Tra le sevizie abituali dei soldati israeliani nella Striscia ci sono stati anche i proiettili mirati sui bambini fra i cinque e i dieci anni, con lo scopo di renderli futuri adulti con disabilità. Guido Veronese, psicologo clinico entrato nella Striscia il 20 gennaio, continua il suo racconto. Che è fatto di umanità, come ad esempio l’incontro casuale con un suo ex studente, infermiere a Khan Younis. “Oggi non sa che cosa sarà del futuro”_

 

Siamo soltanto al terzo giorno ma mettere a posto le idee, riuscire a trasmetterle in maniera coerente e lineare non è così facile. È un continuo susseguirsi di momenti emotivamente forti e di situazioni in evoluzione che rendono la linearità del racconto non proprio semplice.

Viviamo il paradosso tra la vita e la morte, un paradosso che tutto sommato vive ciascuno di noi nei propri contesti, ma qui lo sperimentiamo come un paradosso circolare, dove la vita e la morte sono sicuramente parte della stessa condizione di esistenza.

La condizione imprescindibile a Gaza è il movimento continuo tra momenti di vita e momenti di morte, situazioni talmente ravvicinate e inscindibili che il nostro sistema emotivo non sempre riesce a mettere in fila quello che stiamo provando e quello che stiamo sentendo in maniera lineare.

La giornata del 23 gennaio è stata ancora una volta ricca di eventi ma per fortuna meno minacciosa. Ci sono state meno attività militari, non si sono sentite esplosioni, non si sono sentiti colpi di artiglieria, soltanto i droni hanno continuato a sorvolare i nostri cieli incessantemente.

La mattina è iniziata con un confronto e alcuni momenti di scambio con i medici e gli infermieri che lavorano nell’unità intensiva accanto alla nostra guest house. Ho parlato con un giovane infermiere che mi ha raccontato di quanto durante l’invasione israeliana fosse impossibile operare in maniera dignitosa e sensata. Mi ha confidato, soprattutto, le conseguenze della fame. Gli esiti della violenza nel periodo in cui le persone erano costrette ad ammassarsi per andare a recuperare un poco di cibo e venivano sistematicamente colpite e uccise. Mi ha riportato diversi accadimenti.

Quello che più mi ha colpito riguarda un giorno in particolare, quando Hamas decise di non mandare più i suoi agenti di sicurezza a ritirare i pacchi alimentari da distribuire alla popolazione, perché venivano metodicamente identificati e uccisi. In quella stagione di abbandono umano i superstiti dovevano organizzare il recupero del cibo, completamente sguarniti e inermi. Regolarmente assassinati da droni o cecchini. In uno di quei giorni lo scoppio di una bomba ha ucciso più di 300 persone e portato a un numero incalcolabile di feriti che accorsero all’ospedale saturando ogni ambiente e ogni spazio libero. Il pavimento dell’ospedale quel giorno, come altri, era un lago di sangue. Le mutilazioni erano considerate fra gli interventi di minore urgenza e i sopravvissuti venivano assistiti con presidi del tutto improvvisati, lacci fortuiti per bloccare sul momento emorragie che venivano curate anche a distanza di ore o di giorni, provando a procedere con una selezione ordinata fra i casi ritenuti più gravi.

Fra le sevizie abituali dei soldati israeliani c’erano anche i proiettili mirati sui bambini fra i cinque e i dieci anni. Colpi diretti sotto le ascelle o le cosce con il vero e unico scopo di renderli disabili. La prassi di rendere i bambini futuri adulti con disabilità è stata ampiamente dibattuta oggi, nei racconti e nelle testimonianze. L’aspetto più doloroso, oltre alla crudeltà intrinseca, sta soprattutto nelle condizioni attuali del lavoro ortopedico dell’ospedale di Al Nasser, come in quello di qualsiasi altro ospedale nella Striscia, che rende impossibile un’assistenza che possa portare a un recupero definitivo. Proprio oggi (il 23 gennaio, ndr) ho assistito all’intervento su di un uomo che è stato ferito e colpito sia sotto le ascelle sia sotto la coscia.

L’intervento è andato bene, sono stati inseriti dei tutori che probabilmente dovranno rimanere lì per tutta la vita. Abbiamo visto altri casi di pazienti in cui i tutori hanno guarito i tessuti unendo la parte metallica con il resto del corpo. L’ortopedico che ha visto queste cure si è stupito del fatto che non ci fossero infezioni.

Nel pomeriggio abbiamo fatto un giro al mercato, proiettandoci dalla dimensione della sofferenza e della morte procurata con dolo in una dimensione di vita. Di sopravvivenza e resistenza. Abbiamo trovato dei negozi piuttosto forniti, anche se di cose assolutamente basilari, per lo più importate da Israele. È stato raccapricciante rendersi conto, ancora una volta, che Israele si appropri, con questo piccolo commercio di beni essenziali, della ricchezza residuale dei palestinesi. Un Paese che approfitta della miseria procurata e della disperazione di questa popolazione. Le persone al mercato ci hanno sempre offerto il benvenuto, con un calore assolutamente commovente.

All’uscita del mercato mentre passeggiavo con un’infermiera irlandese parte del team è accaduta quella che potrei definire la sorpresa della giornata. L’incanto nella devastazione. Un ragazzo ci ha fermati e ci ha riferito che nel 2018 era stato un mio studente al Gaza Commitment Health Program. Hassan, un giovane uomo che mi ha accolto con gioia e con l’affetto di tutti i gazawi.

È stato un momento emozionante, non mi sarei mai aspettato di incontrare un mio studente e di poterlo riabbracciare. La sua storia è toccante quanto il nostro incontro. Aveva deciso di lavorare come infermiere della salute mentale e ha lavorato per un pronto soccorso psicologico al Gaza Commitment Health Program per circa un anno e mezzo, ma ha poi deciso di lasciare, di ritornare al suo lavoro precedente come infermiere dell’Al Nasser Hospital a Khan Younis. Dall’inizio dell’invasione la sua storia è stata quella di molte persone, fra quelle che potremmo dire più fortunate, tornando al paradosso iniziale. Una storia fatta di momenti di estrema sofferenza e di estremo dolore. Dalla morte del suo migliore amico ha avuto coscienza della vulnerabilità della sua salute mentale ma il carico di responsabilità verso la sua famiglia gli ha impedito di soccombere del tutto.

Oggi non sa che cosa sarà del futuro, lui stesso dice che vive giorno per giorno, non sa che cosa accadrà nei prossimi tempi, quelli che lui chiama, come li chiamano tanti altri, della partenza. Poiché da questa terra, resa invivibile dallo sterminio, si potrà solo andare via.

Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, lavora in zone affette da violenza politica, militare e gravi violazioni dei diritti umani. Dal 20 gennaio 2026 trova nella Striscia di Gaza con le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Da qui racconta la sua esperienza su Altreconomia. Qui si possono leggere la prima e la seconda parte

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