Riceviamo dal Circolo Anarchico “Ponte della Ghisolfa” di Milano e volentieri diffondiamo
Mentre dall’esterno cadono bombe sull’Iran, la Repubblica Islamica sta conducendo una seconda guerra contro il proprio popolo, dall’interno.
Il comandante delle forze di polizia della Repubblica Islamica ha annunciato l’arresto di 500 persone, etichettate come “spie” per aver presumibilmente inviato informazioni ai media stranieri. Le Guardie Rivoluzionarie in Lorestan hanno arrestato altre tre persone con l’accusa di “disturbare l’opinione pubblica, diffondere voci e inviare immagini ai media nemici”. Nei sedici giorni trascorsi dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani, arresti sono stati segnalati quasi ogni singolo giorno.
La parola “spia” non richiede prove. Riduce al silenzio attraverso la paura. È sempre stata l’arma preferita del regime contro chiunque documenti, parli o rifiuti di restare in silenzio.
Ciò che ci preoccupa più profondamente non è ciò che sappiamo, ma ciò che non possiamo sapere.
Il blackout di internet dura ormai da oltre 384 ore — diciassette giorni — e sta peggiorando. Nell’ultimo giorno è stato registrato un ulteriore calo nell’infrastruttura delle reti di telecomunicazione riservate, riducendo ancora di più la disponibilità delle VPN e mandando offline alcuni utenti autorizzati e servizi essenziali. Non si tratta solo di un guasto nelle comunicazioni. È un muro di oscurità deliberato, dietro il quale il regime si muove liberamente arrestando, detenendo e facendo sparire persone. Giovani che hanno condiviso immagini dei bombardamenti. Attivisti che hanno documentato vittime civili. Giornalisti che hanno rifiutato la narrazione del regime. Cittadini comuni il cui unico “crimine” è stato dire la verità su ciò che hanno visto.
Non sappiamo quante persone siano state arrestate nell’oscurità. Non sappiamo in quali condizioni si trovino coloro che erano già in detenzione prima che la guerra iniziasse. Non sappiamo cosa stia accadendo proprio ora nelle celle, nelle stanze degli interrogatori, nelle basi militari dove sono stati trasferiti i detenuti delle proteste.
Questo non-sapere è il punto. Il blackout esiste proprio perché il mondo non possa vedere e noi non possiamo parlare.
Siamo profondamente preoccupati per la salute e la sicurezza di ogni attivista sociale e politico che si trova in Iran in questo momento. Siamo preoccupati per ogni giovane che ha preso in mano un telefono per documentare questa guerra. Siamo anche preoccupati per i nostri compagni anarchici che si trovano sotto le bombe imperialiste e sotto la repressione e la prigionia.
Ai nostri compagni dentro l’Iran: non siete dimenticati. Al mondo esterno: il silenzio che sentite provenire dall’Iran non è pace. È una copertura per la repressione. Spezzatelo ovunque possiate.
No alla guerra imperialista e al terrorismo di Stato!
No alla criminale Repubblica Islamica che governa l’Iran!
No Mullah! No Shah!
Jin Jiyan Azadî!
Fronte Anarchico











