Premesse
Secondo quanto disposto dall’art. 138 Cost., le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione (nella prima è sufficiente la maggioranza semplice, come per tutte le leggi).
Qualora nella seconda votazione non si raggiunga la maggioranza qualificata dei 2/3, alcune minoranze – 1/5 dei membri di ciascuna Camera, 5 Consigli regionali, 500.000 elettori – possono richiedere che sia il popolo, tramite “referendum straordinario” senza quorum, a decidere se la legge entrerà effettivamente in vigore. Dato che nel processo di approvazione parlamentare non ha raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi in ciascuna Camera, ai sensi dell’art. 138 della Costituzione italiana, sono state raccolte le firme necessarie alla richiesta di indizione del referendum costituzionale.
Dopo una petizione ufficiale che ha superato il quorum delle 500.000 firme, il Governo ha stabilito che il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura ordinaria si terrà domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo 2026. Si tratta del quinto referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana che ha come oggetto il disegno di legge costituzionale di iniziativa governativa, noto nel dibattito pubblico come “Riforma Nordio”, approvato in via definitiva dal Senato della Repubblica il 30 ottobre 2025. Il testo della riforma, presentato il 13 giugno 2024, avente come oggetto la revisione del Titolo II e del Titolo IV della Parte II della Costituzione della Repubblica Italiana, mira a introdurre due elementi chiave: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). I punti salienti sono:
Una riforma costituzionale della giustizia a colpi di “maggioranza”
Dal punto di vista formale il percorso di approvazione della legge costituzionale di riforma della magistratura è stato sostanzialmente corretto, anche se va segnalata come un’anomalia il fatto che la proposta sia venuta dal governo, anziché dal Parlamento, e che nemmeno una virgola di tale proposta sia stata cambiata nel corso del dibattito parlamentare, che dunque è risultato sostanzialmente inutile. L’anomalia consiste in ciò: poiché la Costituzione contiene le regole che disciplinano le basi del vivere comune, la sua modifica dovrebbe essere discussa 7dall’organo che rappresenta l’insieme del popolo italiano, il Parlamento, e non decisa dal governo che è espressione solo di una parte.
Purtroppo, è stata ignorata la saggezza con cui statisti come Calamandrei o De Gasperi, solo per fare due nomi, invitavano con le parole e con i fatti a far sì che il governo non interferisse nelle vicende costituzionali.
Oltretutto, oggi la parte governativa, che pure gode dell’appoggio della maggioranza assoluta dei parlamentari in entrambe le Camere, non è tale in forza della maggioranza dei voti espressi dagli elettori. Per essere più precisi, a causa della legge elettorale, l’attuale maggioranza ha il 59% dei seggi alla Camera e il 56% dei seggi al Senato. Ma alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 aveva ottenuto, nel suo complesso, il 44% dei voti, corrispondenti grosso modo a 12 milioni di votanti, a fronte di 14 milioni di voti per l’opposizione e circa 17 milioni di astenuti.
In parole povere, un governo che rappresenta meno del 23% degli elettori, ha cambiato la Costituzione a colpi di maggioranza e lo ha fatto tramite di un disegno di legge presentato non dal Parlamento, ma dalla presidente del Consiglio. Se dal punto formale il procedimento è legittimo, dal punto di vista sostanziale una minoranza ha imposto uno stravolgimento costituzionale.
Una riforma ispirata alla “separazione delle carriere” del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, “venerabile” della P2
Nel 1994, l’attuale Ministro Carlo Nordio firmava un appello per difendere l’indipendenza della magistratura, diceva no alla separazione delle carriere, sì all’unicità della giurisdizione come garanzia di giustizia eguale per tutti.

Oggi, da ministro della Giustizia, firma la riforma che introduce proprio quella separazione. Il suo è un cambio di idea, ma anche un cambio di fronte. La sua “riforma” non è né tecnica né tantomeno neutrale, ma l’attuazione strategico-politica di un progetto eversivo, partorito oltre 40 anni fa nelle stanze opache della Loggia P2. Nel Piano della P2 c’erano tutti gli ingredienti: indebolire il Parlamento, addomesticare la stampa, normalizzare i sindacati, sottomettere la magistratura al controllo governativo.
Una contraddizione in termine anche solo pensare che un piano politico scritto da massoni aspiranti golpisti nel 1977 possa essere il moto regolativo di una riforma costituzionale della magistratura di un governo di un Paese, come l’Italia, che si presuppone essere una democrazia.
In realtà sembra proprio così. Il Piano di Rinascita Democratica – rinvenuto il 4 luglio 1981 in un doppiofondo della valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio Gelli, scritto nel lontano 1977 – è il documento di carattere politico in cui Gelli e la P2 esplicitano gli interventi che vorrebbero fare su ogni parte della Costituzione dopo un eventuale colpo di Stato militare contro la Repubblica italiana. Sebbene si autodefinisca “democratico”, nulla ha di democratico e, tra gli obiettivi a medio e lungo termine, vengono citati i suggerimenti sull’ordinamento giudiziario, tra cui compare la separazione delle carriere. A pagina 3 si legge:
Separare per comandare: come se Gelli fosse ancora vivo oggi, a dettare l’agenda. La separazione delle carriere e dei Csm ritorna nel programma elettorale di Forza Italia del 2001 (partito fondato dal piduista Silvio Berlusconi), del 2006 e del 2008 (Pdl), nella controriforma della giustizia Alfano del 2009, nel governo guidato da Giorgia Meloni.
La riforma del Ministro Nordio sembra proprio realizzare il sogno del massone golpista Licio Gelli.
