Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti,uno dei maggiori esperti italiani delle produzioni militari

Il Global Combat Air Programme – Gcap, sviluppato da Giappone, Italia e Uk per un sistema di combattimento aereo di “sesta generazione”, in competizione con il Future Combat Air System – Fcas frutto del lavoro condiviso di Francia, Germania e Spagna e con quello in fase di sviluppo in Svezia (per restare nel perimetro europeo), ha il merito di aver già battuto un record.

Si configura come il programma di riarmo più costoso della storia militare italiana e non solo.
Più costoso, persino, della rovinosa adesione del nostro paese – come partner di secondo livello – al programma F-35 della Lockheed Martin.

In pochissimo tempo i costi di partecipazione dell’Italia alla Fase 1 (ideazione e progettazione preliminare) e alla Fase 2 (sviluppo completo) del Gcap, si sono più che triplicati, passando da 6 a 18,6 miliardi di euro.
E, come ha sottolineato l’Osservatorio Mil€x, “stiamo parlando della sola fase di progettazione e sviluppo e quindi sono esclusi i costi di acquisizione degli aerei e dei loro droni gregari, ad oggi ancora incalcolabili”.

La cifra riguarda, quindi, solo le prime due fasi e non include i costi futuri legati alla produzione iniziale e in serie (fase 3 e 4) e, tantomeno, quelli inerenti al ciclo di vita operativo dei sistemi.
Come ha sostenuto PeaceLink “si impegnano risorse pubbliche enormi per un progetto ancora molto lontano dalla quantificazione complessiva dei costi di produzione in serie: nessuno sa quanto costerà ai contribuenti la produzione finale. Siamo di fronte a un aumento che solleva interrogativi seri sulla sostenibilità economica e sulle priorità della spesa pubblica, in un contesto segnato da crisi sociali, ambientali, climatiche e sanitarie”.
Nonostante la moltiplicazione dei costi, la nebulosità e le incertezze future sulle scelte industriali in (tre programmi “europei” in competizione tra loro per il caccia di sesta generazione sono un non senso), la commissione Difesa della Camera dei Deputati (con l’eccezione di Avs e M5s) ha espresso parere favorevole sul rifinanziamento del Gcap.
Eppure, è un investimento senza precedenti non solo per l’Italia. Un banco di prova ad alto rischio. Il progetto è ancora nelle prime fasi di sviluppo e già affiorano le prime criticità finanziarie e le difficoltà tecnologiche per costruire il primo prototipo nel 2030 e raggiungere l’operatività nel 2035.

Se ricostruiamo la storia del caccia multiruolo di quinta generazione F-35 ci si rende conto di quanto, in campo militare, i tempi (e i costi) ipotizzati siano lontani da quelli effettivi. Dopo le fasi iniziali di ideazione e progettazione avviate nella seconda metà degli anni ’90, il primo prototipo F-35 fu messo in volo solo a fine 2006. E per arrivare alla produzione a pieno regime si è dovuto aspettare il 2023.

Cos’è il Gcap?
Il Gcap non è solo un nuovo aereo, ma a un’architettura integrata che combina:
un caccia stealth (aereo da combattimento progettato per non essere rilevato dai radar nemici) con capacità avanzate di penetrazione
droni “collaborativi” senza pilota
sensori distribuiti e interconnessi
sistemi di comando e controllo basati su intelligenza artificiale
comunicazioni sicure e capacità di guerra elettronica di nuova generazione.

Un’architettura militare complessa con capacità multi-dominio in grado di integrare azioni coordinate, simultanee e sincronizzate nei cinque domini operativi della guerra: terra, mare, aria, spazio e cyber.

Il nuovo aereo da combattimento in Italia dovrebbe affiancare dal 2035 i caccia Eurofighter e F‑35, prima di sostituire gradualmente il primo.
Attualmente, nel nostro paese, sono operativi 58 caccia-bombardieri Tornado, 94 caccia-intercettori Eurofighter Typhoon e 33 (su 90 ordinati) caccia-bombardieri F-35 che sostituiranno progressivamente i Tornado.
Al contempo si è avviato l’acquisto di altri 24 Eurofighter in una versione più avanzata d’attacco e di ulteriori 25 F-35.

