Quinto giorno – la Kasbah Ait Ben Haddou
Dopo la colazione, come sempre abbondante, preparata per noi dalla padrona di casa, è il momento di consegnare le matite, i colori e i palloncini portati dall’Italia ai bambini e alle bambine in difficoltà familiare che trascorrono tutto il giorno in una scuola del quartiere, affidati alle cure di volontarie e volontari locali e del servizio civile internazionale.
Sono piccoli e sorridenti, abituati a rispondere con le mani a cuore al saluto dei tanti visitatori stranieri che da qui passano lasciando doni e denaro. Noi passiamo, con i loro occhi nei nostri, e mi domando cosa resti a loro di noi, volti anonimi nella quotidianità delle mancanze. Molti sono orfani, alcuni hanno i genitori per strada o nella foresta.
“I poveri li avrete sempre con voi”, è una consapevolezza che non basta a sentirsi di troppo anche qui, incapaci di cambiare davvero le cose e menomale che abbiamo la capacità di sorriderci, ancora, reciprocamente. Il nostro viaggio deve continuare, con la coscienza più o meno in disordine. Riusciamo a gettarci nel mercato delle pulci con il portafoglio in mano. Ancora.
E poi strada che sale e scende tra le rocce e attraversa deserto di terra e pietra sotto l’occhio lontano di vette innevate a contorno fino a tuffarci nella Kasbah Ait Ben Haddou, detta anche di Hassa, costruita nel 1100 d.C. dai berberi e oggi percorsa dal basso verso l’alto e viceversa dai turisti con un occhio al passato e alle sue storie e uno al presente di negozi che la nostra guida prova a farci disertare per la provenienza ritenuta falsa delle sue merci. In fondo, però, è vero tutto, se oggi il Marocco, come il resto dell’Africa, è vicino alla Cina. Anzi, se la Cina si avvicina così tanto all’Africa e al mondo intero, catastrofe o salvezza, dipende dal punto di vista. Vero e falso sono un gioco di prospettiva nel tempo più o meno come vuoto e pieno lo sono dello spazio.
Tempo lento è quello dell’attesa del pranzo, riempito di chiacchiere tra compagni di viaggio nella terrazza battuta dal sole e dal vento. Tempo lento dovrebbe essere quello delle curve sui tornanti sopra tetti rossi di argilla, verde di terrazze sui versanti e bagliore scintillante di neve sotto il sole. L’azzurro screziato del bianco delle nubi completa su ogni cosa la tavolozza dei colori.
Il nostro autista aumenta l’andatura ed è un sobbalzo ad ogni curva fino alla cooperativa di donne che qui producono l’olio di argan in modo tradizionale. Davanti ai nostri occhi il frutto dell’albero del sud del Marocco viene aperto con la pietra. Quello tostato verrà usato per uso alimentare mentre quello naturale per la cosmesi.
Scendendo verso Marrakech il rosso e il verde si riappropriano dei versanti di montagna dopo il grigio screziato di giallo della roccia in più alta quota.
Marrakech ci accoglie nel traffico cittadino sotto una promessa, subito mantenuta, di pioggia.
Sesto giorno – Marrakech
Marrakech ci apre le sue 12 porte, varchi nelle mura che proteggono la città antica, ricostruita e arricchita nei secoli dopo l’invasione dei guerrieri almohadi che rasero al suolo il primo insediamento voluto da Zeinab, moglie del capo berbero degli Almoravidi Youssef Tachidine nel 1062 d.C. che intravide qui, snodo di carovane e porta del deserto, una grande fonte di guadagno.
Cominciamo il tour della città sotto un cielo grigio che anche oggi promette pioggia, pare, nel pomeriggio. È venerdì, giorno di riposo, e la nostra guida ci avverte che sarà un Marocco diverso da quello delle città che abbiamo visitato nei giorni precedenti. Ci saranno poche persone in giro, ma per i turisti i commercianti dei suk lavoreranno ugualmente tutto il giorno.
Intanto le nuvole si specchiano nella grande vasca della Luce, riserva d’acqua per i nomadi che giungevano qui, alla porta del deserto. Oggi l’acqua è utilizzata per l’uliveto e il palmeto da datteri che si stendono ai suoi lati.
La farmàcia, è il regno delle spezie e delle piante medicinali, entrambe dalle proprietà miracolose, come ci spiega il giovane in camice bianco in un italiano perfetto, intercalato frequentemente da un “per favore”, nelle sue intenzioni traduzione di un s’il vous plait francese ma recepito come leggero rimprovero alla nostra chiacchierata disattenzione. Anche stavolta usciamo con meno diram nel portafoglio e la speranza di guarire da qualche acciacco e porre rimedio ai segni inesorabili del tempo.
Ci attende il tempo libero della spedizione tra le bancarelle della medina con tutti i loro colori, spesso contraffatti nel mondo dagli occhi a mandorla e per questo poco costosi ma vale sempre l’idea che resteranno, nelle nostre case o in quelle di amici e parenti, ricordi del viaggio in Marocco, con tutte le sue contraddizioni.
Tra ombrelloni di donne velate che velocemente decorano con l’henné le mani delle turiste, tamburi e flauti di incantatori di serpenti e scimmie al guinzaglio che passano dalle spalle dei proprietari su quelle dei visitatori, Marrakech ci dona qualche squarcio di sole nella terrazza sulla piazza per un pasto veloce e poi, appena il tempo di rientrare nel riad, sprofonda sotto il peso della grandine offrendoci, dalla finestra della camera, un inaspettato panorama bianco su tetti, terrazzi e stradine rosse. Poco più tardi non riusciremo ad attraversarle per raggiungere il nostro pullman che dovrebbe portarci a cena in un ristorante tipico.
Mentre gli abitanti del luogo, ciabatte in mano e pantaloni arrotolati, continuano per la loro strada con l’acqua fin quasi alle ginocchia, noi ripieghiamo verso casa. C’è, ancora aperta, una botteguccia di generi vari dove riusciamo a comprare degli improbabili spaghetti e scatolette di tonno. E così la cena ha il gusto tipico delle spaghettate tra amici ai fornelli della cucina del riad!