Chi giura di servire la giustizia non può servire un altro padrone: il progetto piduista della restaurazione dell’autorità va a scapito delle libertà. Quella libertà che la Costituzione ha costruito con le cicatrici del fascismo, ora viene erosa articolo dopo articolo. In nome della sicurezza, della rapidità, della guerra alle “toghe rosse”. Un copione vecchio, scritto nei sotterranei dell’eversione, e oggi messo in scena da un governo post-fascista.
La separazione delle carriere è l’atto finale di una strategia golpista. La classe politica di oggi non sopporta più i magistrati che indagano sul potere. E allora li divide, li isola, li rende dipendenti con la scusa del contrasto alla politicizzazione della magistratura.
Oggi, con la scusa dell’efficienza, della meritocrazia, della “fine delle correnti”, si tagliano i nervi alla magistratura. La magistratura – come voluto prima da Gelli, poi dai tentativi della destra berlusconiana e in seguito da Nordio – deve diventare impotente, addomesticata, prona (ovviamente con i potenti). Un giudice senza un Pm libero è un giudice zoppo; mentre Pm sotto gerarchia politica è un Pm asservito. Questa è la verità. E il cittadino, che già non è uguale davanti alla legge, è più esposto davanti al potere.
Nordio è la persona perfetta per presentare questa riforma: non è un ministro qualsiasi il volto rassicurante di una controriforma autoritaria. Chi meglio di un ex magistrato – che critica ferocemente i colleghi – può scardinare la magistratura? Chi meglio di un uomo che ha indossato la toga per decenni per toglierla, sputarci sopra e consegnarla al potere politico?
Il suo mantra – “rendere la magistratura indipendente da se stessa” – è la formula perfetta per consegnarla all’esecutivo: una colonizzazione istituzionale e un’interferenza sistematica dell’esecutivo nel potere giudiziario.
Obiettivo della riforma non è la separazione delle carriere, ma indebolire la magistratura
La riforma è stata divulgata come separazione delle carriere in sè, ma questo è non il suo obiettivo principale. In Italia, come ricordava il professor Barbero – in un video vergognosamente censurato da META – la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (PM) è già esistente.
Sebbene il concorso in magistratura è unico, è pur vero che una volta vinto il concorso, dopo un periodo di formazione comune, i giovani magistrati devono scegliere se svolgere la funzione di giudice o di PM; potranno poi chiedere al CSM di cambiare ruolo, ma per una sola volta, nei primi 9 anni di lavoro, e alla stringente condizione di cambiare distretto di Corte d’Appello (cioè, regione), in modo da non ritrovarsi coinvolti nei medesimi giudizi con il loro precedenti colleghi. Ciò fa sì che i passaggi da un ruolo all’altro siano appena una quarantina all’anno, su un totale di circa 9.000 magistrati. Ed è davvero ingenuo pensare che si possa cambiare la Costituzione per impedire a 40 persone all’anno di passare da una funzione all’altra, tanto più che, come segnalato dalla Corte Costituzionale, a eliminare tale possibilità sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria.
La proposta di riforma costituzionale della giustizia di Nordio implica la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ovvero che non siano più colleghi tra loro: che i concorsi d’accesso alla professione siano separati e che nessun collegamento possa esservi tra un ruolo e l’altro. Stiamo parlando di un’assurdità in termine logici: una persona studia 6 anni giurisprudenza e, pur avendo la possibilità di provare l’esperienza sia come PM sia come giudici – in quanto i percorsi di studi rimangono uguali – non potrebbero più farlo. Se fosse una riforma seria con fondamenta solide, Nordio dovrebbe avere la decenza almeno di spiegare il senso e infine spingere per una riforma delle facoltà di giurisprudenza, pensando percorsi di studi diversi per giudici e PM. Ma questo non solo è illogico e ulteriormente assurdo, ma francamente stupido essendo che la giurisprudenza è una materia unica: chiunque viene formato in tale settore, scegli per forza ed inevitabilmente il suo percorso, pur sapendo come funziona l’intera macchina giudiziaria.
L’obiettivo principale della riforma costituzionale di Nordio è bene altro. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha denuncia il rischio di “indebolimento dell’indipendenza della magistratura”, sostenendo che la riforma possa isolare i pubblici ministeri e aumentare l’influenza della politica sull’organo di autogoverno.
Il ridimensionamento dell’indipendenza del potere giudiziario attuata mediante l’indebolimento della magistratura, divisa in due corpi separati e gestita da due Consigli superiori ridotti a organi meramente burocratici, è un cambiamento di assetto giudiziario. La modifica della disciplina costituzionale della magistratura non accelera il buon funzionamento dell’amministrazione della giustizia, non rende la giurisdizione più efficiente, né più resistente nella tutela dei diritti fondamentali dei cittadini a fronte dei possibili abusi di poteri pubblici o privati. In conclusione, siamo in presenza di un mutamento istituzionale profondo, una vera “riforma epocale” che concorre con altre riforme a demolire i tratti salienti dell’ordinamento repubblicano cancellando i lasciti della resistenza. Il sogno di Licio Gelli si potrebbe avverare da un momento all’altro.
In un periodo in cui già fatichiamo a guardare al nostro Paese come democrazia – ma piuttosto come una post-democrazia che pur mantenendo gli aspetti formali viene spogliata dei suoi aspetti sostanziali – è fondamentale fare argine contro le continue derive autoritarie in nome dei valori della nostra Costituzione antifascista e contro ogni sopruso.
Per informazioni per il NO alla Riforma costituzionale della giustizia:
Separazione carriere e nuovo Csm. Cosa prevede la riforma costituzionale – Opuscolo ANM










