Mentre le ombre del pomeriggio iniziavano ad allungarsi sui palazzi di Piazza Indipendenza, il cuore della Capitale si accendeva di una determinazione che non conosce rassegnazione. Un vivace corteo, caratterizzato dai colori della bandiera del Kurdistan, ha trasformato il centro della città nella cassa di risonanza di un popolo che, dopo aver visto crollare i vecchi equilibri nel dicembre 2024, si ritrova ora a lottare per non essere cancellato dalle nuove spartizioni di potere. 

In questo febbraio 2026, il clima che si respira tra i manifestanti è di profonda amarezza. La rabbia della piazza, radunatasi puntualmente, aveva un bersaglio preciso: Ahmed al-Sharaa. L’uomo che oggi guida il governo di transizione a Damasco, meglio noto col suo nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani, è visto dai curdi e dai movimenti internazionali come il lupo che ha indossato i panni dell’agnello. 

Se il mondo sembra voler credere alla sua “svolta moderata”, la piazza di Roma oggi ha gridato la verità che molti governi preferiscono ignorare: il Rojava è oggi sotto l’attacco di un leader che vuole metodicamente distruggere ogni traccia di quel Confederalismo Democratico di cui si è nutrito il Nord-Est della Siria in questi anni. Un esperimento sociale unico, che ha resistito anche grazie alla determinazione delle sue comunità, mentre gli attori internazionali – pur cooperando militarmente con le forze curde – hanno evitato ogni sostegno politico all’autonomia del Rojava e oggi lo abbandonano alle dinamiche regionali.

In piazza a Roma, i manifestanti sono stati spietati con il nuovo padrone di Damasco. Al-Sharaa è stato descritto come un “camaleonte sanguinario” che, dopo aver guidato milizie affiliate ad al-Qaeda, è riuscito nel capolavoro di farsi accogliere dalle cancellerie occidentali e persino dalla Casa Bianca di Trump come un “liberatore pragmatico”. Ma per chi vive nel Nord-Est della Siria, la realtà è un’altra. Da quando ha preso il potere, al-Sharaa ha lanciato una silenziosa ma spietata offensiva contro l’autonomia curda, issando simbolicamente quelle bandiere che l’Occidente credeva di aver sconfitto dieci anni fa.

La firma forzata del protocollo d’intesa dello scorso 30 gennaio, che non ha fermato i combattimenti, è stata il punto di rottura. Le Forze Democratiche Siriane (SDF) rappresentate dai curdi sono state spinte in un angolo: o accettare l’integrazione nell’esercito nazionale di al-Sharaa o affrontare un massacro totale sotto i droni turchi. Di fatto Al-Sharaa non sta unificando la Siria, la sta sottomettendo a un nuovo integralismo.

La cronaca di questo febbraio 2026 ci restituisce l’immagine di una terra, il Rojava, stremata da una pressione asfissiante. L’assedio di al-Sharaa è astuto in quanto non passa solo per le armi, ma anche per il taglio sistematico delle risorse. Kobane, la città simbolo della resistenza globale, si trova nuovamente isolata. I flussi d’acqua sono razionati, l’energia elettrica è diventata un lusso intermittente e le milizie jihadiste che ora rispondono a Damasco premono sui confini settentrionali con il tacito assenso di Ankara.

La rabbia del corteo romano punta il dito contro l’ipocrisia dell’Europa. I manifestanti ricordano che l’Italia e i partner UE, ora che il nemico jihadista sembra formalmente sconfitto, hanno fretta di normalizzare i rapporti con il nuovo governo di Damasco per garantire la stabilità dei confini e dei flussi migratori. In questo baratto spietato, i diritti civili, la partecipazione democratica, l’ecologia sociale e l’autonomia delle minoranze vengono cancellati dall’agenda diplomatica. Ma la piazza non dimentica che il sangue versato contro l’ISIS non è merce di scambio.

I manifestanti hanno ricordato che il Rojava rimane, anche nel 2026, l’unico laboratorio vivente di  democrazia partecipata in una regione devastata. La capacità delle comunità locali di rigenerare terre aride e di costruire sistemi di mutuo soccorso, di garantire parità di genere e pacifica convivenza tra comunità e religioni diverse è un patrimonio che non appartiene solo ai curdi, ma a tutta l’umanità. È questa idea di mondo – orizzontale, plurale e rispettosa dell’ambiente – che spaventa il potere centralista e integralista di Damasco.

Nonostante le nubi scure che si addensano sul futuro politico, il finale della giornata romana ha lasciato spazio a una visione di speranza. Il Rojava ha dimostrato che una volta che un popolo sperimenta la libertà e l’autogoverno, è impossibile tornare completamente indietro. Le strutture sociali create in questi anni – le accademie popolari, le cooperative, le reti di solidarietà – hanno sviluppato una capacità di resilienza culturale che nessuna integrazione militare potrà mai sequestrare del tutto.

La speranza oggi non risiede nei trattati firmati nei palazzi di Damasco o nelle promesse della diplomazia, ma nella consapevolezza che il seme del Confederalismo Democratico è ormai disperso nel vento.  Al-Sharaa può occupare le città, può abbattere le statue, ma non può sradicare un’idea di libertà che è diventata carne e sangue della gente.

Il Rojava del 2026 non è la fine di un sogno, ma l’inizio di una nuova, matura fase di resistenza civile. La speranza è nel fatto che la società civile del Nord-Est continua a organizzarsi, a educare e a costruire ponti che superano le divisioni etniche. Finché ci saranno piazze come quella di Roma pronte a ricordare al mondo che questa alternativa esiste e resiste, quel laboratorio di democrazia continuerà a essere un faro. La rivoluzione in Rojava è diventata un modo di esistere, una speranza che, proprio come i fiori del deserto, sa come spuntare anche tra le macerie più aride.