato avevamo già avuto dei neri uccisi dalla polizia. Insomma, siamo stati costretti a organizzarci, vigilare sulle comunità e tenerle al sicuro.

In che modo vi siete organizzati e che tattica avete adottato?

J.: La mobilitazione non è stata spontanea. C’è stata una preparazione, perché sapevamo che saremmo stati nel mirino. Come ricordava Rafa la rivolta per George Floyd è avvenuta durante il primo mandato di Trump, che è un personaggio vendicativo. Inoltre il governatore del Minnesota Tim Walz nel 2024 è stato uno stretto collaboratore di Kamala Harris e candidato alla vicepresidenza e questa per Trump era un’altra ragione di vendetta. Perciò già prima che l’ICE arrivasse decine di migliaia di persone si erano preparate ad agire. Sono state create delle chat di quartiere usando l’app di messaggistica Signal per coordinarsi, discutere e segnalare l’arrivo delle unità dell’ICE. Chat divise per scopo: alcune di sostegno, altre per attivare le squadre di risposta rapida. L’ICE, ad esempio, utilizza auto senza contrassegni, a volte prese a noleggio, una prassi assolutamente illegale. Uno dei compiti degli attivisti è identificarle e segnalarle prima che piombino sui loro obiettivi.

R.: Nei quartieri la gente si è attivata. Come ha detto Janette 30mila persone hanno seguito dei corsi di formazione per imparare a respingere l’ICE. E sono state incredibilmente efficaci. Le chat e i gruppi organizzati quartiere per quartiere agiscono non solo a Minneapolis, ma in tutta l’area delle Twin Cities e anche oltre. Nelle due città ci sono meno di un milione di residenti, ma se consideriamo periferie e aree extraurbane arriviamo a 3 milioni e 700mila persone e i team di intervento rapido coprono tutta l’area. A causa della gentrificazione molte comunità marginalizzate sono state espulse dal centro delle città e spinte nelle periferie. Qui l’ICE è stata particolarmente aggressiva e le squadre sono state molto efficaci. La gente appena arriva l’ICE esce fuori dalle macchine, usa i fischietti per attirare l’attenzione di chi sta nelle case e nei negozi lì attorno e farli accorrere e riprende col telefono. L’ICE ha la meglio quando le vittime sono da sole o in piccoli gruppi. L’azione dei rapid support teams serve a ridurre i rischi. Insomma qui abbiamo creato una rete di comunicazione molto ramificata e capillare, al cui interno sono maturate delle competenze ed è un sistema replicabile in altre città dove l’ICE farà le stesse cose che ha fatto qui.

Che ruolo hanno avuto il sindacato e i Democratici?

J.: Oltre alle comunità, che hanno addestrato squadre di intervento rapido e osservatori legali, anche i sindacati hanno incoraggiato gli iscritti ad attivarsi, in particolare per impedire all’ICE di entrare nei posti di lavoro e nelle scuole. A dir la verità ha anche cercato di fare in modo che gli agenti di polizia ostacolassero o non collaborassero con l’ICE, ma la polizia non ha mosso un dito. Sono razzisti e non faranno mai nulla per proteggerci. Poi c’è la questione casa. Il Minnesota ha approvato una legge antisfratti, ma il governatore Tim Walz non la sta applicando, perciò siamo intervenuti anche su questo tema. Raccogliamo fondi per aiutare chi non riesce a pagare l’affitto e proprio in queste ore abbiamo lanciato uno sciopero degli affitti chiedendo una moratoria sugli sfratti e aiuti a chi non ce la fa. Anch’io smetterò di pagare l’affitto in segno di solidarietà con chi non ci riesce.

