In seguito a pressioni politiche, al Professor Angelo D’Orsi viene revocato l’intervento al Polo  del ‘900 sulla  crescente russofobia in Europa  previsto  in data 12 novembre scorso. Poi  ospitato dal Circolo ARCI  La Poderosa , vede un’ampia  partecipazione. Successivamente, il  Teatro Grande Valdocco ritira la sua disponibilità per la conferenza “ Democrazia in tempo di  guerra ” con Angelo D’Orsi e Alessandro Barbero prevista  in data 9 dicembre.

Mercoledì 28 gennaio 2026 la conferenza è stata accolta dal Palazzetto dello sport Gianni Asti (ex PalaRuffini), organizzata da:  La Poderosa  APS Circolo ARCI; la sezione ANPI di  Torino Guidetti Serra – Pesce; la rivista di storia critica  Historia Magistra ( D’Orsi,  Chiarotto).

In attesa dell’inizio dell’evento sono state trasmesse dichiarazioni videoregistrate di:  F. Albanese, E. Basile, A. Bradanini, L. Canfora, A. Di Battista, D. Di Cesare, E. Grosso, M.  Furlan, E. Iacchetti, R. Lamacchia, P. Odifreddi, M. Ovadia, M. Revelli, C. Rovelli, M. Senesi,  M. Travaglio, M. Zucchetti.

L’impianto audio del Palazzetto risuona “O Gorizia  tu sei Maledetta”, canzone  popolare antimilitarista del 1916, all’epoca censurata. Stefano Alberione, presidente del  Circolo, dà il benvenuto, ringraziando tutti coloro che hanno lavorato all’evento. Una nota  speciale va ai censori [1]   :

«(…)  senza l’indignazione prodotta dai loro comportamenti,  non saremmo  stati così tante e tanti questa sera. Qui, in 3500 nel Palazzetto, altri 6000 che  avrebbero voluto esserci ma che non hanno trovato posto; tutti coloro che ci  ascoltano o ci ascolteranno online. »

« Torino è partigiana contro governo, guerra, e attacco  agli spazi sociali: dal  Leoncavallo di Milano all’Askatasuna di Torino »

Si sono susseguiti gli interventi:

 In presenza:  A. D’Orsi, A. Barbero

 Da remoto : M. Travaglio, F. Albanese, M. Ovadia

 Preregistrati:  L. Canfora, C. Rovelli

« L’altra volta dissi: non perdiamoci di vista. Ha  funzionato mi pare ».

Esordisce il Professor D’Orsi, introducendo uno dei grandi temi della serata: la censura è  come un boomerang, il tentativo di sottomettere e zittire farà tornare indietro ribellione ad  alta voce e al doppio della velocità.

Il primo intervento, affidato al Professor Canfora (filologo classico), ci racconta che  un clima russofobico coincida, oltreché con la censura, con uno  stato di guerra  strisciante :

«(…)  Non riconoscere che siamo in guerra ma farla  ugualmente, significa  imporre ai cittadini sacrifici economici, restrizioni, censura sull’opinione e  sulla scrittura, sull’editoria, sulla cultura e sull’università: però “bisogna  dire che non siamo in guerra”. »

Il Professor Barbero ci ricorda che l’induzione di uno Stato di emergenza legittima il governo  a prendere misure straordinarie. Dal ‘45 abbiamo osservato più dichiarazioni di “operazioni  speciali” e “peacekeeping” che dichiarazioni di guerra.

Interviene in diretta Marco Travaglio (giornalista). Ripercorre le principali tappe  della oscillante narrazione sull’esercito russo negli ultimi anni: da definirlo “ Armata Rotta ” a proprio di forze invincibili, tale da dover abbozzare una spesa di riarmo di 800           miliardi di euro. Travaglio menziona quello che, a nostro parere, è uno dei  passaggi fondamentali della serata:

«(…)  Ho sempre detto che  i popoli non devono essere  confusi con i  loro governi , e che se rinunciamo anche alla cultura,  all’arte e allo sport  come strumento di dialogo, siamo spacciati». 

La questione che emerge è anche quella di una cultura russa non allineata a quella  occidentale, che rientra perfettamente nel concetto di “ Altro ” di Edward Said. Noi europei  tendiamo a riconoscere la steppa russa con un  hic  sunt leones ( A. D’Orsi): parlano una lingua  strana scritta con un alfabeto strano, fa freddissimo, mangiano cose strane. È molto facile da  far odiare.

Francesca Albanese (relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati) ci parla  piuttosto di  guerra in tempo di democrazia .

