Torno a casa con nella valigia una chiave, acquistata in un piccolo negozio di antichità di Gerusalemme.

I palestinesi, sfollati nel ’48 durante la Nakba, si erano tenuti in tasca le chiavi di casa loro. Volevano e pensavano di poter tornare a casa. Avrebbero avuto (e avrebbero ancora) il diritto di farlo.

E invece ci sono milioni e milioni di palestinesi nei campi profughi fuori, dentro la Cisgiordania e a Gaza, che non possono tornare nei loro villaggi nativi, nelle case di famiglia e neppure andare a trovare i parenti.

A tutti i profughi palestinesi è rimasta solo la chiave, la chiave del ritorno. E noi abbiamo il dovere di non dimenticare il loro diritto di tornare.

Nel frattempo io torno a casa, ma come al solito qui lascio troppo di me e ogni volta è sempre peggio. Perché vedere, vivere e respirare l’ingiustizia, la disumanità e le condizioni di vita che peggiorano ogni giorno di più, mi rende sempre più difficile tornare alla mia comoda vita, fatta di acqua potabile, di possibilità di spostamento senza restrizioni, senza violenza né umiliazioni quotidiane.

Andateci nei territori occupati e guardate con i vostri occhi ciò che accade. Passate del tempo con loro e ascoltate le loro storie.

Vi assicuro che dopo non sarà più come prima.

Insieme alla chiave e a emozioni difficili da contenere, mi porto nel cuore le parole dello zio di Ahmad, proprietario dell’Educational Bookshop di Gerusalemme. Parole potenti, parole in qualche modo anche di speranza:

Possiamo essere arrabbiati, ma non dobbiamo odiare.
Potremmo non dimenticare, ma dobbiamo perdonare”