Sulla realizzazione dell’Ospedale di Comunità presso la struttura adiacente al Convento di San Francesco a Folloni, la cui proprietà è contesa tra il Comune di Montella (Avellino) e i frati francescani, l’amministrazione ha scelto la via legale a tutela della propria immagine, ritenendo che alcune critiche abbiano superato il limite.

Sebbene il rispetto debba restare il cardine di ogni confronto, una riflessione è doverosa: se oggi Montella vive una spaccatura così profonda, la responsabilità non può ricadere interamente sui cittadini. Sotto nessuna delle passate amministrazioni si ricorda una simile tensione; chi ha più anni di me potrà fare un paragone ancora più a ritroso, ma la sensazione rimane la stessa. Un paese ormai frammentato, diviso in tifoserie contrapposte anziché coeso intorno a una visione comune. Il successo di un mandato non si esaurisce nei fondi intercettati, ma passa per la capacità di preservare il tessuto sociale. Se la frattura appare insanabile, siamo di fronte a un malessere profondo che non può essere liquidato come una semplice contestazione di parte. Invece di cercare schermi nelle aule giudiziarie, scelta che rischia di esacerbare gli animi anziché ricucirli, sarebbe un apprezzato atto di trasparenza convocare un incontro pubblico. Un momento di confronto dove ogni dubbio sulla localizzazione dell’opera e sul contenzioso in corso trovi finalmente risposta.

Il sindaco si è limitato a rassicurare sulla regolarità formale degli atti, ma il punto è un altro: ogni tassello del progetto è subordinato alla certezza della proprietà. In questi anni sono già state impegnate cifre importanti per progettazioni e consulenze; risorse pubbliche che allo stato attuale poggiano sul nulla. Con un giudizio civile pendente tra il Comune e l’Ordine religioso dei frati francescani per l’accertamento della titolarità dell’immobile, quel presupposto semplicemente non esiste. Entriamo nella logica dell’evidenza, poiché se il possesso dell’area fosse fuori discussione, il cantiere sarebbe operativo. L’immobilismo delle ruspe è la prova visibile che la “sicurezza” dell’Ente è congelata dall’attesa di una sentenza. La conferma di questa fragilità è emersa ieri, 18 febbraio, al tavolo di mediazione convocato in Prefettura: i vertici dell’Asl hanno messo nero su bianco che i lavori non ripartiranno finché il Comune non fornirà copia dell’atto di proprietà o di un titolo giuridico valido relativo al bene. La Regione Campania stessa ha richiesto l’acquisizione di questo materiale conoscitivo, confermando che senza atti che provino la proprietà, il percorso non può procedere.

Ci si chiede come sia possibile che, dopo anni di procedure, Asl e Regione si trovino soltanto ora a dover sollecitare un titolo che avrebbe dovuto essere il presupposto fondamentale di ogni finanziamento. L’amministrazione si è infilata in un cortocircuito logico che, politicamente e legalmente, non offre facili vie d’uscita. Se si decidesse di espropriare, il passo entrerebbe in contrasto con le posizioni assunte finora. L’esproprio, infatti, presuppone il riconoscimento della proprietà altrui, indebolendo la propria linea difensiva in tribunale. Per non smentire se stessa, resta dunque ostaggio della propria tesi, attendendo un verdetto che ha tempi drammaticamente incompatibili con le scadenze del PNRR.

Eppure, esistevano procedure d’urgenza che avrebbero permesso di mettere in sicurezza un’opera da 6 milioni di euro ben prima di arrivare allo scontro frontale, separando il destino del cantiere dall’esito della lite legale. Non averle adottate, anche solo in via cautelativa all’insorgere del contenzioso nel 2024, rende le rassicurazioni ufficiali stridenti con la realtà: se la titolarità fosse davvero granitica, non si sarebbe già attivata ogni tutela possibile per mettere al riparo i tempi e i finanziamenti? La questione non riguarda la legittimità formale dell’agire amministrativo, bensì la sua estrema fragilità, poiché senza il presupposto della proprietà, l’intera impalcatura rischia di ridursi a un “ospedale di carta”.

Il percorso è iniziato nel 2021. L’amministrazione scelse di puntare su un immobile che già allora sollevava forti preoccupazioni, liquidate sbrigativamente come critiche strumentali. Del resto, l’incertezza era tale da aver inizialmente indotto gli enti superiori a optare per altre scelte, escludendo Montella dai primi piani di programmazione a favore di Comuni più pronti. Fu lo stesso sindaco, nel Consiglio Comunale del 25 marzo 2022, a confermare quanto quel clima avesse pesato: «Ci siamo resi conto che la nostra struttura non era stata presa in considerazione […] perché non hanno giovato le polemiche che sono state fatte […]. Questo in qualche modo aveva indotto l’Asl e la Regione a optare per altre scelte. Siamo intervenuti […] e alla fine siamo stati ascoltati».