R: Questa iniziativa del sindacato è un’ottima cosa, perché ci sono molte famiglie in cui c’era una sola persona che portava a casa i soldi per pagare l’affitto di casa ed è stata arrestata ed espulsa dall’ICE o dalla Guardia di Frontiera, altri hanno perso il lavoro o lavoravano in aziende gestite da immigrati, che sono stati costretti a vendere le proprie attività, per cui hanno subito contraccolpi dall’arrivo dell’ICE. I raid contro gli immigrati hanno avuto un impatto drastico sul reddito di molte famiglie, che oggi non sono più in grado di pagare l’affitto. Ma ritrovarsi per strada significa essere ancora più vulnerabili, perché la casa è anche una protezione dalle violenze degli agenti federali. Su questo, come diceva Janette, la autorità non stanno facendo molto.

Parli del governo del Minnesota?

R.: Sì, ma anche del sindaco.

Mi stai dicendo che il sindaco di Minneapolis ha mandato a quel paese l’ICE davanti alle telecamere, ma non è andato oltre?

R.: Sì, certo. A differenza del consiglio comunale, che si è mosso, il sindaco Jacob Frey ha mandato affanculo l’ICE, ha fatto conferenze stampa e dichiarazioni pubbliche in favor di telecamera, ma poi non ci ha dato un aiuto concreto. Hanno fatto molto più di lui i gestori di tanti coffee shop e negozi che, essendo di fatto dei community hub aperti 12 ore al giorno, sono diventati un punto di riferimento per le squadre di attivisti, organizzano raccolte di cibo e altre cose utili a chi sta ore e ore in strada a vigilare e sono a disposizione per tutto l’orario di apertura al pubblico. In questi mesi l’afflusso di donazioni è stato enorme, anche se ora i numeri, man mano che la copertura mediatica si riduce, diminuiscono.

J: Volevo aggiungere ancora una cosa sullo sciopero generale del 23 gennaio, perché, come saprai, si è aperto un dibattito sul tema se sia stato o meno un vero sciopero generale.

Forse bisogna dire a chi legge che negli USA fare sciopero per ragioni politiche, come è stato il caso del 22 gennaio, è illegale e si rischiano sanzioni severe fino all’arresto. Giusto?

J.: Sì, puoi scioperare solo per ragioni legate al tuo contratto di lavoro e poi ci sono procedure lunghissime, che qui nel Minnesota possono durare anche 60 giorni. Qui però puoi andare via dal posto di lavoro in qualsiasi momento per ragioni di salute. Noi abbiamo incoraggiato i lavoratori a fermarsi – lo slogan era “no work, no school, no shopping” – utilizzando metodi praticabili senza esporre nessuno a conseguenze legali. Alla fine anche in molte aziende dove il sindacato non è presente i dipendenti sono andati dai loro datori di lavoro e hanno detto che quel giorno non sarebbero andati a lavorare. Il 23 nel Minnesota un lavoratore su quattro non ha lavorato, perciò credo che sia stato un vero sciopero generale. Dopo l’assassinio di Alex Pretti, che era un operatore sanitario iscritto all’AFGE, un sindacato del pubblico impiego, i lavoratori hanno chiesto di andare avanti e intere assemblee hanno appoggiato questa proposta, ma i gruppi dirigenti del sindacato hanno deciso diversamente. Un atteggiamento che per un verso è stato criticato, per un altro riflette un quadro di oggettiva debolezza del sindacato. Nel Minnesota il tasso di sindacalizzazione è superiore a quello federale, ma non supera il 15%.

In Italia l’informazione ci ha detto che dopo l’esecuzione di Renée Good e Alex Pretti l’ICE si sta ritirando a poco a poco. È davvero così? E più in generale cosa vi aspettate dal futuro qui e a livello federale e che lezioni avete ricavato da quanto è successo?

R.: Su quanti agenti dell’ICE e della Border Patrol ci siano ancora in città ci sono varie ipotesi. Sappiamo che doveva partire un primo contingente di circa 700 agenti e che altri dovrebbero seguirli, ma non possiamo dire con certezza se tutti quelli che dovevano andarsene abbiano effettivamente abbandonato la città. In realtà ci sono ancora molte operazioni in corso. Le squadre dell’ICE sono ancora molto attive, in particolare nelle periferie, così come vengono segnalate molte attività e transito di mezzi dell’ICE e humvee militari nell’edificio che li ospita, dove probabilmente pianificano nuovi raid e si preparano a eseguirli.

