Le strade del centro di Roma, il 24 gennaio, sono tornate a riempirsi di bandiere gialle, rosse e verdi in una delle manifestazioni più significative degli ultimi anni a sostegno del popolo curdo e dell’esperienza politica del Rojava. Non si è trattato di un semplice atto di solidarietà, ma di un sollevamento morale e politico resosi necessario dalla drammatica escalation che sta colpendo il Nord-Est della Siria in queste prime settimane del 2026.
Il corteo, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone tra attivisti, studenti, esponenti della comunità curda in Italia, associazioni umanitarie e organizzazioni politiche, ha attraversato la città con un obiettivo preciso: rompere il muro di silenzio mediatico che circonda quello che molti osservatori definiscono ormai un genocidio politico pianificato. Al centro della protesta, la denuncia netta delle responsabilità dei governi occidentali, accusati di aver prima utilizzato il popolo curdo come baluardo contro il terrorismo e di averlo poi abbandonato al cinismo delle nuove alleanze regionali.
Per comprendere la determinazione della piazza romana, è necessario guardare alla complessa e spaventosa mutazione del conflitto siriano negli ultimi due anni. Dalla caduta del regime di Damasco nel dicembre 2024, la Siria è entrata in una fase di transizione che l’Occidente ha cercato di normalizzare a ogni costo. Tuttavia, quella che era stata presentata come una primavera di liberazione si è trasformata, per le popolazioni dell’Amministrazione Autonoma, in un inverno di assedio e tradimento.
Le nuove autorità che oggi siedono a Damasco hanno operato una trasformazione estetica e diplomatica senza precedenti. Dismessi i panni della guerriglia radicale degli anni passati, i nuovi padroni della Siria si presentano oggi al mondo in giacca e cravatta, offrendo garanzie di stabilità e opportunità di ricostruzione economica. Questo cambiamento di facciata ha trovato terreno fertile nelle cancellerie europee e americane, desiderose di chiudere il dossier siriano e di stabilizzare l’area per interessi energetici e migratori. In questo nuovo assetto, il modello democratico, laico e femminista del Rojava è diventato improvvisamente un ingombro strategico, una pedina di scambio da sacrificare sull’altare della Realpolitik.
Le notizie che sono rimbalzate durante i discorsi dei manifestanti dipingono un quadro di emergenza umanitaria totale. Da una settimana, la città simbolo di Kobanê è stretta in una morsa letale: senz’acqua, senza elettricità e con i rifornimenti di beni di prima necessità bloccati. Questo assedio non è l’iniziativa di un singolo attore, ma il risultato di una convergenza di interessi tra le forze armate turche e le nuove milizie siriane.
Mentre i droni turchi continuano a colpire Qamishlo, prendendo di mira sistematicamente le infrastrutture civili e le aree universitarie, le istituzioni internazionali restano in una paralisi che sa di complicità. Gli edifici accademici del Rojava, nati durante la guerra come centri di emancipazione e studio dell’ecologia sociale, sono oggi colmi di migliaia di sfollati che cercano riparo dal gelo invernale senza coperte o vestiti adeguati. La piazza di Roma ha gridato con forza che non si può parlare di nuova Siria finché si permette che l’unica esperienza di democrazia reale della regione venga soffocata per fame e bombardamenti.
La critica mossa dalle strade di Roma colpisce duramente la politica estera italiana ed europea. Il tradimento descritto dai manifestanti è tanto militare quanto morale: dopo aver celebrato per anni le combattenti dell’YPJ come eroine globali che hanno sconfitto lo Stato Islamico, oggi l’Occidente permette che quelle stesse donne vengano perseguitate e uccise dai nuovi alleati di convenienza a Damasco.
La mobilitazione ha puntato il dito contro il supporto diplomatico a chi sta attuando questa pulizia politica. Il silenzio delle istituzioni italiane viene letto come un avallo alle manovre di Ankara. Chi ha partecipato al corteo ha chiesto azioni immediate: il riconoscimento dell’autonomia del Nord-Est siriano e la fine di ogni rapporto commerciale con i regimi che alimentano l’assedio a Kobane e Qamishlo.
Nonostante la durezza dell’analisi geopolitica, la manifestazione di oggi ha trasmesso un segnale di profonda tenuta sociale. La massiccia presenza di giovani generazioni dimostra che il valore del Rojava — basato sui beni comuni, sulla liberazione delle donne e sulla convivenza tra popoli diversi — ha superato i confini del Medio Oriente per diventare un punto di riferimento per chi, anche in Europa, rifiuta la logica del dominio e del profitto.
Il corteo ha evidenziato l’importanza dell’esperienza del Rojava come progetto sociale, politico e democratico che, in un contesto devastato da anni di guerra e settarismo, ha saputo costruire forme concrete di autogoverno dal basso, garantendo la convivenza tra comunità etniche e religiose diverse e ponendo la liberazione delle donne al centro dell’organizzazione sociale.
Non si tratta di una semplice resistenza, ma di una pratica quotidiana di democrazia reale, fondata sui beni comuni, sulla partecipazione popolare e su un’idea di sicurezza alternativa a quella militarizzata imposta dagli Stati e dalle alleanze regionali. Proprio per questa sua natura alternativa, il Rojava viene oggi percepito come destabilizzante dagli attuali equilibri geopolitici e sacrificato in nome di una stabilità costruita sulla repressione e sull’abbandono di chi aveva resistito in prima linea contro lo Stato Islamico.
La giornata si è conclusa con l’annuncio di nuove iniziative di lotta. Dopo i presidi davanti alle sedi della Rai per denunciare l’oscuramento informativo e le assemblee presso il Centro Ararat, la rete di solidarietà ha promesso di non abbassare la guardia. Il messaggio lanciato oggi da Roma è inequivocabile: se i governi hanno deciso di vendere i propri ideali in cambio di una stabilità violenta, c’è una parte consistente della società civile che non intende essere complice.