A maggior ragione oggi, Asl e Regione hanno il dovere morale e amministrativo di chiarire i termini di quel dietrofront. Cosa è cambiato tra l’iniziale esclusione e il successivo inserimento nel Piano Regionale? Il sindaco afferma di aver «dimostrato i titoli rispetto a quella struttura»: quali documenti sono stati prodotti in quella fase, se ora la stessa Asl – per sua stessa ammissione – si vede costretta a fermare i lavori perché mancano l’atto di proprietà o un titolo giuridico valido? È lecito chiedersi quali funzionari e amministratori si siano assunti la responsabilità di avallare un progetto così imponente senza la certezza del titolo; quel “siamo intervenuti” del 2022 ha prodotto un’accelerazione priva di basi solide che oggi, con il cantiere fermo, espone il denaro pubblico a un rischio gravissimo.

Tutto ciò è il risultato di un monito ignorato. L’amministrazione era consapevole della fragilità di quell’area, ma ha preferito «smontare» le voci contrarie anziché valutare alternative più sicure e condivise. Oltre le parole, resta un fatto: Asl e Regione chiedono le carte. Se le chiedono adesso, significa che allora non le avevano. È un dato oggettivo, non un’opinione. Dubbi che nel 2024 sono sfociati in una causa civile sulla titolarità del bene. Indipendentemente dall’esito del contenzioso – che per i frati rappresenta il legittimo e doveroso esercizio di un diritto volto a ristabilire la verità sulla proprietà e non un’opposizione alla finalità sanitaria dell’opera – il punto dirimente è l’insostenibile azzardo di aver pianificato un’opera da milioni di euro su un presupposto rivelatosi irrimediabilmente fragile. Sotto il profilo della buona amministrazione, i rischi andavano neutralizzati all’origine. Se l’Ospedale di Comunità non dovesse vedere la luce, la responsabilità ricadrebbe in capo al sindaco e alla sua amministrazione. Nessun alibi potrà essere cercato nel dissenso dei religiosi o dei cittadini: il fallimento politico risiede nella decisione consapevole di procedere su un terreno incerto.

A poco serve invocare la tutela legale dell’immagine quando l’amministrazione, con comunicati dai toni aspri, alimenta per prima il clima di scontro. Rammarica constatare che il sindaco – garante di un equilibrio superiore nel suo ruolo di Presidente della Provincia – abbia diffuso una nota tanto prolissa quanto elusiva: un’arringa sentimentale che, evitando di affrontare il merito dei problemi emersi, finisce per scivolare nei riferimenti personali, spostando di fatto il focus dalle responsabilità amministrative alla “pancia” del paese.

L’Ospedale di Comunità è un presidio sanitario del territorio, non un trofeo da realizzare a ogni costo nella cornice di San Francesco. Nonostante le incertezze che tuttora accompagnano queste strutture, legate soprattutto alla disponibilità del personale sanitario, esse rappresentano un tassello importante nelle intenzioni del legislatore per la sanità territoriale; perderne il finanziamento costituirebbe un’occasione mancata per l’intera comunità. Questa forzatura, avallata da Asl e Regione, di investire su un immobile segnato dal dissenso e da un contenzioso legale, si è rivelata una scelta temeraria. Tuttavia, la responsabilità non si ferma ai confini di Montella. Trattandosi di un’opera destinata a un bacino di 40.000 persone, risulta incomprensibile il lungo letargo dei sindaci dei paesi limitrofi e delle forze politiche locali verso un presidio di natura sovracomunale. La vicenda è pubblica e controversa da anni. Intervenire oggi, a ruspe spente, ha il sapore amaro di un tentativo di “lavarsi la coscienza” di fronte a un disastro annunciato, piuttosto che di una reale presa in carico del problema. Il silenzio del cantiere suggerisce che l’ipotesi di un diritto di proprietà in capo a terzi sia tutt’altro che remota, con il rischio di veder sfumare gli sforzi e il denaro pubblico finora impegnato.

La chiave di lettura risiede in un azzardo evitabile: si è scelto di scommettere su uno dei soli quattro ospedali di comunità previsti in Irpinia. Comune, Asl e Regione, insieme a chi avrebbe dovuto vigilare per l’intero comprensorio, hanno il dovere di rispondere alla comunità: la salute pubblica non può essere oggetto di scommesse o di prove di forza politica, specialmente quando esistevano alternative che avrebbero garantito la certezza dell’opera e la salvaguardia dei fondi del PNRR.