Il programma Gcap è gestito sia da un’organizzazione governativa di coordinamento (Gigo), composta paritariamente da Giappone, Italia e Uk, la quale agisce come regista e committente; sia da Edgewing, la joint venture a quote paritarie tra i gruppi capofila: la britannica Bae Systems, l’italiana Leonardo e la giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. (Mitsubishi Heavy Industries). Entrambe le sedi sono in Uk.

Leonardo è responsabile per l’Italia di coordinare lo sviluppo complessivo del sistema. Avio Aero ed Elt Group partecipano come Lead Sub-Systems Integrator. Inoltre, il programma coinvolgerà Mbda Italia e l’intera filiera nazionale dell’aerospazio e difesa, comprese le piccole e medie imprese, i centri di ricerca e il mondo universitario.
L’industria della difesa: tra retorica europeista e interessi divergenti
Il Gcap nasce nel 2023 dall’unificazione di due programmi precedenti: il britannico Tempest e il giapponese FX. Ma il primo dialogo per un progetto europeo di sesta generazione in campo aeronautico militare risale al 2014. Le divergenze tra Francia e Gran Bretagna, polarizzano da subito la divisione a livello europeo. Da un lato Francia, Germania e Spagna (con Airbus, Dassault e Indra) lanciano il programma Fcas; dall’altro Gran Bretagna, Italia e Svezia (con Bae Systems, Leonardo e Saab) rispondono con il programma Tempest. La Svezia nel 2023 cambia strategia e esce dal Gcap, puntando a un progetto autonomo.

Negli ultimi mesi, in conseguenza degli attriti crescenti tra Airbus e Dassault e delle divaricanti priorità tra Germania e Francia, il Governo tedesco manifesta la volontà di uscire dal Fcas. Ciò, più che dimostrare vincente la scelta del Gcap, conferma la distanza esistente tra la realtà e la retorica del riarmo come presupposto per una maggiore integrazione dell’industria europea della Difesa. Se le divisioni poggiano su ragioni di sovranità nazionale, forse ancora di più, dipendono dalle divergenti strategie delle multinazionali europee del settore.

Berlino è a un bivio. Se esce dal Fcas, l’ipotesi più probabile è che si unisca agli svedesi nel progetto basato sul Gripen o che, dopo l’acquisto degli F-35, segua il progetto americano F-47, l’avanzatissimo caccia di sesta generazione sviluppato da Boeing con il programma Ngad (Next Generation Air Dominance).

L’ipotesi di un loro ingresso nel Gcap (come auspicato dall’Italia) appare il meno praticabile. Il Gcap ha una struttura societaria e una divisione del lavoro industriale già definita, con un equilibrio paritetico tra Bae Systems, Leonardo e Mitsubishi. Una partecipazione dei tedeschi comporterebbe il blocco del Gcap di un anno. Un tempo prezioso che non può permettersi di perdere. Difficile poi, secondo diversi analisti del settore, che Airbus accetti il 25% di quote quando nel Fcas ha il 50%.

La Francia, invece, continuerebbe a sviluppare la prossima generazione di caccia su base nazionale, sobbarcandosi da sola alti costi e alti rischi.
In questo caso avrebbe vinto il pragmatismo di Dassault che ha sempre puntato a un Rafale 2.0. Una piattaforma meno sofisticata, ma più sostenibile.

Sostenibilità finanziaria che sta creando difficoltà al ministero della Difesa inglese. Finora per il Gcap ha stanziato 2,3 miliardi di euro, con una previsione di spesa di 13,8 miliardi di euro nei prossimi dieci anni. Ma la pressione politica per il contenimento del budget rimane alta.

Come ha scritto su “Panorama” Sergio Barlocchetti c’è il “timore che gli inglesi tirino il freno per fare un favore agli Stati Uniti, saltando poi, insieme con la tecnologia in loro mani, dal programma Gcap a quello statunitense Ngad per l’F-47 destinato anch’esso a sostituire gli F-35 [e gli F-22 Raptor] al termine della loro vita operativa”. E anche il Giappone potrebbe arrendersi alle pressioni di Trump per l’F-47, il cui primo volo è previsto nel 2028 e l’avvio della produzione di serie nel 2029, a un costo unitario intorno ai 300 mila dollari.