Frana di Niscemi: un evento prevedibile in un territorio fragile, aggravato dal cambiamento climatico e da una governance ambientale inadeguata.
L’evento franoso verificatosi a Niscemi non può essere interpretato come un fenomeno isolato né come una mera calamità naturale. Si tratta della manifestazione sistemica di una fragilità territoriale strutturale, tipica di ampie porzioni della Sicilia, caratterizzate da substrati argillosi a bassa coesione, elevata plasticità e marcata suscettibilità ai movimenti gravitativi in condizioni di saturazione idrica.
Le cartografie ISPRA sul dissesto idrogeologico e i dati del geoportale regionale classificavano già l’area come a elevata pericolosità geomorfologica. L’innesco immediato è stato rappresentato dalle precipitazioni estreme associate al ciclone Harris, che hanno superato le soglie critiche di stabilità dei versanti. Tuttavia, questo episodio si inserisce pienamente nel quadro del cambiamento climatico in atto nel bacino mediterraneo: i modelli climatici regionali (RCM) indicano un aumento statisticamente significativo della frequenza e dell’intensità degli eventi piovosi concentrati, alternati a periodi prolungati di siccità che riducono la coesione dei suoli e ne amplificano la vulnerabilità.
In termini scientifici, dunque, l’evento era prevedibile.
Ancora più grave è il fatto che Niscemi era già stata colpita da una frana nel 1997, con danni rilevanti. Da allora si sono succeduti studi preliminari, dichiarazioni di intenti e promesse di intervento, senza che si arrivasse a un programma strutturale di mitigazione del rischio. Questo rappresenta un classico caso di fallimento della prevenzione: l’assenza di decisioni operative si è tradotta in un accumulo di rischio.
Nel frattempo, la Sicilia affronta simultaneamente:
- incendi boschivi ricorrenti e perdita di biodiversità
- crisi idrica cronica, con perdite di rete superiori al 50% in molte aree
- inquinamento industriale e degrado della qualità dell’aria
- gestione inadeguata del ciclo dei rifiuti
- erosione costiera attiva su circa il 77% del litorale regionale
- urbanizzazione disordinata e consumo di suolo
- crisi dell’agricoltura legata a stress idrico e impoverimento dei suoli
Secondo la classificazione UNCCD (Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione, ndR), oltre il 70% del territorio siciliano presenta indicatori compatibili con processi di desertificazione. Le proiezioni climatiche suggeriscono che entro il 2030 circa un terzo dell’isola potrebbe assumere caratteristiche assimilabili a ecosistemi aridi, con degradazione del suolo, perdita di sostanza organica, salinizzazione e stress idrico cronico.
A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento strutturale: negli ultimi anni consistenti risorse destinate alla messa in sicurezza del territorio non sono state spese o sono rimaste bloccate nei meccanismi burocratici regionali, mentre contemporaneamente 2,1 miliardi di euro del Fondo Sviluppo e Coesione sono stati dirottati verso il Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi) e impianti di incenerimento (circa 800 milioni).
Questa scelta appare scientificamente incoerente in un contesto ad alta vulnerabilità climatica e geomorfologica.
Dal punto di vista dell’analisi costi–benefici ambientali, l’allocazione delle risorse pubbliche risulta in contrasto con le raccomandazioni della letteratura internazionale sulla gestione adattativa dei territori mediterranei, che privilegia:
- mitigazione del rischio idrogeologico (consolidamento dei versanti, drenaggi profondi, opere di regimazione idraulica)
- infrastrutture verdi e Nature-Based Solutions (riforestazione, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, ripristino della copertura vegetale)
- modelli di economia circolare in alternativa all’incenerimento
- pianificazione territoriale integrata con vincoli geomorfologici e scenari climatici futuri.
Un ulteriore fattore critico è rappresentato dalla sistematica sottovalutazione degli impatti cumulativi nelle procedure autorizzative. Valutazioni Ambientali (VIA e VAS) vengono spesso condotte in modo frammentario, senza una reale integrazione dei dati su dissesto idrogeologico, consumo di suolo e cambiamento climatico. Autorizzazioni edilizie e infrastrutturali continuano a essere rilasciate in aree fragili senza un’analisi profonda delle conseguenze a medio e lungo termine, alimentando un modello di sviluppo che incrementa l’esposizione al rischio.
L’approccio dominante, fondato su grandi opere e difese rigide, produce un feedback maladattativo: aumenta la spesa pubblica senza rimuovere le cause strutturali del degrado territoriale.
Nel frattempo, mentre la Sicilia affoga nel fango, il dibattito politico resta concentrato su un Ponte che non risolve le criticità infrastrutturali interne dell’Isola e su impianti di incenerimento che cristallizzano un modello arretrato di gestione dei rifiuti.
La frana di Niscemi non è solo un disastro ambientale: è l’esito diretto di scelte politiche miopi, di fondi non spesi per la prevenzione, di autorizzazioni concesse senza un approccio sistemico e di un grave ritardo nell’adattamento climatico.
Serve un cambio di paradigma immediato.
Il governo regionale e il Parlamento siciliano devono pretendere, insieme al governo nazionale, la riallocazione dei 5,3 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione verso la messa in sicurezza del territorio, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la prevenzione del dissesto idrogeologico e l’adattamento al cambiamento climatico.
Continuare a finanziare grandi opere simboliche mentre i comuni franano significa accettare consapevolmente nuovi disastri annunciati.
La vera infrastruttura strategica della Sicilia oggi non è un ponte sullo Stretto: è la cura del territorio.
Ed è una responsabilità politica precisa, che ha nomi, ruoli e decisioni ben riconoscibili.
Aurelio Angelini è Professore ordinario di Sociologia dell’Ambiente e del Territorio presso L’Università Kore di Enna. e Preside della Facoltà di Scienze dell’Uomo e della Società