Quel che è certo è che così come mentono quando ci raccontano che a Gaza l’esercito israeliano ha smesso di sparare, possono mentire quando parlano dell’ICE a Minneapolis. Di sicuro ICE, Border Patrol e governo hanno cambiato tattica. Bovino era un personaggio che attirava le telecamere col suo stupido taglio di capelli, il suo look nazi, i lanci di lacrimogeni contro la gente. E faceva fare una pessima figura al governo federale. Il suo sostituto Tom Homan è più esperto e soprattutto non cerca l’attenzione dei media. Dirà ai suoi uomini di essere più rapidi, di completare i raid in 7-8 minuti, in modo professionale e indolore, ma andrà comunque avanti. D’altra parte arrivano segnalazioni di agenti che tentano di infiltrarsi, si presentano in strada coi fischietti al collo e fanno intelligence, raccolgono informazioni. Per questo è fondamentale continuare a fare pressione. Le comunità in questo momento sono più vulnerabili, perché l’attenzione è scesa e se sei solo, come dicevo, il rischio di essere preso aumenta. Poi conosciamo Trump. Può ritirare l’ICE adesso e tra un minuto dire: “Hey, vi mandiamo altri 3mila agenti”.

Più in generale come vedi il futuro?

R.: Ci sono anche altre città su cui l’azione dell’ICE ha e avrà un impatto significativo. Del resto il problema non è iniziato con Trump. Il presidente che ha espulso più immigrati di chiunque è stato Obama, ma i media all’epoca non hanno dato tanto peso alla faccenda. Oggi il grosso dell’attenzione mediatica deriva dal fatto che c’è una crisi politica nazionale senza precedenti. In passato quando dei neri venivano uccisi dalla polizia non c’è stata la stessa attenzione.

Due cose ancora prima di concludere: i raid dell’ICE con l’immigrazione non c’entrano nulla. Qui la posta in gioco è l’esercizio del potere in una società che protegge gli interessi delle aziende, ma non quelli della gente comune. Perciò noi continueremo a lottare, per mandare via l’ICE e non solo, ma è chiaro che se vanno via da qui per andare a fare le stesse cose in altre città il problema non è risolto, cioè il problema va affrontato come una questione nazionale. Secondo: andremo avanti senza cadere nella trappola del governo. Trump vorrebbe che qui succedesse quello che è successo nel 2020, cioè che bruciamo gli edifici federali. Noi restiamo sul terreno della protesta pacifica, perché non vogliamo farci attirare su quel terreno.

J.: Voglio aggiungere un’ultima cosa. Chiedevi se abbiamo tratto qualche lezione da quello che è successo. A mio avviso la lezione principale è che la sinistra deve creare un fronte unito per combattere il fascismo. Noi qui lo abbiamo fatto e pensiamo di poter essere di esempio per altri, anche se temo che altre città non siano altrettanto organizzate, perché viviamo in un Paese in cui si è molto individualisti e isolati. In un fronte unitario, naturalmente, si possono applicare tattiche diverse, che non tutti condividono e nondimeno credo vadano rispettate. La cosa più importante, però, è cominciare a prenderci cura dei nostri vicini e dei nostri colleghi di lavoro. Qui lavoriamo con semplici mamme, molte politicamente liberal, senza alcuna esperienza di attivismo alle spalle. Ma è quello che serve per combattere il fascismo: creare un movimento di massa. E darsi obiettivi realistici. Sennò il rischio è cadere nella stessa trappola di Black Lives Matter, che chiedeva di abolire la polizia, ha fallito e ora abbiamo una società più militarizzata di prima. Io sono socialista. Credo che si debba lottare contro l’ICE, usare l’arma dello sciopero generale, ma credo anche che dobbiamo chiedere la pubblicazione degli Epstein files, non per colpire Trump, ma per mostrare come funziona il capitalismo. Non voglio “tornare alla normalità”, voglio una società nuova.

 

articolo pubblicato anche su PuntoCritico

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