« Io credo, e lo dico spesso, la Palestina oggi è un  termometro non solo del  rispetto del diritto internazionale (…), ma anche dello stato di salute delle  cosiddette democrazie liberali (…)»

In Palestina il termine “guerra” è un velo: l’azione militare attualmente in corso è una  calcolata eliminazione di massa, finalizzata al controllo dei territori. E se la verità  storica può essere sacrificata in nome della convenienza politica, se le nostre  manifestazioni qui, a Torino, a sostegno del popolo palestinese, vengono scoraggiate  o represse, non si tratta di una crisi umanitaria “altra” o lontana:  «Non è un buon momento per la democrazia liberale italiana, e la  responsabilità non è astratta: è istituzionale, è politica, è nostra, ed è questo  il momento di farla valere (…)»

D’Orsi ci spiega l’importanza di riconoscere le complessità. La difesa del popolo russo  (proprio dal suo regime autocratico!) non coincide con il sostegno a Putin, e la solidarietà  con il popolo palestinese non può essere confusa con l’antisemitismo. Quando queste  distinzioni vengono cancellate, la semplificazione diventa la regola del discorso pubblico: da  qui nasce la censura a favore di una narrazione conveniente alla classe dirigente.  Riduzionismo e populismo sono fratelli.

Barbero riflette sulla Risoluzione del Parlamento Europeo 2019 sull’im portanza della  memoria europea per il futuro dell’Europa  (vide un  sostegno del 67% degli eurodeputati),  equipara nazismo e comunismo. Barbero ne smonta l’impianto storico: il fenomeno storico  del nazismo è circoscritto a 12 anni (aggiungo: e vede purtroppo tutt’ora imitazioni), mentre  il movimento del comunismo nacque nel 1848 e il suo  Spirito s’aggira  – da allora –  per  l’Europa  e altrove e attraversa tempi e spazi per  dare risposta a bisogni reali. Ove si è  insediato si è spesso rivelato spaventoso, incongruente e traditore nei confronti delle  speranze natali.

Questo parallelo si rivela così più mistificazione che storiografia. D’Orsi ricorda le  parole di Norberto Bobbio: la storia è  episteme  (scienza,  sapere fondato) non  doxa  (opinione). Ed è qua che emerge la censura nella sua forma di falsificazione del reale.

Nel suo intervento videoregistrato Carlo Rovelli (fisico) individua due formae mentis  antitetiche: il gorilla (il riarmo) e la cooperazione. L’Europa sta diventando un gorilla  con molta miopia? Rovelli ci offre una nota « moderatamente  ottimista »:

«(…)  questo secondo modo di pensare ( la cooperazione)  è molto più diffuso di  quanto nei nostri Paesi si ritenga, e soprattutto fuori dai nostri Paesi. »  Conclude aggiungendo che in ogni caso sia necessario proseguire la cooperazione  tenendo conto della pluralità dei discorsi culturali, senza vessazioni da parte di una  presuntuosa democrazia.

Barbero, in una digressione sull’importanza della figura dello storico, ci ricorda sempre di  domandarci, di fronte all’elargitore di nozioni: “ E  tu come lo sai!?”  [2]

Infine interviene Moni Ovadia (cantautore e scrittore). Vi riporto le sue parole:

Commentando le leggi in cantiere per  apparentare  l’antisemitismo  all’antisionismo:   «(…)  sarà Gasparri, ex fascista, a dire a me ebreo,  che sono antisemita? »  E a concludere:

« La Storia può svolgere un ruolo decisivo: per demolire  le vocazioni  essenzialiste che pretendono di trovare ragioni originarie in nome di Dio,  per cose che non sono mai esistite e per giustificare i regimi reazionari o  fascisti e opprimere, nella fattispecie, il popolo palestinese. »

D’Orsi dice che saremo sempre grati al censore perché ci dirà: “Prendete, e moltiplicatevi!”.  Riflette sulla censura come negazione degli spazi fisici (vd. eventi Askatasuna) e digitali (vd.  censura del video di A. Barbero sulle ragioni del  NO  al referendum sulla giustizia), e infine,  sulla censura come dispositivo di ammaestramento all’obbedienza. Il popolo buono che oggi  crede, domani sarà pronto a obbedire e combattere.

Si conclude con una serie di spunti di riflessioni stimolanti, che lasciamo al lettore:  L’espressione  Sapere Aude!  di Kant; la coniazione  del termine  welfare , alla fine del secondo  conflitto mondiale, sul gioco di parole in opposizione al termine  warfare ; l’art.11 della  Costituzione italiana e, al suo interno, la scelta del verbo  ripudiare  mirata a evocare  esclusivamente il rifiuto della guerra.

Per rivendicare il diritto al pensiero critico, il Professor D’Orsi conclude con Shakespeare:

« Sono tempi terribili  quelli in cui i pazzi guidano i ciechi. »

Chiara Alabiso

 

[1] al Senatore Calenda, alla vicepresidente del Parlamento  Europeo Picierno e ai Salesiani del Valdocco

[2] Una delle prime definizioni che ho imparato al liceo  è quella di  skeptikos , lo scettico. Non è colui che,  schizzinoso, diffida, ma colui che osserva, riflette, dubita. Mi sono resa conto che, con quella  spiegazione, il mio professore di greco ci aveva già definito i primi rudimenti di pensiero critico.