Disinformazione è verità.
Controllo è sicurezza.
Aggressione è autodifesa.
Non è uno slogan. È la grammatica del nostro tempo.
Dal Covid a Gaza, il potere ha imparato a governare non solo i corpi, ma il senso delle parole. Non più censura esplicita, non più silenzi forzati: qualcosa di più sofisticato. Le parole vengono svuotate, rovesciate, riprogrammate. Non descrivono più la realtà: la rendono accettabile.
Orwell aveva immaginato la neolingua come una riduzione del vocabolario. Oggi siamo oltre. La tecnica è l’inversione semantica: chiamare “difensivo” ciò che è offensivo, “preventivo” ciò che è guerra, “sicurezza” ciò che è controllo. Così l’anomalia diventa norma, l’inaccettabile diventa necessario.
Questo meccanismo si è perfezionato negli ultimi anni, preparando le società occidentali ad accettare l’idea che la guerra non solo sia inevitabile, ma persino morale. E Gaza è il punto di ebollizione: il luogo in cui la distorsione linguistica ha superato la realtà, trasformando la distruzione sistematica di un popolo in “legittima difesa”, la morte dei bambini in “danno collaterale”, la fame in propaganda.
Quando il linguaggio smette di nominare la realtà e inizia a cancellarla, tutto diventa possibile: l’impunità, la repressione del dissenso, la criminalizzazione del pensiero critico. Non è più solo una questione di parole. È una tecnologia del consenso che prepara alla catastrofe.
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